Centrosinistra

[Storia] Il Psi nella prima repubblica

Partito Socialista Italiano
Partito Socialista Italiano

Il 22–25 agosto 1943, nel corso dell’incontro tenutosi in casa di Oreste Lizzadri, in viale Parioli 44 a Roma, i militanti del PSI clandestino dell’Alta Italia, il PSI clandestino del Centro-Sud Italia e gli esponenti del PSI rientrati dall’esilio in Francia si fusero con il Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso. Nacque così il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP),[66][67] che raggruppava una parte consistente di personalità influenti della sinistra italiana antifascista, come i futuri presidenti della Repubblica Giuseppe Saragat e Sandro Pertini, il giurista Giuliano Vassalli, lo scrittore Ignazio Silone, l’avvocato Lelio Basso e il futuro Ministro dell’Interno Giuseppe Romita. A diventare segretario del partito fu Pietro Nenni.

Il PSIUP durante la Resistenza partecipò attivamente al Comitato di Liberazione Nazionale e si avvicinò in particolare al PCI, con una politica di unità d’azione volta a modificare le istituzioni in senso socialista.

Il 4 agosto 1944, dopo la liberazione della capitale, Romita e Olindo Vernocchi firmarono assieme ai comunisti Giorgio Amendola e Giovanni Roveda il patto d’azione tra PSI e PCI.

Si arrivò anche a ipotizzare una possibile fusione tra i due partiti che potesse ricomporre la storica frattura della scissione di Livorno. Questa politica, osteggiata dalla destra del partito guidata da Saragat, era in buona parte legata alla preoccupazione che divisioni interne alla classe operaia potessero favorire l’ascesa di movimenti di destra autoritaria come era avvenuto nel primo dopoguerra con il fascismo.

Al XXIV congresso, il primo nel dopoguerra, che si svolse al teatro comunale di Firenze tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito sotto la guida di Pietro Nenni a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, in particolare sul rapporto col PCI, il PSIUP si trovò diviso in tre. L’obiettivo della fusione con il PCI era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Lelio Basso e Rodolfo Morandi con la copertura di Nenni. A questa prospettiva restavano legati ormai solo Oreste Lizzadri e Francesco Cacciatore, che furono poi indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso.

Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane, difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito dai comunisti e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà poi nel 1947 per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Giuseppe Faravelli, Giuseppe Emanuele Modigliani, Ludovico D’Aragona e Alberto Simonini.

Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Nel suo intervento Saragat richiamò il fatto che «lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario [era] uno dei problemi attuali» e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso «tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista». Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento mentre quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, invece di Pertini, come ci si attendeva.

In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno del 1946 il PSIUP fu uno dei partiti più impegnati sul fronte repubblicano, al punto da venire identificato come «il partito della Repubblica». Famoso rimase lo slogan di Nenni «O la Repubblica, o il caos!»

Il XXV congresso socialista, convocato in via straordinaria a Roma nella Città Universitaria dal 9 al 13 gennaio 1947, fu voluto fortemente da Nenni per analizzare la situazione di attrito tra le componenti di maggioranza e minoranza con l’obiettivo di riunire le diverse posizioni, ma fallì questo scopo primario.

La componente riformista del PSIUP guidata da Saragat rimproverava agli altri esponenti socialisti di essere pressoché schiacciati sulle posizioni del PCI e di mantenere dei forti legami con l’Unione Sovietica, a differenza della collocazione assai più autonoma degli altri partiti socialisti europei. Saragat volle parlare alla Città universitaria e svolse una dura requisitoria contro Nenni e poi con un gruppo di delegati se ne andò raggiungendo gli altri delegati democratico-riformisti già riuniti a Palazzo Barberini dove propose ai presenti la costituzione di un nuovo partito socialista autonomo dai comunisti.

Sandro Pertini si sforzò di mediare fra i due gruppi, per tentare di mantenere unito il partito, anche in vista delle probabili decisive elezioni politiche dell’anno successivo. «Pertini non si rassegnò e decise di gettarsi a capofitto, com’era nella sua indole, nella baraonda congressuale recandosi personalmente a Palazzo Barberini per un disperato estremo tentativo. Quando arrivò venne accolto da un grido di vittoria, «Sandro, Sandro», coi delegati scissionisti tutti in piedi, convinti che anche Pertini si fosse unito a loro. Ma quando egli volle manifestare il suo proposito unitario, Saragat gli rispose ringraziandolo, ma dichiarando che ormai la scissione era stata consumata. Simonini, invece, aveva parlato alla Città universitaria invitando i seguaci di Nenni e Basso a non rompere i ponti, a «non spezzare le possibilità, se ve ne sono ancora, e lo dico io», proseguì, «che ho l’onestà di dirvi che spiritualmente sono alla sala Borromini anche se fisicamente sono qui».

Tutti i tentativi di mediazione fallirono. Come disse Nenni in maniera rassegnata, la scissione fu causata dalla «forza delle cose».

L’11 gennaio 1947 l’ala guidata da Giuseppe Saragat, uscì dal PSIUP e diede vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), in seguito Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), riprendendo il nome deciso dal II Congresso socialista di Reggio Emilia nel 1893 e poi adottato da Turati, Treves e dallo stesso Saragat negli anni dell’esilio a Parigi.

Il 10 gennaio su proposta di Olindo Vernocchi il PSIUP tornò a chiamarsi PSI nel timore che gli scissionisti potessero appropriarsi della denominazione storica del Partito.

La scissione costò al PSIUP la trasmigrazione nel nuovo partito di 50 parlamentari, quasi la metà dei rappresentanti socialisti alla Costituente, detti per questo autonomisti, oltre che di una folta schiera di dirigenti e intellettuali, fra cui Paolo Treves, Ludovico D’Aragona, Giuseppe Emanuele Modigliani e Angelica Balabanoff.

In ottobre la scissione socialdemocratica fu parzialmente compensata dall’ingresso nel PSI dell’ala socialista degli ex-azionisti (tra cui Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, Norberto Bobbio e Francesco De Martino) a seguito dello scioglimento di quel partito.

Al XXVI Congresso di Roma del 19–22 gennaio 1948 Nenni propose ai socialisti la presentazione di liste unitarie con il PCI per le elezioni politiche dell’aprile 1948. Tale proposta incontrò l’opposizione di Pertini, che pur essendo fautore dell’unità del movimento dei lavoratori e dell’unità d’azione con i comunisti era anche un fervido sostenitore dell’autonomia socialista nei confronti del PCI. La sua mozione fu tuttavia minoritaria e al prevalere della linea di Nenni si adeguò alla decisione della maggioranza.

La lista comune del PSI e del PCI, denominata Fronte Democratico Popolare, contrassegnata dal simbolo dell’effigie di Giuseppe Garibaldi, perse nettamente le elezioni dell’aprile 1948 e per quanto riguarda i socialisti essi elessero un numero molto ridotto di deputati e senatori rispetto alla rappresentanza del 1946, essendo i candidati socialisti penalizzati nelle preferenze rispetto agli esponenti del PCI, sorretti dalla capillare e strutturata macchina organizzativa del loro partito.

