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Germania. Elezioni. Elon Musk e la Commissione europea sono in rotta di collisione. Lo scontro tra Bruxelles e il ricchissimo imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense – e futuro collaboratore dell’amministrazione Trump – sembra inevitabile, nonostante la cautela con cui l’esecutivo Ue sta rispondendo ai sempre più frequenti attacchi del proprietario di X alle politiche del vecchio continente. La resa dei conti potrebbe avvenire in occasione delle elezioni in Germania del prossimo 23 febbraio: Musk ha già mobilitato la sua piattaforma social per sostenere l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), noncurante degli obblighi previsti dalla legge europea sui servizi digitali (Dsa). Tutto come da programma. Alle elezioni legislative anticipate in Germania hanno vinto i Cristiano-democratici di Friedrich Merz, che sostituirà Olaf Scholz come cancelliere federale. Il partito socialdemocratico di quest’ultimo è crollato, così come i Verdi e i liberali. L’ultradestra post-nazista di AfD è il secondo partito con oltre un quinto dei consensi, mentre fa meglio delle aspettative la sinistra radicale della Linke. Sulla carta sembra non esserci un rebus coalizioni per dare al Paese un governo stabile, poiché democristiani e socialdemocratici, coppia già sperimentata, hanno una solida maggioranza. Il governo Merz è entrato in carica ieri dopo una giornata “all’italiana” per la politica tedesca. Franchi tiratori, pugnalate anonime, una Brandmauer (il muro tagliafuoco) alzata all’ultimo secondo per lasciar fuori dai giochi l’AfD. Viene da chiedersi quanto a Berlino ci sappiano fare con questi machiavellismi che da noi sono il pane quotidiano della politica. Nessuno infatti si sarebbe aspettato una bocciatura. Merz aveva bisogno di 316 voti a favore su 630 parlamentari totali del Bundestag. Gli hanno detto sì solo in 310. Contro 307 no, 3 astenuti e un voto non valido. I 9 parlamentari restanti erano assenti. Il problema è che la maggioranza sarebbe costituita dai 328 parlamentari della Cdu-Csu (208 in tutto) e dai 120 dell’Spd. Quindi a tradire Merz sono stati 18 suoi alleati.
Portogallo. Elezioni. Coinvolto in un possibile caso di conflitto d’interessi, il primo ministro di centrodestra Luís Montenegro, che guidava un governo di minoranza dall’aprile 2024, si è dimesso l’11 marzo dopo essere stato sfiduciato dai deputati, una votazione che potrebbe aprire la strada alle elezioni anticipate. La sera dell’11 marzo, dopo più di tre ore e mezza di aspro dibattito, la seduta del parlamento era stata sospesa per un ultimo tentativo di mediazione tra il Partito socialdemocratico (Psd, centrodestra) e il Partito socialista (Ps, centrosinistra). Ma il tentativo è fallito e il Ps ha votato la sfiducia insieme al partito di estrema destra Chega. A spoglio concluso, la coalizione di centrodestra Alleanza Democratica si conferma vincitrice. Con il 32,7% dei voti elegge 89 dei 230 deputati dell’Assemblea della repubblica, il Parlamento monocamerale di Lisbona. Seguono, distanziati di strettissima misura e con lo stesso numero di deputati (58), il Partito socialista al 23,4% e Chega al 22,6%. Un risultato storico per il partito dell’estrema destra portoghese, che continua a crescere: aveva eletto 50 deputati un anno fa e resta aperto il secondo posto perché il conteggio si completerà solo nei prossimi giorni con i collegi all’estero che eleggono quattro deputati. Per la prima volta il Partito socialista potrebbe diventare il terzo partito del Portogallo, superato addirittura da un partito di estrema destra nato da pochi mesi. Il segretario socialista Pedro Nuno Santos ha presentato le sue dimissioni. Dopo aver detto che non dovrebbero appoggiare il nuovo governo, perché “Montenegro non è idoneo a governare neanche dopo queste elezioni e ha presentato un programma che va contro i principi e i valori del PS”, il segretario ha dichiarato che chiederà elezioni interne al partito e che lui non sarà candidato alla segreteria. “L’estrema destra è cresciuta ed è diventata più aggressiva e menzognera. Bisognerà combatterla”, ha affermato ai suoi.
