Centrosinistra

Governo Prodi II: ventunesimo mese


Governo Prodi II: ventunesimo mese

Romano Prodi

L’Udeur passa all’opposizione. Il leader del partito Clemente Mastella giustifica la decisione con la mancata solidarietà politica del governo verso di lui e verso l’Udeur stesso. «Lasciamo la maggioranza, è finita un’ esperienza. Si vada alle elezioni». Alle sei e trentacinque di ieri sera Mastella stacca la spina alla coalizione, scrive una lettera a Prodi e annuncia che «se ci sarà da votare sulla fiducia, voteremo contro. Io non tratto e non negozio. Dico basta e mi riprendo la mia autonomia di uomo, di politico, di cittadino». Il governo perde un pezzo, piccolo ma determinante al Senato, e si avvia verso la crisi. Prodi non è ancora andato al Quirinale, anche se naturalmente ieri ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Repubblica a cui ha comunicato la decisione di Mastella di lasciare la maggioranza.

A seguito del passaggio dell’Udeur all’opposizione, il Presidente Prodi relaziona alla Camera dei Deputati la situazione di politica generale, e pone la questione di fiducia, dichiarando che successivamente farà lo stesso in Senato (dove, dopo il ritiro dell’Udeur, il governo non dovrebbe più avere i numeri sufficienti). Un incoraggiamento ad andare avanti sulla linea Milano-Roma. Saranno in piazza per invitare il premier Romano Prodi a resistere: i consiglieri regionali del centrosinistra, tra loro anche il coordinatore dell’ Unione Riccardo Sarfatti, il capogruppo dei Verdi Carlo Monguzzi, quello di Rifondazione Mario Agostinelli, sono in piazza San Babila oggi pomeriggio alle 17 e chiedono di essere con loro «a tutti quelli che credono nel lavoro svolto sino ad oggi dal governo Prodi e dalla maggioranza dell’ Unione e negli importanti progetti che si possono realizzare da qui alla fine della legislatura nell’ interesse degli italiani». Un appoggio al Governo, nel difficile momento della fiducia chiesta alle Camere, che i consiglieri spiegano così: «Le parole di Prodi alla Camera sono le nostre parole, e le rilanceremo insieme a un chiaro: “Prodi resisti!”. Dopo il risanamento economico, siamo pronti a diminuire le tasse e ad aumentare i redditi dei lavoratori».

Dopo l’intervento di Giorgio Napolitano in mattinata a Montecitorio per il 60º anniversario della Costituzione repubblicana, il Capo dello Stato incontra Prodi al Quirinale. Nel tardo pomeriggio, la Camera dei Deputati rinnova (con 326 sì e 275 no) la fiducia al governo. Pressing fallito e alla fine della giornata il Partito democratico si è rimesso, buono buono, nella carreggiata di Romano Prodi. Walter Veltroni l’ ha detto allo stato maggiore del Pd riunito al loft in serata: «Adesso siamo stretti a Prodi, lo seguiremo nelle sue decisioni». Parole pronunciate a malincuore visto che il sindaco (e Rutelli e D’ Alema ed Enrico Letta) hanno cercato fino all’ ultimo di convincere il premier a seguire la strada suggerita da Giorgio Napolitano: dimettersi prima del voto del Senato dopo aver incassato l’ onore delle armi della fiducia alla Camera. In nome di che cosa? Di una soluzione alternativa alle elezioni anticipate, ossia di un governo istituzionale per fare la legge elettorale. Ma il Professore, in una riunione con una parte dei ministri della sua squadra a Montecitorio, aveva commentato il pressing con una battuta stizzita: «E perché mi dovrei preoccupare io del dopo-Prodi quando nessuno si è occupato del mio governo?».

