Parlamento

Riduzione parlamentari, anche la Camera dice sì. Ma incombe lo spettro del referendum

Riduzione parlamentari, anche la Camera dice sì. Ma incombe lo spettro del referendum

Riduzione parlamentari, anche la Camera dice sì. Ma incombe lo spettro del referendum

Anche la Camera approva in seconda lettura la riduzione del numero dei parlamentari, grazie alla coesione delle forze di maggioranza, Italia viva compresa, e al sì di Forza Italia e Fratelli d’Italia e della Lega. La riforma voluta dai pentastellati ha incassato un consenso quasi prebiscitario: 553 sì, 2 astenuti e solo 14 voti contrari. Una vittoria del Movimento 5 stelle, in attesa dell’esito del possibile se non probabile referendum confermativo che ne scaturirà, arrivata grazie all’accordo con gli alleati Dem che, in cambio, hanno chiesto e ottenuto il varo di progetti di riforma sulla legge elettorale, sulla riduzione dei delegati per l’elezione del presidente della Repubblica, sull’abbassamento della soglia d’età sia degli elettori che dei candidati al Senato, equiparandola a quella della Camera, e la rimodulazione dei regolamenti parlamentari, con la previsione della sfiducia costruttiva.

In aula non sono mancate le accuse e le polemiche, come era del resto prevedibile.

Secondo Andrea Cecconi (ex M5s oggi in Maie) “non è una questione di numeri ma di persone, di idee, di onestà intellettuale”. Il deputato, pur dicendosi a favore della riforma, punta l’indice contro la contrattazione avvenuta tra pentastellati e Partito democratico, affermando che chi ha dovuto accettare la riduzione (il Nazareno) ha ottenuto come contropartita “cose assurde, come prevedere in Costituzione che l’elezione dei senatori avvenga su base regionale o pluriregionale”. Cecconi ritiene inattuale una legge elettorale integralmente proporzionale. “La legge elettorale che volete fare vuoi, candidando chi volete, dove volete, con la certezza che quel candidato verrà eletto”. “Lo fate quindi per voi e non per i cittadini”, prosegue, ammonendo che “siamo noi per primi a non volere la centralità del Parlamento, per non disturbare il manovratore. Avere più centralità non dipende dalla riduzione dei parlamentari ma da noi”. Sul vincolo di mandato, conclude, “nella costituzione non esiste ma un po’ tutti lo abbiamo attaccato alla schiena”, riferendosi alla cieca obbedienza ai partiti.

Renate Gebhard (minoranze linguistiche), anche lei favorevole al taglio dei parlamentari, ritiene tuttavia centrale il corretto rapporto tra Parlamento e Governo.

Catello Vitiello (Cambiamo! – 10 volte meglio) si schiera “contro questo taglio così come è stato imposto dal governo perché manca di organicità”. “SI sta togliendo al Parlamento la possibilità di essere davvero rappresentativo”, prosegue, rimpiangendo la riforma Renzi – Boschi e accusando di “volere distruggere la democrazia parlamentare”.

Come sempre per nulla moderato Vittorio Sgarbi (misto): “Se il voto segreto fosse ammesso il risultato sarebbe l’opposto. Siamo di fronte a un voto di scambio senza precedenti per tenere in piedi una maggioranza illegittima, non voluta dal popolo”. Aggiungendo che il Pd voterà contrariamente a quanto fatto finora perché “ricattato”.

E’ Marco di Maio, di Italia viva, ad annunciare il voto favorevole alla riforma per via del significativo risparmio di spesa che comporta. Ricordando l’importanza di una revisione più organica del quadro normativo in funzione del rispetto dei nuovi numeri del Parlamento (400 deputati e 200 senatori) e del rispetto delle minoranze. Ritenendo che una legge elettorale su base proporzionale sia quella capace di assicurare più di ogni altra il pluralismo.

A rimarcare l’incoerenza di Pd e Leu è Emanuele Prisco, di Fratelli d’Italia, ricordando che il suo, nelle tre precedenti votazioni, durante le quali vigeva ancora l‘alleanza gialloverde, è stato l’unico partito di opposizione a votare sempre favorevolmente alla riduzione dei parlamentari. Confermando il proprio “sì” anche oggi. Ma chiedendosi il perché di certi attacchi del M5s a Giorgia Meloni, se lo scopo è davvero quello di arrivare alla riduzione, e rammaricandosi per la mancata abolizione della figura dei senatori a vita. “Figure da ancien régime” che “hanno retto tutti i governi del Pd, tutti i governi voluti dall’Europa“, Ancora Prisco chiede una riforma perché il popolo possa eleggere i governi, perché possa esprimere le proprie preferenze, lanciando alla maggioranza “la sfida del cambiamento”, per modificare insieme le regole e non fermarsi a scelte meramente demagogiche.

Graziano Delrio, capogruppo Dem a Montecitorio, assicurando l’appoggio alla riforma, auspica un lavoro più incisivo da intraprendere già nei prossimi mesi per approdare al bicameralismo imperfetto. Così come prevedeva proprio la riforma Renzi – Boschi.

Roberto Occhiuto, di Fi, ricorda che il taglio dei parlamentari non è un’invenzione pentastellata, poiché è già stata approvata in maniera più organica nel 2005, con Silvio Berlusconi premier, e nel 2015, con Matteo Renzi. Venendo poi bocciata nei rispettivi referendum. Un test al quale nemmeno questa nuova riforma potrà sottrarsi.

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