L’anno successivo parte della corrente autonomista del PSI, capeggiata da Giuseppe Romita, uscì dal partito per unirsi nel dicembre 1949 a una parte dei socialisti democratici a loro volta usciti dal PSLI perché in polemica con il suo eccessivo centrismo, dando vita a un nuovo partito che prenderà il nome di Partito Socialista Unitario.

Nel maggio 1951 il PSLI e il PSU si riunificheranno nel Partito Socialista – Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista (PS-SIIS), che nel gennaio 1952 assume la denominazione di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).

Dopo la sconfitta elettorale del 1948 la lista del Fronte Democratico Popolare non venne più riproposta, ma il PSI rimase fedele alleato del PCI per ancora molti anni, accomunati dall’opposizione ai governi centristi egemonizzati dalla Democrazia Cristiana.

Insieme condussero nel 1949 la battaglia contro l’ingresso dell’Italia nella NATO. L’allora presidente del gruppo parlamentare socialista al Senato, il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, dichiarò il voto contrario del PSI all’adesione al Patto Atlantico perché inteso come uno strumento di guerra e in funzione antisovietica nell’intento di dividere l’Europa e di scavare un solco sempre più profondo per separare il continente europeo, sottolineando come il Patto Atlantico avrebbe influenzato la politica interna italiana con conseguenze negative per la classe operaia. In quella seduta difese anche la pregiudiziale pacifista del gruppo socialista, esprimendo solidarietà nei confronti dei compagni comunisti, a suo dire veri obiettivi del Patto Atlantico, concludendo con le seguenti parole:

«Oggi noi abbiamo sentito gridare “Viva l’Italia” quando voi avete posto il problema dell’indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l’indipendenza della Patria!»

PCI e PSI, seguendo le indicazioni che giungevano dal Cominform, agirono costantemente per contrastare il ruolo egemonico degli Stati Uniti d’America nel mondo occidentale, sostenendo la lotta dei paesi dell’Africa e dell’Asia contro le potenze coloniali.

Una grande battaglia parlamentare e di piazza venne ingaggiata dai due partiti contro la nuova legge elettorale maggioritaria del 1953, la cosiddetta legge truffa. Sandro Pertini pronunciò un duro intervento in Senato contro l’approvazione del provvedimento nella seduta del 10 marzo.

Preannunciata da Pietro Nenni al XXXI congresso di Torino del 1955, la svolta nella storia del PSI si concretizza nel XXXII Congresso di Venezia del 1957 quando anche a seguito della diversa valutazione dell’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956, che aveva portato ad una rottura col PCI, i socialisti cominciano a guardare favorevolmente a una collaborazione con la Democrazia Cristiana (DC). Si rafforza il nesso socialismo uguale democrazia e il PSI abbandona i legami con il blocco sovietico.

Il PSI condurrà comunque una forte battaglia al fianco del PCI contro il Governo Tambroni appoggiato dai neo-fascisti del Movimento Sociale Italiano.

Nel 1963 il PSI entra direttamente nel governo, con il primo esecutivo guidato da Aldo Moro, dopo aver già iniziato l’avvicinamento all’area di governo con l’astensione nei confronti dei precedenti governi Fanfani III, Fanfani IV e Leone I.

L’entrata al governo però causò una nuova spaccatura. La corrente di sinistra capeggiata da Lelio Basso, Dario Valori, Tullio Vecchietti e Vincenzo Gatto nel gennaio del 1964 uscì dal partito e diede vita a una nuova formazione politica che riprese il nome del PSI nel periodo 1943-1947 di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP).

Il 30 ottobre 1966 il PSI e il PSDI, dopo alcuni anni di comune presenza all’interno dei governi di centro-sinistra, decisero di riunificarsi nel Partito Socialista Unificato (PSU). Nelle successive elezioni politiche del 1968 il PSU conseguì il 14,48% dei voti alla Camera e il 15,22% al Senato, un pessimo risultato elettorale in quanto il nuovo partito perse il 5,46% dei voti alla Camera e il 5,14% al Senato rispetto alla somma dei voti ottenuti dai due partiti divisi nelle precedenti elezioni politiche del 1963 (Camera 19,94 = 13,84% PSI + 6,10 PSDI; Senato 20,36 = 14,01% PSI + 6,35 PSDI) perdendo complessivamente 29 deputati e 12 senatori, a tutto vantaggio della DC e del PRI da un lato e del PCI dall’altro, i quali videro aumentare i propri consensi.

Di conseguenza l’unità socialista entrò in crisi e il 28 ottobre 1968 il PSU riprese la denominazione di Partito Socialista Italiano mentre la componente socialdemocratica nel luglio 1969 prese il nome di Partito Socialista Unitario, che nel febbraio 1971 ridiventò Partito Socialista Democratico Italiano. I due partiti tornarono a concorrere con proprie liste autonome in occasione delle elezioni politiche del 1972, nelle quali il PSI conseguì il 9.61% dei voti alla Camera e il 10,71% al Senato mentre il PSDI il 5.14% dei voti alla Camera e il 5,36% al Senato.

Le divergenze tra socialisti e democristiani, che avevano fatto concludere anticipatamente la legislatura precedente, si mantennero anche dopo il voto, tanto che Giulio Andreotti formò un governo composto da DC, PSDI e PLI (quest’ultimo per la prima volta al governo dal 1957), con l’appoggio esterno del PRI e senza il sostegno del PSI. Il governo, che rappresentava un debole tentativo di ritorno al centrismo, cadde dopo un anno e Andreotti fu sostituito da Mariano Rumor, che ripropose la formula del centrosinistra. Dopo solo un anno tornarono a presentarsi dissensi nella coalizione di governo che decretarono la caduta di Rumor e il ritorno di Aldo Moro a guida di un governo centrista, ma sostenuto anche da socialisti e socialdemocratici.

La campagna referendaria sul divorzio contribuì a dividere ulteriormente il fronte dei partiti laici (capitanato da radicali e socialisti, ma in cui erano presenti anche socialdemocratici, repubblicani e liberali) dalla DC, il cui segretario dell’epoca Amintore Fanfani si era messo a capo dello schieramento antidivorzista, composto anche da varie associazioni cattoliche e dal Movimento Sociale Italiano (nonostante il suo segretario Giorgio Almirante avesse divorziato dalla prima moglie in Brasile) e con l’appoggio dichiarato delle gerarchie ecclesiastiche.