Il Senato nega la fiducia al governo: 156 sì, 161 no, un astenuto (ma al Senato l’astensione ha gli stessi effetti di un voto contrario). Decisivi i diniani e Mastella. Il discorso del premier: “L’Italia non può restare senza governo”. In serata Prodi ha presentato al presidente della Repubblica le dimissioni. I primi a salire il Colle saranno i presidenti di Camera e Senato. Berlusconi: “Al voto”. Veltroni contrario. Rissa in Aula tra esponenti dell’Udeur: Cusumano dichiara il suo sì al governo, e Barbato gli si scaglia contro. Un tifo da stadio, con slogan, bandiere, cori e applausi, ha accolto il ritorno di Romano Prodi in via Gerusalemme a Bologna. Molti simpatizzanti, alcuni allertati anche da un tam tam di sms, si sono ritrovati sotto la casa del presidente del Consiglio.’Non me l’aspettavo – ha ammesso Prodi – e mi fa un grande piacere perche’ sono stati giorni, come potete immaginare, non facili. Vedere quelli che ti vogliono bene e’ davvero importante’.

Il Presidente della repubblica inizia le consultazioni convocando i presidenti del Senato, Franco Marini, e della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti. Le consultazioni presidenziali proseguono nei giorni successivi. Crisi veloce, incarico-lampo. Napolitano tenta di tagliare i tempi per imprimere chiarezza a una crisi eccentrica. Come già fece in occasione delle due precedenti dimissioni dello stesso Prodi. E dunque comincia già oggi pomeriggio le consultazioni, ricevendo nello studio alla Vetrata i presidenti di Camera e Senato (Bertinotti e Marini) nel tentativo di arrivare a un incarico entro lunedì. Ieri sera, poco dopo aver ricevuto nel suo studio Romano Prodi salito a dimettersi dopo la bocciatura del Senato («credo di aver fatto la cosa giusta» ha detto il capo del governo al capo dello Stato che l’ aveva sconsigliato dal cercare una esplicita sconfitta parlamentare) il presidente della Repubblica ha incontrato i suoi collaboratori per fissare il calendario della crisi. Passaggio delicato perché sottintende le varie ipotesi di soluzione alla vigilia d’ un “viaggio” che s’ annuncia davvero tortuoso. E infatti il presidente ha sostanzialmente preso qualche ora di tempo (il calendario completo sarà diffuso successivamente), pregando Prodi di restare in carica, com’ è prassi, per l’ ordinaria amministrazione. Sembra a questo punto tramontata, visto l’ esito del voto al Senato, l’ ipotesi d’ un rinvio di Prodi alle Camere o di un reincarico.

«Credo che a nessuno servano nè governicchi nè pasticci». Con queste parole Casini seppellisce la proposta di «governo di pacificazione» consegnata solo ventiquattro ore prima al presidente Napolitano e certifica definitivamente l’ impossibilità numerica di un governo istituzionale per fare la riforma elettorale, quindi «tanto vale non perdere ulteriore tempo e andare verso le elezioni anticipate». Berlusconi ne era sicuro: «Escludo che Casini si sfili». E’ sempre possibile che i canali diplomatici sotterranei aprano ancora qualche spiraglio al dialogo.

Giorgio Napolitano affida l’incarico di “esplorare” l’ipotesi di formare un governo finalizzato a raggiungere una convergenza sulla riforma della legge elettorale al Presidente del Senato, Franco Marini. Tre possibili esiti: positivo, formando un governo che poi andrà alle Camere; oppure certificare la mancanza d’ ogni spazio e dunque prospettare a Napolitano l’ inevitabile scioglimento delle Camere; infine rinunciare, suggerendo al capo dello Stato la possibilità che qualcun altro possa farcela al suo posto. Del resto, come ha detto Marini ai microfoni della tv subito dopo aver accettato l’ incarico, «so bene che si tratta di un impegno non semplice, anzi gravoso perché so che nelle attese dei nostri cittadini c’ è un’ attenzione forte alla modifica della legge elettorale. Cercherò di stare nei tempi più brevi possibile». Le consultazioni cominciano oggi (con le associazioni degli imprenditori che hanno firmato per la riforma elettorale, i sindacati e il comitato referendario). All’ inizio della prossima settimana al massimo Marini scioglierà la riserva.