Austria. Elezioni. Christian Stocker è il nuovo leader del Partito popolare austriaco. Il Paese sta vivendo una crisi politica dopo che i colloqui per la formazione del nuovo governo sono naufragati. Attesa per l’incontro tra il presidente van der Bellen e il leader del partito di estrema destra FPÖ Herbert Kikl. Il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) ha nominato il suo segretario generale Christian Stocker come leader ad interim dopo le previste dimissioni del cancelliere Karl Nehammer. Lo ha riferito l’agenzia di stampa austriaca APA. Il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg è stato incaricato di guidare il Paese nel frattempo, mentre proseguono i negoziati per la formazione della nuova coalizione di governo del Paese. Il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg ha giurato venerdì come cancelliere ad interim dopo che l’ex leader Karl Nehammer si è dimesso lo scorso fine settimana. L’Austria si appresta ad avere un nuovo governo. I tre partiti centristi hanno raggiunto un accordo per la formazione del nuovo esecutivo. Escluso dalla coalizione l’FpO di estrema destra, nonostante abbia vinto le elezioni cinque mesi fa A cinque mesi dalle elezioni in Austria, che hanno segnato la vittoria del Partito della Libertà (FpO) di estrema destra, il Nuovo partito popolare austriaco (Ovp), i socialdemocratici (Spo) e il liberale Neos hanno annunciato giovedì di aver raggiunto un accordo per formare un nuovo governo centrista. Nelle scorse settimane il tentativo di formare un governo da parte dell’FpO è fallito aprendo la strada alla nuova coalizione. L’esponente del partito di centrodestra Övp Christian Stocker ha giurato come nuovo cancelliere austriaco. Tre partiti hanno finalizzato una coalizione senza l’estrema destra, dopo che i colloqui si sono trascinati per cinque mesi dopo le elezioni Christian Stocker ha prestato giuramento lunedì come nuovo cancelliere dell’Austria, a capo di un governo di coalizione formato da tre partiti cinque mesi dopo le elezioni dello scorso anno. Il Partito Popolare di centrodestra (Övp) di Stocker, i socialdemocratici di centrosinistra (Spö) e i liberali Neos hanno raggiunto un accordo la scorsa settimana dopo che il loro primo tentativo di formare una coalizione era fallito a gennaio.

Belgio. Nuovo governo. In seguito alle elezioni parlamentari dell’anno precedente, che hanno lasciato, anche per via della stessa natura del sistema politico belga (che prevede una netta divisione dei partiti politici su base linguistica), un Parlamento decisamente frammentato, per il paese è iniziato un complesso periodo post-elettorale, caratterizzato da lunghe negoziazioni ed ampie difficoltà in tutto il processo di formazione. Re Filippo, tuttavia, tenuto conto del grande progresso fatto, ha comunque deciso di sorvolare sui tempi, rigettando le dimissioni dall’incarico di De Wever e consentendo a questi ancora una proroga fino al 12 novembre e ancora, in seguito ad altre concessioni, al 31 gennaio del nuovo anno. Alla fine, dopo un’estenuante sessione finale e conclusiva di negoziati, durata ben 57 ore, i partiti politici hanno finalmente trovato, a poche ore dall’ultima concessione del Re prima dell’indizione di nuove elezioni, un accordo definitivo, appianando così le ultime divergenze e permettendo finalmente al nuovo governo (con l’assenso della Camera dei rappresentanti), in data 3 febbraio, di entrare in carica dopo il giuramento dinnanzi al Re.