Fanfani aveva scelto di condurre sul referendum una battaglia campale, confortato in questo da tutto il suo partito, anche se la sinistra DC e il governo (compreso il presidente del Consiglio Mariano Rumor) rimasero in disparte durante la campagna referendaria. L’esito della consultazione fu perciò interpretato al di là del merito della questione come una dura sconfitta personale per Fanfani, visto come l’attore principale del fronte del «sì», che aveva cercato di sfruttare la campagna referendaria anche a fini prettamente politici, convinto che un’eventuale vittoria abrogazionista avrebbe frenato l’allora ascesa del PCI di Enrico Berlinguer, fra i maggiori esponenti del fronte del «no». La sconfitta antidivorzista rappresentò di fatto l’inizio della caduta politica di Fanfani, tra i più longevi protagonisti della Prima Repubblica. La successiva débâcle democristiana alle elezioni regionali del 1975 lo costringerà a lasciare la carica di segretario a Benigno Zaccagnini.

La vittoria del «no» al referendum convinse la maggioranza del PSI che i tempi erano maturi per l’alternativa di sinistra, ovvero per l’ingresso al governo del PCI con i socialisti e i partiti laici minori.

Nel luglio 1972 aderisce al PSI la gran parte degli esponenti del Movimento Politico dei Lavoratori (formazione politica di cattolici di sinistra candidatasi autonomamente alle elezioni politiche del 1972, raggiungendo lo 0,36% di voti alla Camera senza eleggere alcun deputato), tra cui Livio Labor, Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva e Marco Biagi (la corrente di sinistra dell’MPL promuove invece la nascita di Alternativa Socialista, poi confluita nel PdUP).

Tutti questi passaggi e queste scissioni danno un’idea del travaglio politico del PSI di quegli anni, periodo nel quale convivono nel partito due anime, ovvero una tendente a una maggiore coesione con il PCI (con l’idea che il PSI non sarebbe mai più andato al governo senza il PCI) e un’altra tendente a perseguire una politica di riforme progressive sulla scia dei partiti della socialdemocrazia europea.

All’epoca tra le file socialiste si fronteggiavano le posizioni di Francesco De Martino, tendente a intensificare i legami con i comunisti nella prospettiva dell’alternativa di sinistra, quelle di Giacomo Mancini, incline a ritagliare un ruolo autonomo del PSI tra democristiani e comunisti, quelle di Riccardo Lombardi, che auspicava un governo con un PCI socialdemocratizzato e quelle degli autonomisti, sostenitori delle riforme progressive e quindi più vicini a un’idea di tipo socialdemocratico in senso saragattiano (questi ultimi erano in minoranza quando Bettino Craxi venne eletto segretario).

Le elezioni amministrative e regionali del 15-16 giugno 1975 vedono per la prima volta al voto i diciottenni a seguito dell’entrata in vigore della legge di abbassamento della maggiore età da 21 a 18 anni. L’affluenza alle urne è del 92,8% degli aventi diritto. Si registra un forte avanzamento del PCI, ora al 33% e a soli 3 punti dalla DC. Il PCI governa in cinque regioni (Emilia, Toscana, Umbria, Piemonte e Liguria). Nascono le cosiddette «giunte rosse» nelle prime quattro città italiane:

  • Milano, con il sindaco Aldo Aniasi (PSI) fino al 12 maggio 1976, e con il sindaco Carlo Tognoli (PSI) fino al 1985;
  • Napoli, con il sindaco Maurizio Valenzi (PCI) fino al 1985;
  • Torino, con il sindaco Diego Novelli (PCI) fino al 1985;
  • Genova, con il sindaco Fulvio Cerofolini (PSI) fino al 1985;

a cui si aggiunge nel 1976

  • Roma, con il sindaco Giulio Carlo Argan (sinistra Indipendente) dal 9 agosto 1976 al 25 settembre 1979 e con il sindaco Luigi Petroselli (PCI) fino al 1981.

Il PSI ottiene modesti risultati, ma grazie agli accordi con il PCI riesce a ottenere i sindaci di Milano e Genova e importanti incarichi assessorili nelle giunte rosse.

Nel marzo 1976 si tenne a Roma il XL Congresso del PSI. Le correnti socialiste erano cinque:

  • area Francesco De Martino (42,7%);
  • area Giacomo Mancini (19,8%);
  • area Riccardo Lombardi (17,8%);
  • area Pietro Nenni (14%);
  • area Gino Bertoldi (5,7%).

La maggioranza venne costituita da un’alleanza fra De Martino e Mancini e prevedeva la nomina del primo alla carica di segretario.

Sotto la guida di De Martino il PSI ritira l’appoggio ai governi a guida democristiana con l’obiettivo di supportare la crescita elettorale del PCI al fine di arrivare a un esecutivo guidato dalle sinistre. De Martino scrisse che il PSI aveva una funzione politica a termine, cioè permettere la completa maturazione del PCI fino alla sua partecipazione diretta al governo. Una volta raggiunta tale maturazione, il PSI avrebbe esaurito la propria funzione.

Alle elezioni politiche del 1976 dopo una campagna elettorale svolta all’insegna dell’alternativa di sinistra alla DC ottenne gli stessi risultati elettorali del 1972, il punto più basso di sempre mai raggiunto dal PSI, con un’imprevista flessione negativa rispetto al precedente turno di elezioni amministrative e lo squilibrio elettorale col PCI che sfiora il 25%. In ogni caso dopo le elezioni politiche proprio grazie al PSI la sopraddetta alternativa era stata resa possibile in quanto vi fu il «non dissenso » di PSDI, PRI e DP, ma non l’assenso del PCI, fisso nella sua politica del «compromesso storico».

In questo contesto il comitato centrale del PSI, tenutosi all’Hotel Midas di Roma nel luglio 1976, ritira la fiducia a De Martino, eleggendo segretario nazionale l’allora quarantenne Benedetto Craxi, detto Bettino, in quel momento vicesegretario e membro di punta della corrente autonomista di Pietro Nenni. Nuovo vicesegretario sarà il dirigente siciliano Salvatore Lauricella della corrente demartiniana.

La scelta di Craxi, considerato un segretario di transizione in quanto esponente della corrente minoritaria del PSI, è legata anche a una rivolta generazionale dei cosiddetti «quarantenni», ovvero i luogotenenti dei vecchi leader del partito: Enrico Manca e il citato Lauricella della componente demartiniana, Claudio Signorile, Fabrizio Cicchitto e Gianni De Michelis della componente di sinistra lombardiana, con il beneplacito dell’anziano leader calabrese Giacomo Mancini.

Craxi, conscio della necessità di risvegliare l’orgoglio dei socialisti per garantire la permanenza in vita del Partito (primum vivere), inizia una politica di disturbo della strategia berlingueriana del compromesso storico, riproponendo con forza la proposta dell’alternativa di sinistra (il che gli garantisce il consenso della componente di sinistra del PSI), ma sulla base di una politica di autonomia dalla tradizione social-comunista, attaccando i legami ancora forti del PCI con l’Unione Sovietica e cercando un costante collegamento con i partiti socialisti e socialdemocratici europei.

