Guerra

Myanmar, golpe dei militarI. Arrestata Aung San Suu Kyi

Elezioni Birmania: vince Aung San Suu Kyi
Aung San Suu Kyi

La notizia dell’arresto di Aung San Suu Kyi e di altri alti rappresentanti del governo civile del Myanmar, avvenuta nelle prime ore del mattino, ha fatto rapidamente il giro del mondo. Mentre i testimoni riferivano di colonne di carri armati nelle vie della capitale e le comunicazioni con l’ex Birmania risultavano molto difficili a causa dell’oscuramento di internet delle reti di telefonia mobile, prendevano corpo voci insistenti sull’inizio di un colpo di Stato, messo in atto dai Generali, ancora potentissimi nel Paese. Tutto questo dopo i controversi risultati delle ultime elezioni, che hanno visto una vittoria ancora più schiacciante della leader birmana, già premio Nobel per la Pace e poi al centro di roventi polemiche e accuse insistenti, a causa della sua difesa della giunta militare e delle sue prese di posizione contro l’etnia Rohingya. 

Il corrispondente della BBC per il Sud-est asiatico, Jonathan Head, ha confermato la presenza di soldati per le strade della capitale, Naypyitaw, e nella città principale, Yangon, mentre il servizio di monitoraggio Internet NetBlocks ha verificato che la connettività Internet nazionale del Myanmar è scesa al 75% dei livelli ordinari, dopo le 3:00, ora locale, La televisione statale MRTV ha dichiarato in un post su Facebook di non essere più in grado di trasmettere a causa di non meglio precisati “problemi tecnici”.

Altri testimoni riferiscono di numerosi blitz dei militari nelle case dei principali ministri, in diverse regioni del Paese, molti dei quali sarebbero stati portati via dai soldati. Un parlamentare dell’NLD, la Lega nazionale per la democrazia, il partito guidato da Aung San Suu Kyi attualmente al governo – che ha chiesto di non essere nominato per paura di ritorsioni – ha detto che tra gli arrestati c’è anche Han Thar Myint, un membro del comitato esecutivo centrale.

Il Parlamento si sarebbe dovuto riunire oggi, per la prima volta dopo le elezioni di novembre che avevano visto la vittoria schiacciante dell’NLD e l’umiliazione del partito dei militari. Malgrado questo, i generali si erano impegnati e rispettare la Costituzione e ad agire secondo la legge, dopo che, all’inizio della scorsa settimana, da più parti si erano diffusi timori per l’eventualità di un imminente colpo di stato. 

Nel 1991, “The Lady”, come è conosciuta Aung San Suu Kyi, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace, e in quell’occasione il presidente del comitato per il Nobel la definì “uno straordinario esempio del potere dei deboli”. Considerata per molto tempo un faro per i diritti umani universali, un esempio di coraggio, una donna disposta a rinunciare alla sua libertà per opporsi agli spietati generali che hanno governato il Myanmar per decenni, da quando è diventata la leader de facto della nazione, nel 2016, dopo un’apertura democratica concessa dai generali, Aung San Suu Kyi è rapidamente caduta in disgrazia. Quegli stessi leader e attivisti internazionali per i diritti umani che una volta l’avevano esaltata e sostenuta, hanno iniziato a criticarla aspramente, Indignati per l’esodo di centinaia di migliaia di musulmani Rohingya dal Myanmar nel vicino Bangladesh a causa della feroce repressione dell’esercito, accusandola di non aver fatto nulla per fermare stupri, omicidi e un vero e proprio genocidio, mentre la stessa Suu Kyi si rifiutava ostinatamente di condannare i potenti militari o di riconoscere i resoconti delle atrocità.

I pochi sostenitori internazionali rimastigli hanno cercato di rispondere per lei alle pesanti accuse, sostenendo che quella messa in atto dall’ex eroina delle libertà e dei diritti umani è una politica pragmatica che cerca di governare un paese multietnico con una storia complessa, controllato da una maggioranza buddista che nutre poca simpatia per i Rohingya, dove i militari mantengono ancora un potente potere politico e non rinunceranno facilmente al controllo delle forze di sicurezza, come, in effetti, gli avvenimenti di queste ore confermerebbero.