Bulgaria. Nuovo governo. In seguito alle elezioni parlamentari dell’ottobre dell’anno precedente, già parte di una serie di tornate elettorali dovute a continui e ripetuti stalli parlamentari e forme di instabilità politiche, le parti si sono nuovamente trovate davanti ad un intenso ed arduo processo di negoziazione che, essendo anche peggiorata la precedente situazione di frammentazione parlamentare, da molti analisti fu nuovamente ritenuto, almeno all’inizio, altamente fallimentare, secondo anche la prassi tenuta nei precedenti tentativi e nelle conseguenti elezioni anticipate che dal 2021 attanagliavano il paese. Definiti dunque nel corso delle settimane i ruoli, il programma ed il diritto di GERB alla nomina del Primo ministro (identificato, in tal senso, già da qualche settimana in Rosen Zhelyazkov anziché Bojko Borisov per non irritare gli alleati), il Presidente Rumen Radev ha ufficialmente conferito a GERB il primo mandato esplorativo in data 15 gennaio che, riconsegnato immediatamente con successo, ha permesso di disporre una votazione sul nuovo esecutivo il giorno seguente. Il 16 gennaio, dunque, con l’approvazione definitiva dell’Assemblea nazionale, il governo è ufficialmente entrato in carica.
Irlanda. Nuovo governo. Micheal Martin, leader del Fianna Fail, è stato eletto premier d’Irlanda dal Parlamento di Dublino. La nomina formale era prevista per ieri ma è stata rinviata per l’ostruzionismo delle opposizioni, in particolare da parte dello Sinn Fein, partito di sinistra radicale e nazionalista, nel corso di un teso dibattito in aula. Martin si pone alla guida di un governo in cui è stata rinnovata la consolidata coalizione del Fianna Fail col Fine Gael, le due storiche compagini di centro-destra della Repubblica, uscite rispettivamente come prima e terza forza politica nelle elezioni anticipate del 29 novembre scorso. Non avendo però ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi hanno incluso nella coalizione la stampella rappresentata da un gruppo di 7 deputati indipendenti.

Romania. Presidenziali. Sembra riprendersi la politica romena dopo lo storico annullamento delle presidenziali di novembre, deciso dalla Corte costituzionale a seguito delle interferenze russe certificate dai servizi di Bucarest. Ora che ci sono delle date per le elezioni del nuovo vertice dello Stato balcanico, i partiti cominciano a posizionarsi, formando degli schieramenti che appaiono già piuttosto netti. In un clima politico teso, mentre nel Parlamento i populisti avevano avviato la procedura per la sua sospensione, il presidente della Romania Klaus Iohannis ha annunciato le sue dimissioni. È la prima volta in 35 anni di democrazia che un capo di stato sceglie questa opzione. Il candidato ultranazionalista alla presidenza della Romania Calin Georgescu è stato fermato mentre si recava in auto a presentare la sua nuova candidatura alla presidenza, a Bucarest. La conferma arriva dal team della campagna elettorale di Georgescu, che in un post sul suo profilo facebook ha scritto: “Il sistema lo ha fermato nel traffico per un interrogatorio nell’ufficio del procuratore generale. Dov’è la democrazia, dove sono i partner che devono difendere la democrazia?” In Romania l’ultradestra fa il pieno di consensi. George Simion, leader del partito nazionalista Alleanza per l’Unione dei Romeni (Aur), ha conquistato il primo turno delle elezioni presidenziali con oltre il 40,5 per cento dei voti. Il 18 maggio sfiderà al ballottaggio il centrista Nicușor Dan, attuale sindaco di Bucarest, fermatosi al 20,9 per cento. A restare escluso dalla corsa per il secondo turno è stato Crin Antonescu, il candidato filo-europeo sostenuto dai principali partiti di governo, il Partito Social Democratico (Psd) e i liberali del Pnl. Nonostante l’appoggio delle forze centriste, Antonescu non è riuscito a superare lo sbarramento di voti necessari. Nel corso del convulso pomeriggio odierno, la peggiore crisi politica che attanaglia Bucarest dal 1989 ha continuato ad avvitarsi, destabilizzando ulteriormente la giovane democrazia romena. Il risultato deludente di Antonescu ha infatti provocato le dimissioni del leader del Psd, il 57enne Marcel Ciolacu, dall’incarico di primo ministro. Insieme a lui, lascia la compagine di governo