Dal 30 marzo al 2 aprile 1978 si tiene a Torino il XLI Congresso del PSI in cui Craxi riuscì a farsi rieleggere segretario col 65% di voti, percentuale mai raggiunta prima da un segretario socialista, grazie al consolidamento del pur innaturale asse tra la sua corrente Autonomia Socialista di ispirazione nenniana e la sinistra lombardiana rappresentata da Claudio Signorile e Gianni De Michelis e con la benedizione dell’ex segretario Giacomo Mancini. L’opposizione era guidata dall’ex demartiniano Enrico Manca.

Il Congresso discute Il progetto socialista, un documento in cui si prefigura un’Italia volta ad un socialismo liberale e libertario, basato sull’affermazione dei diritti civili e il superamento della legislazione d’emergenza dovuta all’offensiva terroristica.

Il Congresso si svolge proprio durante i drammatici giorni del sequestro del leader democristiano Aldo Moro rapito il 16 marzo 1978 a Roma dalle Brigate Rosse. Nella sua replica al termine dei lavori congressuali Craxi si distacca dai sostenitori più intransigenti della ragion di Stato, affermando che essendo in gioco una vita umana non dovrebbero essere lasciati cadere alcuni margini ragionevoli di trattativa. Craxi respinge anche polemicamente le richieste avanzate dal leader repubblicano Ugo La Malfa riguardo alle dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone (la proposta di La Malfa era che il Parlamento eleggesse Moro prigioniero delle Brigate Rosse nuovo capo dello Stato) e ricorda al segretario repubblicano di essere stato uno dei grandi elettori di Leone.

Nei giorni successivi Craxi intensifica gli sforzi per favorire una «soluzione umanitaria» che consentisse la liberazione dello statista democristiano senza intavolare una vera e propria trattativa con il cosiddetto «partito armato», ma ipotizzando un atto autonomo di clemenza dello Stato nei confronti di un esponente brigatista non macchiatosi di omicidi. Tutto il PSI, con alcune eccezioni come quella dell’ex presidente della Camera Sandro Pertini, appoggiò questa linea del segretario, che si rifaceva alla tradizione del cosiddetto «umanesimo socialista» (si pensi alla più importante istituzione sociale milanese, la Società Umanitaria, risalente ai primi del XX secolo, alla quale collaborarono Turati, Osvaldo Gnocchi Viani e Emilio Caldara, primo sindaco socialista di Milano).

Craxi fu l’unico leader politico insieme ad Amintore Fanfani e Marco Pannella a dichiararsi contrario all’intransigente «linea della fermezza» che arrivava a sostenere la non riferibilità a Moro delle lettere inviate dallo statista democristiano dalla «prigione del popolo» brigatista perché plagiato dallo stato di soggezione fisica, morale e psicologica dovuto alla prigionia.

Il PSI si attirò addosso le pesanti critiche del cosiddetto «partito della fermezza», guidato innanzitutto dai comunisti e dal direttore del quotidiano La Repubblica Eugenio Scalfari, peraltro ex-parlamentare socialista.

La politica si divise in due fazioni. Da una parte vi era il fronte della fermezza composto dalla DC, dal PSDI, dal PLI e con particolare insistenza dal Partito Repubblicano (il cui leader Ugo La Malfa proponeva il ripristino della pena di morte per i terroristi), che rifiutava qualsiasi ipotesi di trattativa; PCI e MSI, anche se con atteggiamenti diversi, erano gli estremi del «no» alla trattativa.[80] Nel fronte possibilista spiccavano Bettino Craxi e la gran parte dei socialisti, i radicali, la sinistra non comunista, i cattolici progressisti come Raniero La Valle e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Tuttavia all’interno di entrambi i due schieramenti vi erano delle posizioni in dissenso con la linea ufficiale. Per esempio, una parte della DC era per il dialogo, tra cui il presidente della Repubblica Giovanni Leone (pronto a firmare eventuali richieste di grazia) e il presidente del Senato Amintore Fanfani, nel PCI Umberto Terracini era per un atteggiamento «elastico», tra i socialdemocratici Giuseppe Saragat era in dissenso dalla posizione ufficiale del segretario Pier Luigi Romita mentre tra i socialisti Sandro Pertini dichiarò di non voler assistere al funerale di Moro, ma neppure a quello della Repubblica.

Secondo il fronte della fermezza la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, non solo per l’acquiescenza a condizioni imposte dall’esterno, ma per la rinuncia all’applicazione delle sue leggi e alla certezza della pena. Una trattativa coi rapitori inoltre avrebbe potuto creare un precedente per nuovi sequestri, strumentali al rilascio di altri brigatisti o all’ottenimento di concessioni politiche e più in generale una trattativa con i terroristi avrebbe rappresentato un riconoscimento politico delle Brigate Rosse mentre i metodi intimidatori e violenti e la non accettazione delle regole basilari della politica ponevano il terrorismo al di fuori del dibattito istituzionale, indipendentemente dal merito delle loro richieste.

Prevalse il primo orientamento, anche in considerazione del gravissimo rischio di ordine pubblico e di coesione sociale che si sarebbe corso presso la popolazione, in particolare presso le forze dell’ordine, che in quegli anni avevano pagato un tributo di sangue altissimo a causa dei terroristi, anche perché durante i due mesi del sequestro Moro le Brigate Rosse continuarono a spargere sangue nel Paese, uccidendo gli agenti di custodia Lorenzo Cotugno (a Torino, l’11 aprile) e Francesco Di Cataldo (a Milano, il 20 aprile).

Tuttavia papa Paolo VI e il segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim continuarono ad appellarsi alle Brigate Rosse per la liberazione del prigioniero mentre Craxi, sulla scorta di una risoluzione della direzione del suo partito, incaricò Giuliano Vassalli di trovare nei fascicoli pendenti il nome di qualche brigatista che non si fosse macchiato di atti di sangue e che potesse essere rilasciato per motivi umanitari. Il tragico epilogo con cui si concluse il sequestro Moro anticipò comunque una presa di posizione definitiva da parte del mondo politico.

Già a partire dal 41º congresso il PSI si rinnova nell’immagine e nell’ideologia, con il nuovo simbolo del partito che diventa (accanto a falce, martello, sole e libro del simbolo precedente) il garofano rosso, in omaggio alla tradizione iconografica ottocentesca pre-bolscevica e alla rivoluzione portoghese dei garofani del 1974.

L’8 luglio 1978, in seguito alle dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, dopo un’estenuante battaglia parlamentare Craxi riuscì a far convergere un gran numero di voti sul nome di Sandro Pertini, primo esponente del partito socialista a salire al Quirinale, che ottenne l’appoggio determinante del PCI, che riteneva l’anziano partigiano socialista non favorevole al nuovo corso craxiano in quanto legato a una concezione tradizionale della sinistra.