Aung San Suu Kyi, che oggi ha 74 anni, ha trascorso gran parte della sua vita, tra il 1989 e il 2010, sottoposta a qualche forma di detenzione a causa dei suoi sforzi per portare la democrazia nell’allora Myanmar governato con ferocia dalla dittatura dei militari; un fatto che l’ha resa un simbolo internazionale di resistenza pacifica di fronte all’oppressione. Pur richiusa nella sua casa, dove era sottoposta agli arresti domiciliari, ha sempre guidato la Lega nazionale per la democrazia (NLD), fino a portarla a una trionfale vittoria elettorale nelle prime elezioni popolari tenutesi in Birmania nel novembre 2015. Sebbene la costituzione del Myanmar le proibisca di diventare presidente perché ha figli di nazionalità straniera avuti dal marito inglese, deceduto mentre lei si trovava in prigionia, Suu Kyi è considerata una leader de facto. Il suo titolo ufficiale è consigliere di stato. Il presidente, Win Myint, è un suo stretto collaboratore.

Aung San Suu Kyi vanta anche un pedigree politico di alto livello; è la figlia dell’eroe dell’indipendenza del Myanmar, il generale Aung San, che venne assassinato durante il periodo di transizione, nel luglio 1947, appena sei mesi prima dell’indipendenza, quando lei aveva soltanto due anni.

Nel 1960 Suu Kyi si reca in India, accompagnando la madre, Daw Khin Kyi, nominata ambasciatrice del Myanmar a Nuova Delhi. Quattro anni dopo si iscrive all’Università di Oxford nel Regno Unito, dove studia filosofia, politica ed economia ed incontra il suo futuro marito, l’accademico Michael Aris. Dopo aver vissuto e lavorato in Giappone e Bhutan, la coppia si stabilisce in Gran Bretagna, per crescere i due figli, Alexander e Kim, ma il Myanmar continua ad occupare ogni suo pensiero. Nel 1988, malgrado i rischi ai quali sa di sottoporsi, rientra in quella che allora si chiamava ancora Rangoon, per prendersi cura della madre gravemente malata, mentre il Myanmar è nel mezzo di grandi sconvolgimenti politici, con migliaia di studenti, impiegati e monaci che manifestano nelle piazze, chiedendo riforme democratiche.

“Non potevo, in quanto figlia di mio padre, rimanere indifferente a ciò che stava accadendo nel mio Paese”, dice allora in un famoso discorso a Rangoon, il 26 agosto 1988, quando decide di mettersi a capo della rivolta contro l’allora dittatore, il generale Ne Win. Ispirata dalle campagne non violente del leader dei diritti civili degli Stati Uniti Martin Luther King e del Mahatma Gandhi, organizza allora manifestazioni e viaggia per tutto il paese, chiedendo riforme democratiche pacifiche e libere elezioni.

Ma le manifestazioni vengono brutalmente represse nel sangue dall’esercito, che prende il potere con un colpo di stato il 18 settembre 1988. Per Aung San Suu Kyi iniziano allora i lunghi anni di cattività, quando viene posta per la prima volta agli arresti domiciliari, l’anno successivo. Il governo militare decide di indire delle elezioni nazionali nel maggio 1990, che l’NLD di Aung San Suu Kyi vince con un largo margine di voti; ma si tratta di elezioni-farsa, la giunta militare non ha mai pensato seriamente di rispettare il risultato elettorale, e si rifiuta di cedere il controllo.

Aung San Suu Kyi resta agli arresti domiciliari a Rangoon per sei lunghi anni, fino a quando viene rilasciata, a sorpresa, nel luglio 1995. Viene nuovamente messa agli arresti domiciliari nel settembre 2000, dopo avere tentato di recarsi nella città di Mandalay a dispetto delle restrizioni di viaggio che gli erano state imposte. Viene rilasciata incondizionatamente nel maggio 2002, ma poco più di un anno dopo viene nuovamente incarcerata.

Il trenta maggio 2003, mentre si trova a bordo di un convoglio con molti sostenitori, un gruppo di militari apre il fuoco massacrando molte persone, ed è soltanto grazie alla prontezza di riflessi del suo autista, Ko Kyaw Soe Lin, se Aung San Suu Kyi riesce a salvarsi, ma viene di nuovo arrestata.

Il giorno dopo la sua liberazione del maggio 2002, attraverso alcuni contatti che avevo con la dissidenza birmana, riuscii a farle arrivare una serie di domande per una intervista “a distanza” via mail, dove mi parlò, tra le tante cose, di “una quotidianità fatta di violenze, illegalità e soprusi sia contro i dissidenti che contro le minoranze etniche in cerca di autonomie, e, in generale contro la maggior parte della sua popolazione, mentre i militari sono sempre più in difficoltà, sia sul piano interno che su quello internazionale”

Riletto oggi, l’accenno alla difesa dei diritti e delle autonomie delle minoranze, che Suu Kyi mi fece in quella intervista, suona davvero stridente, se si pensi alla polemica nella quale verrà poi trascinata per non aver minimamente difeso la principale tra queste minoranze, quella appunto del popolo Rohingya, e proprio da quelle “violenze, illegalità e soprusi” che parlando con me, aveva denunciato con tanta convinzione e vigore.