l’intera squadra socialdemocratica (otto ministri su 16), portando alla fine la travagliata esperienza del secondo esecutivo Ciolacu nato poco prima di Natale con l’obiettivo, egregiamente mancato, di dare una parvenza di stabilità al Paese. Con il 54 per cento dei voti, Dan ha vinto e Simion ha riconosciuto la sconfitta. Si delinea così il lieto fine di un’interminabile saga politica cominciata lo scorso novembre. A pochi giorni dalla vittoria dell’europeista Nicușor Dan alle elezioni presidenziali romene, il clima politico della Romania rischia di farsi di nuovo acceso. Il leader dell’estrema destra romena George Simion, uscito largamente sconfitto dalla corsa alla presidenza, ha annunciato ieri sera (20 maggio) di voler presentare un ricorso alla Corte costituzionale per annullare il risultato del ballottaggio presidenziale tenutosi domenica 18 maggio, che ha visto la vittoria di Dan con il 53,6 per cento dei voti contro il 46,4 per cento ottenuto da Simion. Il Parlamento romeno ha approvato lunedì il nuovo governo guidato dal liberale Ilie Bolojan con 301 voti a favore – ben oltre i 233 necessari – e solo 9 contrari. I deputati dei tre partiti estremisti – AUR, SOS e POT – si sono astenuti. Il programma di governo, sostenuto da una coalizione composta da quattro partiti pro-europei (PSD, PNL, USR e UDMR), ruota attorno a misure di austerità finalizzate alla riduzione del disavanzo di bilancio – attualmente superiore al 9% – e alla salvaguardia dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Polonia. Presidenziali. Il primo turno delle elezioni presidenziali in Polonia si è chiuso con un esito estremamente incerto: Rafal Trzaskowski, sindaco centrista di Varsavia e candidato della Coalizione Civica del primo ministro, ha ottenuto il 31,3 per cento dei voti. Lo segue da vicino Karol Nawrocki, storico sostenuto dal partito Diritto e Giustizia (PiS), che ha raccolto il 29,5 per cento. I dati arrivano dalle Commissione elettorale nazionale, che ha appena ultimato lo scrutinio. I due candidati si sfideranno in un ballottaggio il primo giugno, in una contesa che appare già come un referendum sulla direzione futura del paese. Karol Nawrocki ha ottenuto il 50,89 per cento dei voti e ha così superato al ballottaggio il suo avversario, il liberal-conservatore sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski Karol Nawrocki è il nuovo presidente della Polonia. Il candidato del partito nazionalista-conservatore Diritto e Giustizia ha ottenuto il 50,89 per cento dei voti e ha vinto così le elezioni che si sono tenute domenica: un ballottaggio che lo ha visto contrapposto in un testa a testa serrato a Rafał Trzaskowski, sindaco di Varsavia e candidato liberal-conservatore di Coalizione civica. L’azzardo di Donald Tusk ha pagato: il premier polacco ha ottenuto la fiducia in Parlamento, richiesta dopo la sconfitta del candidato governativo Rafal Trzaskowski alle elezioni presidenziali dello scorso 1 giugno. Il governo europeista rimane così in sella, con il supporto di 243 parlamentari su 460 totali. Lo scontro con il PiS (Diritto e Giustizia), il partito ultra-nazionalista del neopresidente Karol Nawrocki con cui Tusk dovrà convivere per i prossimi anni, è totale: i deputati del PiS hanno lasciato l’aula del Parlamento di Varsavia durante il discorso del premier, per poi votare per la sfiducia. Ma la fragile coalizione quadripartitica di Tusk, composta da forze che vanno dall’ala agraria conservatrice fino alla sinistra socialdemocratica, ha retto.
Croazia. Presidenziali. Il presidente uscente Zoran Milanović, un socialista dagli accenti populisti, ha vinto nettamente il 12 gennaio il secondo turno delle elezioni presidenziali, infliggendo una dura sconfitta all’Unione democratica croata (Hdz, destra), attualmente al governo. In base ai risultati quasi definitivi del ballottaggio, Milanović ha ottenuto più del 74 per cento dei voti, contro il quasi 26 per cento del suo rivale Dragan Primorac. Si tratta del divario più ampio mai registrati in un’elezione presidenziale dall’indipendenza della Croazia, paese in cui il capo dello stato ha però un ruolo prevalentemente rappresentativo. Milanović aveva sfiorato la vittoria già al primo turno, quando aveva ottenuto il 49 per cento dei voti.