Nell’agosto 1978 appare sul settimanale L’Espresso un ampio articolo dal titolo Il Vangelo Socialista, le cui idee rielaborano quelle presenti in un testo fatto pervenire a Craxi da Luciano Pellicani, docente di sociologia politica, in analogia con quello da questi già presentato in una raccolta di contributi in onore di Willy Brandt. Il pezzo, cofirmato da Craxi, sancisce la svolta ideologica del PSI con l’apertura di un percorso culturale, distinto da quello del PCI, che prendendo le mosse da Pierre Joseph Proudhon, smarca il PSI dal marxismo, rivalutando il socialismo liberale di Carlo Rosselli. L’abbandono della concezione dottrinale del marxismo era stato già effettuato dalla SPD durante il congresso di Bad Godesberg del 1959. La stessa trasformazione avviene in seno agli altri partiti socialisti europei e negli anni 1980 si svolge così anche nel PSI.

Per acquisire credibilità a livello internazionale e candidarsi alla guida della sinistra italiana, al pari con i grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei, il gruppo dirigente di Craxi sostenne un nuovo corso che liberasse il partito dal marxismo, secondo i craxiani ormai non più al passo di una realtà sociale ed economica del tutto diversa da quella ottocentesca e della prima metà del XX secolo. Il PSI avrebbe inoltre dovuto dimenticare il suo ruolo di ponte tra DC e PCI e andare all’assalto per demolirlo del compromesso storico.

Il nuovo corso socialista avrebbe anche dovuto chiarire che il capitalismo, sistema economico-politico che i socialisti autonomisti craxiani preferivano chiamare «di libero mercato», fosse perfettamente compatibile con i propri valori. Sotto la sigla del Lib/Lab, nome del saggio redatto da Bettiza e Intini nel 1979, il PSI e L’Avanti! lanciarono un dibattito con personalità del mondo liberale, repubblicano e laico come Enzo Bettiza, Giovanni Spadolini e Massimo Pini, cercando di rendere popolare tra i militanti socialisti, attraverso la propaganda e la divulgazione, non più soltanto la socialdemocrazia, ma con un ulteriore passo avanti il liberalsocialismo,[89] dal momento che ancora ai tempi del Midas l’accusa di socialdemocrazia appariva infamante a molti dentro al PSI. Da allora il termine «liberalsocialismo» entrò stabilmente nel linguaggio del PSI, significando che sempre secondo i craxiani tra il socialismo e il libero mercato non esisteva nessuna contraddizione e ponendo così la base per la collaborazione nei futuri governi di Quadripartito e di Pentapartito.

Pertanto già nei primi mesi della segreteria Craxi ci fu l’iniziativa di un revisionismo e rinnovamento ideologico del partito, di cui Luciano Pellicani, che all’epoca era il direttore della rivista socialista Mondo Operaio, ne fu l’anima. Con la rivalutazione del pensiero socialista libertario rispetto al marxismo, che culminò nel saggio di Craxi su L’Espresso nel quale si sottolineava tutte le ragioni che conducevano a una sostanziale differenza tra comunismo burocratico e totalitario e socialismo democratico e liberale, condannando senza appello il leninismo: «La profonda diversità dei «socialismi» apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono due concezioni opposte. Infatti c’era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali. […] La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo è, in sintesi, il grande paradosso del leninismo. Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? […] [Invece si] è reso onnipotente lo Stato. […] Il socialismo non coincide con lo stalinismo, […] è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento».

Ciò non fece che acuire i contrasti con il PCI, già manifestatisi aspramente sulla gestione del sequestro Moro.

Craxi si presentò agli italiani in una maniera totalmente nuova in quanto da un lato prese esplicitamente le distanze dal leninismo rifacendosi a forme di socialismo non autoritario e dall’altro si mostrò attento ai movimenti della società civile e alle battaglie per i diritti civili, sostenute dai radicali, curò la propria immagine attraverso i mass media e mostrò di non disdegnare la politica-spettacolo.

Nello stesso tempo la gestione del PSI cominciò ad essere accentrata nelle mani del leader, «il partito di Craxi», a cui tutti i notabili ormai si richiamavano. Questo provocò quella che fu detta una mutazione genetica nella base del Partito Socialista Italiano e nel suo elettorato, attratto più dalle capacità leaderistiche di Craxi che dal partito stesso. Con conseguenze che dopo le vicende di Tangentopoli saranno fatali per la sinistra italiana, che alle Eeezioni politiche del 1994 porteranno l’elettorato socialista craxiano, ma anche molti dirigenti socialisti tra i quali Gianni Baget Bozzo, Margherita Boniver, Renato Brunetta, Fabrizio Cicchitto, Franco Frattini e la stessa Stefania Craxi, ormai imbevuti di anticomunismo e antisinistrismo, ad abbandonare rapidamente il PSI e a riversarsi nello schieramento di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi.

Il primo gennaio 1980 alle 3:20 del mattino muore il mentore e padre spirituale di Craxi, il leader del socialismo italiano Pietro Nenni. Gli subentra nella carica di presidente del partito Riccardo Lombardi, che la manterrà per due anni fino ad un contrasto con la segreteria Craxi che lo porterà alle dimissioni.

Nel 1980, vista l’indisponibilità del PCI a perseguire l’alternativa di sinistra e la scelta della maggioranza della DC di non proseguire nei cosiddetti «governi di larghe intese», con la partecipazione dei comunisti alla maggioranza di governo (ma senza la presenza di loro rappresentanti nell’esecutivo), si inaugura la stagione dei governi di Pentapartito, costituito dal PSI insieme a DC, PSDI, PLI e PRI.

Dopo i primi due governi a presidenza laica guidati dal repubblicano Giovanni Spadolini nel 1981 e nel 1982, nel 1983 nasce il primo governo a guida socialista e Craxi è il primo presidente del Consiglio socialista della storia d’Italia.

Avviò una campagna per la governabilità assumendo toni sempre più decisionisti, con quella che nei giornali sarà chiamata la «grinta» di Craxi. Vi fu anche chi la presentò come l’unica forma di alternativa fino a quando vi fosse stata una «democrazia bloccata» dalla presenza del più grande partito comunista dell’Occidente.

Riferendosi alla prima elezione per acclamazione mai avvenuta per un segretario del PSI (congresso di Verona, 1984), lo storico Giuseppe Tamburrano così criticò in seguito i modi di gestione di Craxi del partito e delle relazioni con il gruppo dirigente: «Nel PSI vi fu il capo investito direttamente dal Congresso (con una riforma dello Statuto proposta e preparata da me, la quale però prevedeva anche la contestuale elezione congressuale della direzione per bilanciare il potere del leader che fu ovviamente rinviata). Bettino, che aveva oltre all’investitura congressuale un personale carisma, dispensava con un sistema di tipo feudale benefici (cariche) in cambio di risorse e di voti, nel partito e soprattutto alle elezioni. Si crearono così dei veri e propri potentati con un potere relativamente autonomo (come i signori del sistema feudale)».