Le dichiarazioni del Cardinal Ruini sulla legge 194, rivelano quella che è la vera intenzione delle gerarchie ecclesiastiche. Lo ringraziamo – sottolinea ironicamente Enrico Boselli – di non ‘incitare alla rivolta’ contro la 194 ma certamente il continuare a sostenere che si tratta di una legge ‘intrinsecamente cattiva che autorizza l’uccisione di un essetre umano innocente’ significa semplicemente auspicare che venga abrogata anche se ha contribuito a dimezzare gli aborti e a cancellare la piaga di quelli clandestini. Forse il cardinal Ruini auspica un nuovo referendum per riportare indietro le lancette della storia, ma potrebbe scoprire che c’è una maggioranza altrettanto forte di quella di trent’anni fa – conclude il leader socialista – per impedire che si confodano i peccati con i reati e che le donne tornino a pagare il prezzo più alto di quello che resta un dramma prima di tutto umano e personale”.

Una decisione annunciata da tempo ma che ieri, vista probabilmente anche la situazione che si è creata con l’incarico dato da Napolitano a Franco Marini, ha subìto un’accelerazione improvvisa. I due parlamentari andranno a costituire una nuova formazione di centro con Savino Pezzotta, la famosa «Cosa bianca» di cui si parla da tempo ma che ora ha trovato anche un nome: si chiamerà «Rosa Bianca».Nome scelto proprio dell’ex leader della Cisl. L’Italia dei Valori dice si’ alla nascita di un nuovo governo ma pone quattro condizioni. A spiegarlo e’ Antonio Di Pietro, al termine del colloquio con il presidente del Senato Franco Marini. Di Pietro chiede che ‘il nuovo governo si formi attraverso l’assunzione di responsabilita’, dove la legge elettorale non sia una scusa per continuare a governare senza farla. Altra condizione, si dovra’ trattare di un incarico a termine.’

Franco Marini, dopo aver tenuto proprie consultazioni con le forze politiche ed economico-sociali, rimette al Capo dello Stato il mandato poiché non sussistono margini di accordo per la formazione di un nuovo governo finalizzato alla modifica della legge elettorale. Quando Franco Marini l’ ha chiamato nel pomeriggio di ieri, Giorgio Napolitano già sapeva che il tentativo affidatogli il 30 gennaio scorso s’ era esaurito in un nulla di fatto. Non una perdita di tempo, quello no. Giacchè da molti mesi è apparso chiaro che la coalizione di destra, quella che da quasi due anni, all’ indomani delle precedenti elezioni del 2006, va predicando elezioni anticipate, era intenzionata a parlare di riforma elettorale solo dopo aver incassato i nuovi rapporti di forza elettorali.

Il Consiglio dei ministri indice i referendum abrogativi sulla legge elettorale del 2005, giudicato ammissibile dalla Corte Costituzionale, per la data del 18 maggio 2008. Tuttavia questo slitterà di un anno, a causa dello scioglimento anticipato delle Camere. Il Consiglio dei ministri fisserà oggi la data del referendum sulla legge elettorale dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale. «Un atto dovuto», spiega il portavoce di Palazzo Chigi Silvio Sircana che segue il normale iter previsto dalla Costituzione in materia referendaria. Un atto che diventerà ininfluente nel momento in cui il presidente della Repubblica scioglierà il Parlamento, facendo slittare il voto sui tre quesiti al 2009.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano decreta lo scioglimento delle Camere. Il governo ha deciso: il 13 e 14 aprile le elezioni politiche saranno accorpate con le amministrative. Ad annunciare il via libera all’election day è stato il ministro dell’Interno: “Giovedì al Consiglio dei ministri ci sarà un decreto sulle elezioni”, ha detto rispondendo ad una domanda in proposito. La conferma è giunta dallo stesso presidente del Consiglio Romano Prodi. “Sull’election day c’è accordo”.

‘Sono stato alla Camera 28 anni, piu’ del fascismo’: l’ex presidente della Camera Luciano Violante conferma alla Stampa che non si ricandida.’E’ tutto vero’, afferma, facendo riferimento alle indiscrezioni sulla sua rinuncia a candidarsi per la prossima legislatura. E apre ai ‘nuovi’: ‘C’e’ – dice – un certo numero di giovani preparati in tutti i gruppi parlamentari, spero che siano rieletti perche’ danno fiducia per il futuro’.

Il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti sarà nominato ministro e Romano Prodi lascerà l’interim. Sempre oggi è previsto il giuramento nelle mani del Capo dello Stato.