Grecia. Nuovo Presidente. Konstantinos Tasoulas, ex presidente del parlamento greco e deputato di lungo corso di Nea Dimokratia, è stato eletto presidente della Repubblica greca dai parlamentari ellenici. Candidato alla presidenza del partito al governo di Nea Dimokratia, Tasoulas, 65 anni, ha ottenuto al quarto scrutinio che si è tenuto oggi 160 voti, nel parlamento composto da 300 seggi. Al voto hanno partecipato 276 deputati, 24 assenti, tra cui 11 deputati del partito Nea aristerà (Nuova sinistra), riporta Kathimerini. In quest’ultimo scrutinio la soglia per l’elezione era la maggioranza semplice di 151 voti, detenuta dai conservatori di Nea Dimokratia.

Francia. Governo supera sfiducia. Stavolta, la matematica dell’Assemblée nationale non ha giocato a favore della sinistra radicale, la cui mozione di censura contro il primo ministro François Bayrou si è infranta contro la defezione dei socialisti mentre si era sfilata anche l’estrema destra. Il capo dell’esecutivo transalpino guadagna qualche altra settimana al potere, ma rimane lo scoglio della legge di bilancio, che andrà approvata da un Parlamento mai così frammentato nella storia moderna della Francia. Nel tardo pomeriggio di oggi (16 gennaio), i deputati hanno votato in larga maggioranza contro la mozione di sfiducia depositata l’altro ieri da La France insoumise (Lfi), il partito di sinistra radicale guidato da Jean-Luc Mélenchon che costituisce la principale forza all’interno dell’eterogeneo Nouveau front populaire (Nfp), la coalizione progressista che comprende anche socialisti, ecologisti e comunisti. Non sono dunque bastati i 131 “sì” messi insieme dalle sinistre, poiché per disarcionare Bayrou ne erano necessari 288. Pallottoliere alla mano, a Mélenchon e compagni sono mancati i 66 voti degli alleati del Parti socialiste (Ps) e, soprattutto, i 124 dell’estrema destra del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen, figlia del recentemente scomparso Jean-Marie.
Paesi Bassi. Crisi di governo. Dopo nemmeno un anno in carica, il governo dei Paesi Bassi è andato a sbattere. Il leader dell’ultradestra Geert Wilders ha staccato la spina all’instabile coalizione conservatrice, criticando gli ormai ex partner dell’esecutivo per non aver appoggiato la sua linea dura sull’immigrazione. Il piccolo Stato costiero ripiomba così nel caos politico a poche settimane dall’importante vertice Nato del 24-25 giugno all’Aia, mentre incombe l’incognita di nuove elezioni anticipate. Citando disaccordi sulle politiche migratorie da adottare, il leader dell’ultradestra anti-Islam ed euroscettica Geert Wilders ha annunciato stamattina (3 giugno) la fuoriuscita del suo Partito per la libertà (Pvv) dall’esecutivo di coalizione che dalla primavera del 2024 guidava i Paesi Bassi, accendendo la miccia della crisi di governo, la seconda in tre anni.
Slovacchia. Protesta opposizioni. Qualcosa sembra muoversi a Bratislava, dove i partiti dell’opposizione stanno cercando di unire le forze per mandare a casa il primo ministro filorusso Robert Fico. E nel loro tentativo di disarcionarlo, potrebbero ottenere il cruciale aiuto di una manciata di deputati della maggioranza, che negli ultimi mesi sembra azzoppata a causa di contrasti interni ai partiti della coalizione. Durante un’inedita conferenza stampa congiunta, ieri (14 gennaio) i leader delle principali formazioni d’opposizione slovacche hanno annunciato che intendono coordinarsi per mettere fine al governo di Robert Fico, già premier altre due volte (dal 2006 al 2010 e dal 2012 al 2018) alla guida di Smer, un partito populista di sinistra che è stato sospeso dal partito dei socialisti europei nell’ottobre 2023 per le sue posizioni filorusse e per aver formato un esecutivo di coalizione con la destra nazionalista del Partito Nazionale Slovacco (Sns).