Nel 1985 il PSI rimuove definitivamente la falce, il martello, il sole e il libro dal proprio simbolo per rimarcare la sua intenzione di costruire una sinistra alternativa e profondamente riformista guidata dal PSI e non più egemonizzata dal PCI.

L’elettorato premia questa scelta con la percentuale di consensi chesale dal 9,8% ottenuto nel 1979 al 14,3% nel 1987. Il PSI però è ancora ben lontano dal rappresentare una guida della sinistra alternativa al PCI, il quale ottiene nel 1987 il 26,6% dei voti.

Con la caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989 e la fine del regime comunista nell’Unione Sovietica e nei Paesi dell’ex-blocco sovietico, reputando imminente una conseguente crisi del PCI in Italia, Craxi lancia l’idea dell’Unità Socialista allo scopo di superare la scissione di Livorno del 1921 determinata all’epoca proprio dai diktat sovietici e di ricostituire l’unità della sinistra italiana, inserendola nella tradizione del socialismo democratico dell’Europa occidentale.

La proposta è rivolta al PSDI, essendo ormai superate le motivazioni politiche della scissione di Palazzo Barberini del 1947, e alla componente migliorista del PCI, auspicando che quest’ultima riesca a convincere la maggioranza del partito ad aderire al progetto.

Craxi dimostrerà così una certa lungimiranza in quanto il PCI, perso il suo storico riferimento a livello internazionale, si divide tra coloro che daranno vita al più moderato e riformista Partito Democratico della Sinistra e i militanti che non accettando di non definirsi più comunisti confluiranno nel Partito della Rifondazione Comunista.

Anche i primi riscontri elettorali da parte del PSI paiono incoraggianti, poiché alle elezioni regionali del 1990 i socialisti si portano al 15,3% come media nazionale.

In questo periodo l’immagine del partito viene quasi a coincidere con quella del suo leader, tanto che molti politici, scrittori e giornalisti parleranno di «craxismo».

La vita interna al partito registra una dialettica sempre più asfittica e la gestione amministrativa nella quale Rino Formica aveva abbandonato il suo ruolo di tesoriere a favore di Vincenzo Balzamo vede una preponderanza del segretario politico, riflesso della sua stragrande maggioranza all’interno del congresso. Il ruolo di garante tra le correnti del segretario amministrativo viene meno con la totalitarietà del consenso craxiano e il segretario amministrativo si riduce a mero esecutore delle direttive che sempre più puntualmente gli rivolge il segretario politico.

In seguito allo scandalo di Tangentopoli del 1992, sollevato dalla magistratura milanese con l’inchiesta denominata mani pulite che coinvolse pesantemente tutti i partiti della Prima Repubblica, il partito entrò in crisi e dopo le dimissioni di Craxi cambiò rapidamente diversi segretari fino al suo definitivo sfaldamento in vari partitini e movimenti.

Alle elezioni politiche dell’aprile 1992 il PSI raccolse il 13,5% dei consensi, perdendo lo 0,65% rispetto alle elezioni precedenti e 1,8% rispetto alle elezioni regionali del 1990, con l’elezione di 92 deputati e 49 senatori.

Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro chiese a Craxi come segretario del PSI una terna di candidati per l’incarico di presidente del Consiglio e ne ricevette l’indicazione di Amato, De Michelis o Martelli, così proposti «non solo per motivi di ordine alfabetico». La presidenza del Consiglio venne così affidata a Giuliano Amato, ma il governo durò meno di un anno, indebolito dalle critiche sul finanziamento pubblico dei partiti e soprattutto dalla sconfitta dei partiti di governo ai referendum del 18 e 19 aprile 1993 promossi dai Radicali. In particolare i cittadini si espressero a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti con una maggioranza del 90,30%.

Al logoramento seguì il crollo del sistema, puntellato fino alla caduta del muro di Berlino dalla guerra fredda, ma che tolto questo sostegno iniziò ad andare in pezzi. Già durante tutto il decennio precedente alcuni dirigenti del PSI erano stati coinvolti, assieme ad esponenti di altri partiti, funzionari pubblici e imprenditori, in vicende legate a prassi gestionali imputate da anni alla generalità del sistema dei partiti: tra gli scandali che diedero luogo ad inchieste penali a carico di esponenti del partito vi furono quello di Torino (caso Zampini del febbraio 1983, con un primo coinvolgimento dell’esponente nazionale Giusi La Ganga), quello di Savona (caso Teardo del giugno 1983, con l’arresto dell’esponente socialista ligure per associazione a delinquere finalizzata ad intimidire gli imprenditori renitenti alla «mazzetta»), quello di Brindisi (caso Trane del giugno 1987, con l’arresto del segretario del ministro dei Trasporti, Claudio Signorile, per tangenti che riguardavano l’aeroporto di Venezia e alcuni scali ferroviari), quello di Viareggio (nell’estate del 1987, con l’arresto per tangenti di alcuni amministratori locali compreso Walter De Ninno, funzionario della segreteria nazionale del PSI) e quello di Trento (il giudice Carlo Palermo nel giugno del 1983 iniziò con alcune perquisizioni ad indagare su forniture d’armi all’Argentina e a proposito della cooperazione in Somalia e Mozambico, in cui sarebbero stati coinvolti Paolo Pillitteri e Ferdinando Mach di Palmstein).

Furono individuati dal vertice craxiano come i responsabili delle vicende di Tangentopoli il «partito dei giornali» con Agnelli, De Benedetti e Gardini che li controllavano quasi completamente, il «partito dei magistrati» con il pool di mani pulite che si materializzò a Roma e a Milano, coadiuvati dal PCI-PDS, che avrebbe agito con l’intento di liquidare il PSI e soprattutto Craxi, per prenderne il posto in Italia e nell’Internazionale Socialista[104]. Massimo D’Alema avrebbe confermato questo disegno nel libro-intervista D’Alema: la prima biografia del segretario del PDS, edito da Longanesi nel 1995:

«Dovevamo cambiare nome. Non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista. Come uscire da quel canyon? Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affaristico avvinghiato al potere democristiano. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia.»

Nel maggio 1992 arrivarono i primi avvisi di garanzia a molti parlamentari di vari partiti, tra cui spiccavano i nomi di due ex sindaci socialisti di Milano, tra cui Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, cognato di Craxi.

Il 2 settembre 1992 il deputato socialista Sergio Moroni, raggiunto da due avvisi di garanzia per ricettazione, corruzione e violazione della legge sui finanziamenti ai partiti, si suicidò, lasciando una lettera-testamento indirizzata all’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano, nella quale denunciava:

«[S]tiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono l’espressione. Al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Eppure non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito delle “decimazioni” in uso presso alcuni eserciti, e per alcuni versi mi pare di ritrovarvi dei collegamenti. Né mi è estranea la convinzione che forze oscure coltivano disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la “pulizia”. Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole.»

