Governo

Marini rinuncia

Marini rinuncia

Franco Marini

Franco Marini, dopo aver tenuto proprie consultazioni con le forze politiche ed economico-sociali, rimette al Capo dello Stato il mandato poiché non sussistono margini di accordo per la formazione di un nuovo governo finalizzato alla modifica della legge elettorale.

L’ aspettava. Se l’ aspettava. Quando Franco Marini l’ ha chiamato nel pomeriggio di ieri, Giorgio Napolitano già sapeva che il tentativo affidatogli il 30 gennaio scorso s’ era esaurito in un nulla di fatto. Non una perdita di tempo, quello no. Giacchè da molti mesi è apparso chiaro che la coalizione di destra, quella che da quasi due anni, all’ indomani delle precedenti elezioni del 2006, va predicando elezioni anticipate, era intenzionata a parlare di riforma elettorale solo dopo aver incassato i nuovi rapporti di forza elettorali. Nella certezza di un risultato largamente favorevole. Se l’ aspettava, il presidente. Ma c’ è rimasto male, molto male. «Un’ occasione persa, davvero. Un’ occasione quasi perfetta», l’ hanno sentito commentare. Perché mandare a casa un Parlamento prima ancora che sia passata metà legislatura è sempre un atto spiacevole per un presidente della Repubblica, come lo stesso Napolitano ebbe a dire al Quirinale motivando le ragioni dell’ incarico finalizzato a Marini. Il presidente del resto, fin dal primo momento, ha avuto «perfetta consapevolezza delle difficoltà del momento», come disse lui stesso a Marini. L’ incontro tra i due, nello studio alla Vetrata, dura poco più di mezz’ ora. «Ho tentato di tutto» ha detto il presidente del Senato al capo dello Stato che aveva affidato a lui, antico sindacalista di matrice dc, l’ incarico di tentare l’ impossibile. «Ho provato, ma ho trovato davanti a me un muro impenetrabile. Posizioni rigide, bloccate». Posizioni già preelettorali. Trentacinque minuti. Quanto basta per scambiarsi le sconfortanti notizie sull’ esito dell’ incarico. Poi stendono insieme il comunicato che davanti ai giornalisti leggerà il presidente del Senato.

«Il presidente della Repubblica mi ha conferito l’ incarico di verificare le possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo funzionale all’ approvazione di una tale riforma, nell’ assunzione delle decisioni più urgenti». Il riferimento è a quel governo “funzionale e finalizzato” che nell’ intenzione del Quirinale avrebbe dovuto portare il Paese alle elezioni, dopo aver corretto l’ attuale legge elettorale imposta dalla destra al governo sul finire della scorsa legislatura. Marini ha letto da un foglietto il lungo elenco delle persone e delle delegazioni incontrate. Però, ha spiegato con una punta di amarezza nella voce, «non ho riscontrato l’ esistenza di una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale». Ecco le ragioni per cui da ieri sera è cominciato il conto alla rovescia per la fine della legislatura, che viaggia ormai a tappe forzate. In vista di elezioni anticipate previste per il 6 o 13 aprile prossimi (la scelta della data spetta al ministro dell’ Interno). Si mette in moto adesso la catena di montaggio degli adempimenti istituzionali. Già oggi il capo dello Stato convocherà Marini e Bertinotti per comunicare loro lo scioglimento delle assemblee in vista delle elezioni anticipate. Sempre oggi si riunisce il Consiglio dei ministri per il decreto che indice le elezioni anticipate che poi lo stesso Napolitano controfirmerà, convalidandolo insieme alla controfirma di Prodi. Poi la «convocazione dei comizi elettorali», prevista dalla Costituzione, fra il settantesimo e il quarantacinquesimo giorno dallo scioglimento delle Camere. E la convocazione del nuovo Parlamento, venti giorni dopo il voto. Tutto considerato il nuovo governo potrebbe arrivare a metà maggio. L’ ingarbugliata vicenda di questo scioglimento anticipato è “arricchito”, stavolta, da due problemi. Il referendum popolare già indetto contro la legge elettorale, che andrà spostato di almeno un anno dopo le elezioni. E la sentenza della Corte costituzionale che ha espresso forti dubbi sulla legge elettorale, quella con la quale si andrà a votare fra due mesi. Proprio quella legge che la destra non ha voluto toccare “prima”. Ma che la Consulta potrebbe concellare “poi”.

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