Ungheria. Scontro maggioranza – opposizione. Mentre Viktor Orbán lanciava i suoi strali contro l’Ue e le presunte influenze straniere in Ungheria, a Budapest decine di migliaia di cittadini si radunavano per protestare contro il suo governo illiberale. Il leader dell’opposizione, Péter Magyar, potrebbe contendere al partito del premier il primato alle elezioni del prossimo anno. Le piazze della capitale ungherese si sono affollate sabato (15 marzo) per due opposte manifestazioni. Da un lato, il primo ministro Viktor Orbán ha tenuto un discorso in occasione dell’anniversario della rivoluzione (fallita) del 1848 contro il dominio asburgico. “C’è sempre un impero che cerca di togliere la libertà agli ungheresi“, ha dichiarato il leader di Fidesz riferendosi alla sollevazione contro l’impero austriaco, sostenendo che “in questo momento è quello di Bruxelles“.

Francia. Le Pen ineleggibile. Marine Le Pen e otto eurodeputati del partito sono stati giudicati colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici dal tribunale di Parigi. La leader del Rassemblement National è stata condannata all’ineleggibilità per 5 anni con applicazione immediata, decisione che di fatto la esclude dalle elezioni presidenziali in programma nel 2027. Per lei inoltre quattro anni di prigione, di cui due da scontare con la condizionale e altri due con il braccialetto elettronico. Le Pen e gli altri imputati, tutti condannati all’ineleggibilità, erano accusati di aver utilizzato denaro destinato agli assistenti parlamentari dell’Unione europea per pagare invece il personale che lavorava per il partito. Le Pen: “Sentenza è una “decisione politica”.
Romania. Nuovo leader partito. Elena Lasconi ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di presidente dell’Unione salvate la Romania (Usr). Dominic Fritz, sindaco di Timisoara sarà presidente ad interim del partito fino all’elezione di un nuovo leader. “Il nostro Paese sta attraversando un periodo complicato, pieno di sfide. È necessario che i nostri sforzi siano diretti a sostenere un percorso europeista e ad accelerare gli sforzi per cambiare un sistema che si è dimostrato disfunzionale nell’interesse dei cittadini – ha spiegato Lasconi -. Ho fatto tutto ciò che era giusto affinché l’Usr fosse completamente diversa dalla vecchia classe politica.
Germania. Indagini estremismo. L’Ufficio federale per la protezione della Costituzione della Germania ha confermato la classificazione dell’AfD come partito estremista di destra. Finora l’AfD a livello federale era stato classificato come ‘caso sospetto’ di estremismo di destra. Ora l’Ufficio per la protezione della Costituzione fa un ulteriore passo avanti. A causa del “carattere estremista del partito nel suo complesso e che ignora il rispetto della dignità umana”, l’Ufficio ne ha ora confermato la classificazione come partito estremista di destra. “La concezione prevalente del partito riguardo alle persone, basata sull’etnia e sull’origine, è incompatibile con l’ordinamento fondamentale di una libera democrazia“, ha affermato l’agenzia precisando – come sottolineato dai vicepresidenti Sinan Selen e Silke Willems – che le dichiarazioni e posizioni del partito e dei principali rappresentanti dell’AfD trasgrediscono il principio costituzionale dell’inviolabilità della dignità umana. Finora, solo le filiali regionali del partito in Turingia, Sassonia e Sassonia-Anhalt erano state classificate come estremiste. Secondo le statistiche pubblicate dal ministero, nel 2024 i reati a sfondo politico sono aumentati di oltre il 40 per cento rispetto ai 12 mesi precedenti. In totale, l’anno scorso sono stati registrati 84.172 reati politicamente motivati, il numero più alto da quando sono iniziate le rilevazioni, nel 2001. “Dobbiamo opporci a tutti i tentativi anticostituzionali e a tutte le forme di violenza e non accetteremo che i criminali diffondano paura e terrore“, ha dichiarato Dobrindt presentando i dati del report annuale al Bundestag. Per Holger Münch, il capo della polizia federale che lo affiancava al Parlamento, i dati odierni “riflettono una polarizzazione e una radicalizzazione della società” e dimostrano che “la democrazia è sotto pressione” nello Stato Ue più popoloso.