L’amministratore del partito Vincenzo Balzamo venne colpito da infarto miocardico esteso e operato d’urgenza il 26 ottobre dopo aver ricevuto avvisi di garanzia per ricettazione, corruzione e violazione della legge sui finanziamenti ai partiti. Balzamo morì all’Ospedale San Raffaele di Milano la mattina del 2 novembre 1992 all’età di 63 anni.

Intanto Claudio Martelli prese definitivamente le distanze da Craxi, fondando all’interno al PSI il gruppo di Rinnovamento Socialista.

Il 26 novembre 1992 l’Assemblea Nazionale del PSI si divise per la prima volta dopo undici anni di sostanziale unanimismo craxiano. Vennero presentati tre documenti: da parte di Giuseppe La Ganga a sostegno della piena solidarietà a Craxi, da Mauro Del Bue a sostegno delle posizioni di Martelli, e da Valdo Spini. Al primo andarono 309 voti (63%), al secondo 160 (33%) e a Spini 20 (4%). Craxi restò ancora saldamente alla guida del partito, tuttavia, per la prima volta, con una maggioranza più ristretta, a causa della defezione del gruppo di Martelli.

Nel dicembre del 1992 il segretario del PSI ricevette il suo primo avviso di garanzia.

Il 26 gennaio 1993 i «quarantenni» del partito, organizzati da poco nella corrente Alleanza Riformista, promossero la manifestazione nazionale Uscire dalla crisi. Costruire il futuro. Ad aprire la manifestazione fu il Presidente della Regione Emilia-Romagna Enrico Boselli. Il 31 gennaio fu invece il gruppo di Valdo Spini a promuovere l’assemblea aperta Il rinnovamento del PSI.

L’11 febbraio 1993 Craxi si dimise da segretario del PSI, dopo rivelazioni sul conto protezione che lo coinvolgevano, insieme al suo ex delfino Claudio Martelli, nell’accusa di bancarotta fraudolenta. Lo stesso Martelli in quel momento era in lizza per succedere a Craxi come segretario, ma la notizia dell’avviso di garanzia lo spinse a dimettersi dal governo e dal PSI.

All’Assemblea Nazionale del 12 febbraio venne quindi eletto segretario l’ex-segretario nazionale della UIL Giorgio Benvenuto, battendo il candidato alternativo Valdo Spini che ricevette 223 voti (42%). Presidente del partito fu eletto Gino Giugni.

Il 22 aprile 1993 il Governo Amato, falcidiato dalle continue dimissioni di ministri e sottosegretari, man mano che questi venivano raggiunti da avvisi di garanzia, annunciò le dimissioni.

Gli successe il 28 aprile 1993 il Governo Ciampi che, inizialmente, vide anche la partecipazione di tre ministri post-comunisti del Partito Democratico della Sinistra.

Il 29 aprile 1993, dopo una veemente autodifesa di Craxi, che tra l’altro chiamò nuovamente in causa tutti i suoi colleghi parlamentari, la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione a procedere contro il premier socialista. Il 30 aprile 1993, subito dopo una manifestazione a Roma in piazza Navona per contestare il voto parlamentare in favore di Craxi, nella quale intervennero il segretario del PDS Achille Occhetto, Francesco Rutelli all’epoca capogruppo alla Camera della Federazione dei Verdi e l’ex-magistrato Giuseppe Ayala, all’epoca deputato eletto nella lista del Partito Repubblicano Italiano, che incitarono i presenti alla protesta, avvenne la contestazione pubblica in largo Febo, davanti all’uscita dall’Hotel Raphael contro l’ex Presidente del Consiglio, con il famoso lancio di monetine ed i cori irridenti all’indirizzo di Craxi.

Dopo appena cento giorni dalla sua nomina a Segretario del PSI, durante i quali il 4 maggio aveva ottenuto dall’esecutivo del PSI che gli inquisiti fossero sospesi da ogni attività di partito, Benvenuto si dimise, anche a causa del continuo ostruzionismo degli ultimi craxiani al suo progetto di rinnovamento del PSI. Gli veniva rimproverato di voler abbandonare Craxi al suo destino, proprio nel momento di maggior attacco nei suoi confronti da parte del PDS, ovvero quel partito con cui egli avrebbe voluto che il PSI si alleasse. Anche Giugni si dimise, ma venne riconfermato nel suo ruolo di Presidente del PSI.

Il 28 maggio l’Assemblea nazionale elesse l’ex-segretario nazionale aggiunto della CGIL Ottaviano Del Turco nuovo segretario nazionale del PSI. Il gruppo di Spini presentò un documento alternativo.

Il giorno dopo nacque il gruppo di Rinascita Socialista guidato da Benvenuto e Enzo Mattina, che via via si defilarono dal PSI. Benvenuto poi lasciò il partito e fu uno dei fondatori del movimento politico di Alleanza Democratica.

Nelle elezioni amministrative del 6 giugno 1993 molti voti passarono dai partiti tradizionali alla Lega Nord e al Movimento Sociale, due partiti anti-sistema che si presentavano agli elettori come immuni dal finanziamento illecito e dalla corruzione.

Il PSI uscì decimato: a Milano, vecchia roccaforte del socialismo e poi del craxismo, il PSI candidò il sindaco uscente Giampiero Borghini che ricevette solo un catastrofico 2,2%. Nelle altre grandi città la situazione non fu migliore e a Torino, dove il PSI era in alleanza coi socialdemocratici, raccolse l’1,8%; a Catania, dove la DC faticosamente tenne, il PSI non si presentò nemmeno.

Queste elezioni, per quanto limitate a un campione non rappresentativo di tutto l’elettorato italiano, indicavano l’imminente collasso del Partito Socialista. Grazie al voto del sud, comunque, il PSI era al 5% su base nazionale. Tuttavia al nord il PSI era svanito, schiacciato da una Lega dirompente e un PDS in crescita.

Ottaviano Del Turco sconfessò la posizione difensiva di Craxi e rifiutò di raccogliere la sua indicazione di alcuni conti bancari esteri. Per salvare il partito decise di non candidare tutti gli esponenti accusati di corruzione.

Il 16 dicembre si tenne l’ultima Assemblea Nazionale del PSI nella quale Craxi prese la parola. I craxiani tentarono di riprendere il controllo del partito. All’ordine del giorno c’era la proposta di cambiamento del nome e del simbolo: da PSI a PS e dal garofano alla rosa, riferimento al simbolo del socialismo europeo. L’intervento di Craxi fu in difesa di tutti i socialisti nella sua stessa condizione di indagato o rinviato a giudizio e contro quella parte del gruppo dirigente che sosteneva di voler portare avanti una forma di rinnovamento attraverso l’emarginazione dei craxiani e l’ancoramento definitivo del partito al nascente polo progressista. La maggioranza del PSI si schierò con Del Turco con 156 voti contro i 116 pro Craxi.

