Centrosinistra

Prodi tenta di restare a galla e chiede la fiducia

Napolitano respinge le dimissioni di Prodi e lo rinvia in Parlamento

Romano Prodi e Giorgio Napolitano

A seguito del passaggio dell’Udeur all’opposizione, il Presidente Prodi relaziona alla Camera dei Deputati la situazione di politica generale, e pone la questione di fiducia, dichiarando che successivamente farà lo stesso in Senato (dove, dopo il ritiro dell’Udeur, il governo non dovrebbe più avere i numeri sufficienti).

Un incoraggiamento ad andare avanti sulla linea Milano-Roma. Saranno in piazza per invitare il premier Romano Prodi a resistere: i consiglieri regionali del centrosinistra, tra loro anche il coordinatore dell’ Unione Riccardo Sarfatti, il capogruppo dei Verdi Carlo Monguzzi, quello di Rifondazione Mario Agostinelli, sono in piazza San Babila oggi pomeriggio alle 17 e chiedono di essere con loro «a tutti quelli che credono nel lavoro svolto sino ad oggi dal governo Prodi e dalla maggioranza dell’ Unione e negli importanti progetti che si possono realizzare da qui alla fine della legislatura nell’ interesse degli italiani». Un appoggio al Governo, nel difficile momento della fiducia chiesta alle Camere, che i consiglieri spiegano così: «Le parole di Prodi alla Camera sono le nostre parole, e le rilanceremo insieme a un chiaro: “Prodi resisti!”. Dopo il risanamento economico, siamo pronti a diminuire le tasse e ad aumentare i redditi dei lavoratori».

«Le sorti del governo non si decidono nei dibattiti tv, ma nelle aule del Parlamento. Mastella non è stato lasciato solo né come esponente politico, né come ministro, né tanto meno come uomo. Se poi entrano in discussione in modo opaco preoccupazioni di riforma elettorale o di altro genere è bene che tutto venga la luce in questa sede, nelle aule parlamentari, sede fondamentale della democrazia». Battagliero, puntiglioso, testardo, incurante delle urla che cercano di interromperlo dai seggi dell’ opposizione quando enumera i risultati del governo, Prodi gioca fino in fondo la sua partita per cercare di salvare quel che resta del governo dopo la decisione di Mastella di abbandonare la maggioranza, e soprattutto il premier vuole «guardare in faccia» chi avrà il coraggio di votare contro il patto di legislatura che legava l’ Unione. Scontata la fiducia alla Camera dove i deputati di Mastella non sono determinanti, il destino di Prodi si gioca, ancora una volta, al Senato. Fino a giovedì pomeriggio sarà tutto un rincorrersi di voci perché forse basterebbe il passaggio di un senatore dal centrodestra alla maggioranza per salvare l’ esecutivo. Naturalmente con l’ apporto determinante dei senatori a vita. Ed è per questo che è cominciato un martellante pressing sul presidente Napolitano da parte dei tre big del centrodestra. Berlusconi: «Napolitano è stato chiarissimo: in altre occasioni ha detto che per la fiducia lui considera necessario il voto politico con l’ esclusione dei senatori a vita». Fini: «Vi pare che il presidente della Repubblica possa dimenticare quanto disse pubblicamente nel febbraio scorso? Napolitano disse chiaramente che non si possono computare i senatori a vita in una maggioranza politica». Casini: «Non ho mai fatto polemiche sui senatori a vita, sono pienamente legittimati. Certamente, questa volta una discrezione nel voto dovrebbero osservarla», altrimenti «sarebbe una forzatura». Ma per Prodi, nonostante il quadro fosco, «va benissimo, penso di farcela anche questa volta», aveva detto arrivando a Montecitorio. «Sono ottimista», ha confermato in serata lasciando l’ assemblea del Partito democratico. «Vedrete, troveremo la fiducia perché conviene a tutti, altrimenti si va a votare», ragiona Rosy Bindi confermando l’ ottimismo del premier. Ma nell’ Unione non tutti credono che supererà l’ ostacolo. «Credo senza ipocrisia che al Senato non ce la faremo ad avere la maggioranza», prevede il capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama Russo Spena. Ma anche se la prospettiva più probabile è questa, Prodi ha deciso di bruciarsi i vascelli alle spalle con il doppio voto di fiducia, cioè ha scartato l’ ipotesi di andare al Quirinale dopo aver incassato la fiducia della Camera senza i voti dell’ Udeur di Mastella. «Questo è un governo che, nato su un patto di legislatura sottoscritto da tutti i partiti dell’ Unione, si era ripromesso un’ alleanza destinata a durare per l’ intero arco della legislatura. Un governo nato sulla base di un programma elettorale firmato e condiviso da tutti i partiti dell’ Unione». E proprio per costringere tutti i partiti della coalizione a venire allo scoperto, Prodi ha chiesto a tutti di mettere le carte in tavola con il doppio voto di fiducia. Eppure l’ ipotesi di elezioni anticipate, che bloccherebbero il referendum e ucciderebbero la possibilità di una riforma in Parlamento, fa paura a molti ed è bocciata non solo dal Pd, ma anche da Rifondazione. «Ascoltiamo prima Napolitano – commenta il segretario Giordano – ma comunque la legge elettorale rimane in ogni caso un’ emergenza e un obiettivo primario per noi». Manzione e Bordon, spesso fra i senatori «irrequieti» dell’ Unione, chiedono a Prodi di non andare al voto in Senato ma di salire al Colle una volta accertato alla Camera che l’ Udeur non ci sta più. Nella stessa logica di lasciare aperto uno spiraglio al Quirinale, anche Casini suggerisce a Prodi di non andare alla resa dei conti. «Nel momento in cui Prodi cade in Parlamento lo spazio per una operazione imperniata sulla nuova legge elettorale è obiettivamente strettissimo. – dice Casini – Ma se Prodi rinunciasse ad andare al Senato e prima si recasse al Quirinale si creerebbe una situazione diversa».

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