Unione Europea. Partiti politici. Giorgia Meloni non è più la presidente del partito dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr). A raccoglierne il testimone l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, eletto oggi (14 gennaio) dall’assemblea del partito. Il neo-presidente ha promesso che lavorerà nel solco di quanto fatto da Meloni, “fonte di ispirazione per Ecr”. Ha ribadito alcuni paletti interiorizzati nel tempo da Ecr: unità sul sostegno all’Ucraina e nessun’intesa con l’AfD tedesca. Ma ha rispolverato subito vecchi cavalli di battaglia del periodo più ‘euroscettico’: la battaglia contro i “limiti alla libertà di espressione che si stanno espandendo in Europa” e soprattutto contro “l’accentramento di potere nella mani della Commissione europea”. Il ricambio ai vertici del partito, annunciato da tempo, ha coinvolto anche le vicepresidenze: i bracci destri di Morawiecki saranno il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, l’eurodeputata francese (e nipote di Jean-Marie Le Pen) Marion Maréchal e il leader dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni, George Simion. “Lavoreremo per dare continuità ai successi ottenuti negli ultimi quattro anni sotto la guida di Giorgia Meloni”, ha esultato Fidanza. Nicola Procaccini, attuale capogruppo di Ecr all’Eurocamera, è stato eletto presidente della fondazione culturale del partito. Il Partito popolare europeo (Ppe) è “l’ancora della stabilità” in Ue. Parola del suo capo-padrone, il bavarese Manfred Weber, uno dei profili di maggior rilievo della politica comunitaria. Presentando l’imminente congresso di Valencia, il leader dei cristiano-democratici ha ribadito che il nemico del suo partito sono i leader populisti e autoritari che non difendono gli interessi europei, anche se poi non disdegna i loro voti a Strasburgo. “La sfida principale per noi non è competere al centro politico“, ha dichiarato stamattina (9 aprile) Manfred Weber durante una conferenza stampa al quartier generale del Ppe, poco distante dalla sede dell’Eurocamera, bensì “competere contro i populisti” e respingere quella che definisce “l’ondata autoritaria” che si sta ingrossando nel Vecchio continente. L’Alde, il partito liberale europeo, si è adesso allargato. Ospita da oggi anche il Movimento Libertà, partito sloveno, i Moderati, partito danese, ed il Continuiamo il Cambiamento, partito bulgaro. Il passaggio è stato formalizzato nel Consiglio del partito svoltosi ad Helsinki nel finesettimana trascorso. Il gruppo europeo, ora composto da 73 partiti, ha inoltre discusso il futuro della sicurezza europea e della difesa, riunendosi sotto lo slogan “Securing Tomorrow”. Il presidente dell’Alde, Svenja Hahn, durante l’evento ha affermato che “la nostra famiglia è nella cabina di comando quando si tratta di sicurezza; dobbiamo fare importanti passi avanti verso un’Europa più forte e più sicura. L’Ue deve rinascere come una superpotenza economica, una superpotenza di difesa e una superpotenza diplomatica, non per il potere ma per sopravvivere come democrazia. Abbiamo bisogno di un fronte unito per difendere la democrazia dalle autocrazie.”.