Nei suoi lunghi anni di detenzione è stata spesso in isolamento, e non le è mai stato permesso di vedere i suoi due figli o suo marito, morto di cancro nel marzo 1999. Le autorità militari si erano offerte di permetterle di recarsi nel Regno Unito per vederlo quando era gravemente malato, ma lei si era sentita obbligata a rifiutare, per paura che non le sarebbe stato permesso di rientrare in Myanmar. A suo figlio Kim Aris, ormai adulto, è stato permesso di farle visita per la prima volta solo nel 2010

L′8 novembre 2015, il Myanmar ha tenuto le sue prime elezioni effettive in 25 anni e la sua formazione politica, l’NLD, ha ottenuto ancora una volta una vittoria schiacciante. Sebbene non le sia stato permesso di diventare presidente a causa della restrizione costituzionale che esclude dalla carica i candidati con coniugi o figli stranieri, Aung San Suu Kyi è di fatto la leader del Myanmar dal 2016, con il ruolo appunto di “consigliere di stato”.

Da quando ha preso il potere, oltre alla crisi dei Rohingya, l’ormai ex eroina dei diritti umani e il suo governo sono stati aspramente criticati anche per aver perseguitato giornalisti e attivisti, utilizzando le leggi del periodo coloniale.

L’esercito continua a detenere un quarto dei seggi parlamentari e il controllo dei ministeri chiave del Paese, tra cui la difesa, gli affari interni e gli affari di frontiera. La transizione democratica del Myanmar, che sembrava avviata al compimento, sembra essersi ormai irrimediabilmente fermata, forse per sempre.

I nuovi, drammatici fatti, che si stanno verificando in queste ore, rischiano adesso di spingere il Paese verso sviluppi imprevedibili, forse verso una nuova stretta dei militari, riportandolo indietro di decenni, a quella feroce e sanguinaria dittatura dei generali, il cui ricordo – e il cui genuino terrore – è ancora vivo ovunque.

1 risposta »

  1. Aung San Suu Kyi, arrestata all’alba di lunedì dai militari, in simultanea con il golpe in Myanmar, è stata accusata ieri di aver violato una legge sull’import-export, che impedisce l’importazione di articoli soggetti a restrizioni senza autorizzazione.

    «Per avere il tempo di effettuare ulteriori indagini, al fine di interrogare testimoni e richiedere prove», il tribunale distrettuale di Dekkhina a Naypyitaw, ha deciso che rimarrà in custodia cautelare fino al 15 febbraio. Non è chiaro se in questo momento si trovi agli arresti domiciliari o se sia detenuta in qualche struttura.

    In particolare, la leader del National League for Democracy (Nld) è stata accusata di «importazione e utilizzo illegale di apparecchiature di trasmissione e ricezione radio». Durante la perquisizione effettuata dai militari nella sua residenza a Naypyitaw, sono stati ritrovati nove walkie talkie Icom, usati, molto probabilmente, dalla sicurezza personale della «Lady». I dispositivi, in realtà, sono facilmente disponibili sul mercato del Paese. Se condannata, Suu Kyi rischia fino a tre anni di reclusione.

    Un risvolto che il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, non digerisce ma che non vuole combattere con le maniere forti. Al contrario il partito ha invitato la popolazione a una resistenza non violenta e decine di persone a Yangon hanno suonato clacson, pentole e padelle in segno di dissenso.

    Sempre lo stesso tribunale ha accusato anche Win Myint presidente del Paese fino al colpo di stato di lunedì scorso in base all’articolo 25 della legge sulla gestione dei disastri naturali. Secondo la lettera di richiesta di custodia cautelare presentata dalla polizia, avrebbe violato i protocolli per fermare la diffusione del Coronavirus durante la campagna elettorale dello scorso novembre. Anche Win Myint, se ritenuto colpevole, rischia una pena fino a tre anni.

    Charles Santiago, presidente dei parlamentari per i diritti umani dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, chiedendo la liberazione immediata di tutti gli arrestati durante il golpe, ha definito ridicole le accuse contro Aung San Suu Kyi e Win Myint. «È una mossa assurda da parte della giunta per cercare di legittimare la loro illegale presa del potere», ha dichiarato in una nota.

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