Centrosinistra

Matteo Renzi chiude la Festa Pd di Imola: “Il nostro leader non è dinastico ma democratico”

Matteo Renzi chiude la Festa Pd di Imola

Matteo Renzi

Matteo Renzi arriva a Imola in anticipo. Il tempo di un piatto di tortellini alla panna e un po’ di battute con i militanti che lo accolgono con un certo calore: “Tieni duro, non mollare”. Nella giornata conclusiva della festa nazionale dell’Unità di Imola piove, il comizio finale viene spostato al coperto, e c’è un po’ di scompiglio perché mancano le sedie. Renzi scherza: “Con tutte le seggiole che troviamo ai politici, troviamone una anche per quella signora là…”.

Il discorso dura un’oretta, Renzi è vestito da segretario del Pd, con la camicia bianca d’ordinanza e le maniche arrotolate. Un discorso ampio che spazia dal partito, agli avversari, al governo Gentiloni e quello che verrà. I temi principali sono le tasse e il lavoro, mentre non cita gli argomenti ostici delle ultime settimane, dallo Ius soli alla legge elettorale. Anche sui ‘nemici’ fa una scelta di campo: attacca soprattutto il Movimento 5 Stelle, la Lega e anche gli ex compagni di partito di Mdp. Non cita, invece, Berlusconi,chiave, forse, di una futura alleanza di governo. La distinzione che fa è quella tra “noi e i populisti. O vincono loro, quelli che urlano, o vinciamo noi. E per evitare che vincano dobbiamo evitare di rispondere alle provocazioni. Ci insulteranno nei comizi e noi dovremo sorridere di più”.

Il primo siluro lo lancia ai grillini. Ma precisa: “Non è solo una questione di numeri, “con noi che portiamo a votare 2 milioni di persone e loro 37mila“, ma soprattutto di sostanza. “Noi non scegliamo il capo sulla base di un principio dinastico e non siamo dipendenti di un’azienda privata che fa software. Nel Pd vige il principio democratico”. Ma la stoccata non arriva solo all’avversario Luigi Di Maio, appena incoronato candidato premier del Movimento 5 Stelle, ma anche a Matteo Salvini “Che è andato in Corea del Nord con Razzi e che sceglierebbe lui come ministro degli Esteri, mentre noi scegliamo Paolo Gentiloni”. Competenza contro dilettati allo sbaraglio. Capacità, onestà (“ma non urlata nelle piazze, noi siamo la politica capace di fare le cose e accettare le sfide”) e lavoro sono le parole che scandisce dal palco. Nel rivendicare le riforme del suo governo – dal Jobs Act, al bonus ai 18enni, all’abolizione della tassa prima casa – spiega che si deve fare di più. Ma – anche qui – fa un distinguo. Col Movimento, certo, che punta “all’assistenzialismo per tutti e al reddito di cittadinanza”, mentre noi diciamo “918mila e sono posti di lavoro”. La platea s’infiamma, ma applaude ancora di più quando ritorna al tema della scissione: “C’è qualcuno alla nostra sinistra che ci ha insegnato le parole ditta, collettivo, bandiera. E invece ha lasciato collettivo, bandiera e ditta per risentimento personale e non ha ragione di esistere”.

Da qui, Renzi spiega qual è l’orizzonte di valori a cui il suo Pd s’ispira: “C’è chi sta con Obama, con cui saremo a Chicago il 31 ottobre e 1° novembre, e chi con Bertinotti, cioè la sinistra rivendicativa e vendicativa, che ha rotto il patto di governo e ha fatto vincere la destra”. Un richiamo, insomma, E, proprio sul Pd, sembra abbandonare l’idea del partito liquido, quello della rottamazione, dei tweet, tanto osteggiato dagli ex big che ora sono in Mdp, per ritornare a valorizzare i luoghi d’incontro, i circoli, e le occasioni in cui scambiarsi idee, non limitandosi solo ai social network. Parla d’Europa, cita Berlinguer e Oscar Wilde. Rinnova il sostegno a Gentiloni (“con lui è impossibile litigare”), cita Marco Minniti (e gli applausi crescono) e smentisce le divergenze tra il ministro dell’Interno e Graziano Delrio con una battuta: “Sui migranti e sulla sicurezza c’è un amalgama perfetto. C’è stata diversità di vedute tra Graziano e Marco, ma l’amalgama funziona perché Minniti fa la destra, Delrio fa la sinistra… Se pensate da dove vengono…”. Chiude chiedendo al centrosinistra di finirla con “la modalità litigio”, perché “ora siamo in modalità campagna elettorale” e spiega le prossime mosse. “Dal 4 ottobre andremo in treno. Toccherà tutte le province, sarà un treno di ascolto”. Sprona i giovani (“la nuova generazione non può cullarsi nel disimpegno e nella lamentazione”) e annuncia un patto sulle tasse “se toccherà a noi la prossima volta, metteremo da subito le condizioni di aprire un patto fiscale con gli italiani”. Il saluto finale è quello di prammatica: “Viva Imola, viva il Pd e viva l’Italia”.

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