Veltroni conferma la scelta del Partito democratico di presentarsi da solo alle prossime elezioni e chiude definitivamente la porta a una coalizione con la Cosa rossa. Il Partito socialista ribadisce la decisione di presentarsi alle urne con le proprie liste e il proprio simbolo. “Avremmo accettato volentieri un confronto – afferma Enrico Boselli – sulla base di un programma di governo con una chiara e netta impronta riformista. Saremmo stati pronti a discuterne con Veltroni se avesse voluto farlo mentre non ci ha mai interessato l’ipotesi di essere assorbiti nelle liste lettorali del Partito democratico”. “Nel centro sinistra la sfida è a tre, fra Partito democratico Sinistra Arcobaleno e Partito socialista”. Aggiunge Gavino Angius. “Ma il Pd si rende conto di ciò che pretende dal Partito socialista? Ci si chiede, praticamente di annullarci, all’esclusivo fine di far risultare il Pd il primo partito italiano. Ma ciò, viste le scelte di forza Italia e Alleanza nazionale, comunque non accadrà. Il mancato raggiungimento di un accordo con il Pd, trasformerebbe la campagna elettorale contro la Cdl in una lotta interna alle forze del centro sinistra. La divisione dei riformisti – conclude Angius – è un qualcosa di cui davvero l’Italia non sentiva il bisogno”.  “Al Pd vogliamo dare un’opzione, un programma comune per battere la destra di Berlusconi”. Lo ha ribadito il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Unendo le forze possiamo farcela – ha aggiunto Di Pietro – è un appello per il paese, ma bisogna che questo appello venga raccolto, se non accadrà oggi, accadrà domani perchè noi saremo comunque presenti alle elezioni con il nostro simbolo”.  “Non un divorzio ma una separazione consensuale”. Dario Franceschini sintetizza così l’incontro di oggi tra il Pd e la Sinistra-Arcobaleno. Quel faccia a faccia che arriva dopo la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo alle prossime elezioni. Una decisione già annunciata alla vigilia dell’incontro di oggi tra Pd e leader della Cosa rossa, ma resa ufficiale oggi. Nessun accordo tecnico né politico tra Sinistra e Pd. “Il dibattito e il terremoto nel centrodestra sono una conseguenza della nostra scelta coraggiosa ed innovativa di andare da soli. Una scelta in cui pochi credevano” sottolinea Franceschini. A Franco Giordano, Fabio Mussi, Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio, non è restato che prendere atto delle intenzioni del Pd e pensare al futuro. Con l’obiettivo di superare il 10% dei voti. Dice Boselli al termine dell’incontro mattutino con il vertice del Partito democratico per valutare se fosse possibile stringere un’alleanza: «Nessuno può chiederci un accordo che preveda lo scioglimento del nostro partito. Noi non abbiamo nessuna intenzione di scioglierci né di essere annessi a nessuno». Boselli ha quindi risposto seccamente all’ipotesi che gli è stata prospettata di confluire nelle liste del Pd senza che compaia il simbolo dei Socialisti. «Noi ci saremmo aspettati un accordo sul programma riformista – continua Boselli – invece ci hanno chiesto di entrare nelle loro liste dicendoci “o vi sciogliete o nulla”. Noi quindi andremo da soli facendo nostre liste e vedremo se ci saranno accordi con altre forze». A lanciare l’idea è Piero Fassino. Dalle colonne de La Stampa, l’esponente del Pd aveva aperto le porte del partito alla radicale Emma Bonino. «Spesso si confonde Bonino col Partito radicale», aveva azzardato l’ex segretario dei Ds. Lei, dice Fassino, siamo pronti a candidarla, mentre sugli altri esponenti dei Radicali «sono più prudente». In serata Walter Veltroni ha incontrato il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, al loft, sede del Partito democratico. All’ordine del giorno, le alleanze per le politiche di aprile. Un dialogo «costruttivo» lo ha definito Di Pietro, che si è detto convinto che sia possibile un’intesa programmatica con il Partito democratico, confermando però che non ha alcuna intenzione di rinunciare al simbolo dell’Italia dei valori e che si considera un «elemento fondamentale per determinare la vittoria del centrosinistra.

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