Intanto il partito del Garofano, già nel mirino delle inchieste giudiziarie, dovette anche affrontare una drammatica situazione finanziaria: il deficit era pari a 70 miliardi di lire ed era presente una galassia di debiti pari a circa 240 miliardi di lire. Nell’agosto 1993 il partito, per morosità, dovette lasciare la sede storica di Via del Corso, divenuta nell’ultimo periodo uno dei simboli del potere craxiano. La crisi finanziaria costrinse il PSI a chiudere le riviste storiche di Mondoperaio e Critica Sociale. Anche il quotidiano Avanti! dovette chiudere i battenti e la direzione nazionale del partito a Roma si trasferì nei locali di Via Tomacelli, già sede dell’Avanti! e del centro Mondoperaio.

Molti craxiani come Ugo Intini, Margherita Boniver e Franco Piro non condivisero le scelte di Del Turco e sostennero la nullità dell’assemblea nazionale del 16 dicembre 1993, a loro parere convocata senza il numero legale, nonché delle decisioni assunte in quella sede con la convocazione degli Stati Generali per la Costituente Socialista, riunione non prevista dallo statuto, la sostituzione del garofano con la rosa e l’apertura al PDS.

Quindi questi esponenti lasciarono il partito ed il 28 gennaio 1994 diedero vita alla Federazione dei Socialisti, che alle successive elezioni politiche si presentò congiuntamente con il PSDI dando luogo alla lista Socialdemocrazia per le Libertà.

Il 29 gennaio 1994 Del Turco celebrò gli Stati Generali per la Costituente Socialista, con ospite il presidente dell’Internazionale Socialista, il francese Pierre Mauroy, affermando che il partito sarebbe rimasto a sinistra alleandosi con il Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto.

In occasione delle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994, le prime con il sistema elettorale maggioritario del Mattarellum, il PSI partecipò alla coalizione di sinistra Alleanza dei Progressisti promossa in primo luogo dagli ex comunisti del PDS, con l’indicazione come presidente del Consiglio del suo segretario Achille Occhetto, che però perse le elezioni, vinte dal nuovo partito Forza Italia fondato poco prima delle elezioni da Silvio Berlusconi, in coalizione con la Lega Nord nell’Italia settentrionale e con il Movimento Sociale Italiano nel Centro-sud dell’Italia.

Il PSI sperava di superare la soglia di sbarramento del 4% dei voti, il che gli avrebbe consentito di eleggere propri parlamentari anche nella quota proporzionale, ma raccolse solo il 2,5% dei consensi, pari a circa 800 000 voti. I socialisti riuscirono comunque a eleggere 14 deputati nei collegi uninominali per la Camera, contro i 92 eletti nella precedente legislatura del 1992 con il sistema elettorale proporzionale, oltre a 9 senatori.

I deputati del PSI, non avendo i numeri per costituire un gruppo parlamentare autonomo, entrarono a far parte del gruppo unitario di sinistra denominato Progressisti – Federativo. Al Senato invece riuscirono a costituire un gruppo autonomo, grazie all’adesione del senatore a vita Francesco De Martino, ex segretario nazionale del PSI.

La partecipazione dei socialisti nella coalizione di Occhetto non è stata comunque scontata. Durante gli anni del crollo meravigliò un’improvvisa sortita di Craxi ancora segretario, ma investito dallo sgretolamento del sistema quando disse: «Se proprio i comunisti non potranno essere fermati, abbiamo una carta di riserva. Bisogna che Berlusconi entri in politica personalmente». La discesa in campo, come auspicato da Craxi, del futuro fondatore di Forza Italia e presidente del Consiglio venne confermata più tardi nel 1994 e nella imminenza delle elezioni politiche durante una telefonata a Ugo Intini di Silvio Berlusconi, dove questo disse: «Speriamo che si riesca a far ragionare Segni e che si decida a guidare uno schieramento per battere Occhetto. Se no, tenterò io direttamente».

Alle successive elezioni europee del 1994, tenutesi con il sistema proporzionale senza soglie di sbarramento, il partito creò la lista Democratici per l’Europa assieme ad Alleanza Democratica, che raccolse l’1,8% ed elesse al Parlamento europeo gli esponenti socialisti Riccardo Nencini e Elena Marinucci.

A seguito del deludente esito delle elezioni, Del Turco rassegnò le dimissioni da segretario. Il 21 giugno 1994 il Comitato direttivo del PSI prese atto delle sue dimissioni e col voto di tutti i presenti, tranne quelli di Manca e Cicchitto, nominò Valdo Spini coordinatore nazionale, affidandogli il compito di organizzare entro il successivo mese di settembre il Congresso straordinario del partito.

Tuttavia Spini, ormai convinto della necessità che il PSI dovesse cambiare completamente la propria identità, eliminando anche il nome di «Socialisti», che nell’immaginario collettivo, a causa anche del continuo insistere dei media e della satira politica sul ruolo del PSI nelle vicende di Tangentopoli, era ormai diventato sinonimo di corruzione, convocò il 26 luglio 1994 una riunione per promuovere la Costituente laburista. Il 5 novembre 1994 a Firenze venne quindi costituita la Federazione Laburista, alla quale aderì la grande maggioranza dei parlamentari eletti nelle liste socialiste, che uscirono quindi dal PSI, determinando così il definitivo tracollo finanziario del Partito, privato anche del contributo mensile dei deputati e senatori socialisti.

Appena una settimana dopo, il 13 novembre 1994, si tenne presso la Fiera di Roma, in un clima di forte tensione, ma anche di quasi rassegnazione, il XLVII Congresso dello storico partito del socialismo italiano, composto dai delegati socialisti che avevano deciso di non seguire Spini nel nuovo partito laburista.

Si confrontarono due posizioni: quella maggioritaria, sostenuta dall’ex-segretario del PSI Ottaviano Del Turco e da Enrico Boselli che a causa della disastrosa situazione finanziaria del partito proponeva la sua messa in liquidazione, con la nomina di un commissario liquidatore nella persona di Michele Zoppo, già liquidatore dell’Avanti! e immediatamente dopo la costituzione di una nuova formazione politica denominata Socialisti Italiani. La mozione minoritaria era contraria allo scioglimento del PSI ed era sostenuta da Fabrizio Cicchitto e da Enrico Manca, che poi diedero vita al Partito Socialista Riformista.

La maggioranza dell’Assemblea, preso atto della gravissima crisi politica e dell’insostenibile situazione finanziaria in cui versava il partito, decise la messa in liquidazione del PSI e di fatto il suo scioglimento.

Fu una scelta dolorosa, dovuta principalmente a motivi economici. L’enorme situazione debitoria del partito e lo sfaldamento del gruppo dirigente dell’epoca craxiana, il venir meno del finanziamento interno dal tesseramento e dalle contribuzioni di parlamentari e amministratori locali, fece sì che le sezioni e le sedi del PSI venissero pignorate da banche e creditori.

Lo stesso ex segretario Del Turco subì il pignoramento di alcune sue proprietà immobiliari ereditate dai genitori in Abruzzo.

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