Bulgaria. Euro. Bulgaria, è tempo di euro. Il Paese ha le carte in regola per adottare la moneta unica dall’1 gennaio 2026 e permettere all’eurozona di allargarsi ancora, dopo l’ultima volta, quella della Croazia nel 2023. La Commissione europea è del parere che Sofia abbia lavorato bene, e finalmente rispetti tutti i parametri e i requisiti per abbandonare il Lev e introdurre l’euro. Ora la parola spetterà al Consiglio dell’Ue, chiamato a decidere a maggioranza qualificata, e se tutto va come preventivato dal team von der Leyen prima della pausa estiva l’iter dovrebbe essere concluso. Sono quattro i parametri macro-economici da rispettare. Il primo è la stabilità dei prezzi, vale a dire il livello di inflazione. Per la Bulgaria l’indice è considerato “relativamente basso” (2,8 per cento) e stabile. Quanto alla stabilità di bilancio, secondo parametro di riferimento, a carico del governo di Sofia non c’è alcuna procedura per deficit eccessivo né si prefigura all’orizzonte: il disavanzo pubblico in rapporto al Pil è aumentato dal 2 per cento nel 2023 al 3 per cento nel 2024, e le previsioni della Commissione europea indicano una riduzione al 2,8 per cento nel 2025 e nel 2026. Ancora, la Bulgaria ha partecipato “con successo al Meccanismo di Cambio Europeo (senza gravi tensioni) per quasi cinque anni” dimostrando stabilità di tassi di cambio, e da ultimo ” il tasso di interesse a lungo termine bulgaro è stabile al 4 per cento o vicino al 4 per cento da aprile 2023″.
Unione Europea. Ordine europeo al merito. In vista del 75° anniversario della dichiarazione Schuman, atto fondativo dell’unità europea, l’Ufficio di presidenza del Parlamento europeo ha deciso di istituire l’Ordine europeo al merito, la prima distinzione di questo tipo a livello europeo accordato da un’Istituzione Ue. Questa nuova onorificenza civile renderà omaggio alle persone che hanno dato un contributo significativo all’integrazione europea e ai valori europei. Tutti gli Stati membri, tranne l’Irlanda, attribuiscono distinzioni negli ordinamenti nazionali, riflettendo un impegno condiviso in tutta l’Unione a riconoscere l’eccellenza e a premiare i contributi che arricchiscono la società. Attualmente non esiste una distinzione analoga a livello dell’Unione europea. L’Ordine europeo al merito mira a colmare questa lacuna, riaffermando un’identità europea condivisa in un momento in cui le sfide globali richiedono una maggiore unità. La bandiera dell’Ue come simbolo e omaggio delle radici cristiano-giudaiche dell’Europa. Questa la lettura offerta da Antonio Tajani, attuale ministro degli Esteri e già ex commissario europeo nonché presidente del Parlamento europeo, in un post affidato al proprio canale social che lascia perplessi per contenuti e personalità. Secondo il titolare della Farnesina, il drappo simbolo del progetto di integrazione si riassume e si spiega come segue: “Blu come il manto della Madonna, con le 12 stelle delle tribù d’Israele disposte in cerchio”. Però questa versione non risulta né nel trattato sul funzionamento dell’Ue nè nel portale dell’Ue.
Unione Europea. Allargamento ed altro. L’allargamento come motore economico. Un’Unione europea a 36 Stati, vale a dire gli attuali 27 più i nove candidati (Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Kosovo, Macedonia del nord, Moldova, Montenegro, Serbia e Ucraina) può portare vantaggi stimati tra una crescita di Prodotto interno lordo tra l’8 per cento e il 24 per cento rispetto ai valori attuali. Sono le stime contenute nell’analisi prodotta dal Centro studi e ricerche del Parlamento europeo, che prova a fare una mappatura dei benefici derivanti dall’ingresso di nuovi Paesi. Un avvertimento senza fare nomi, i cui destinatari sono ormai i soliti noti. Ospite a Sofia per il forum ‘Eu Meets the Balkans’, la commissaria Ue per l’Allargamento, Marta Kos, ha affermato che “in alcuni Paesi (candidati, ndr) le violazioni dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dei principi democratici rendono difficile l’adesione“. Tra i dieci impegnati nel percorso verso l’ingresso nell’Unione, basta riavvolgere gli avvenimenti degli ultimi mesi – dall’arresto del sindaco di Istanbul in Turchia alle violenze contro i manifestanti in Serbia fino alle controverse leggi di stampo putiniano in Georgia – per ipotizzare a chi fosse diretto il messaggio. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, tira dritto, forte di una sua posizione che la vede legittimata e incontrastata. Il suo partito, il Ppe, vincitore delle elezioni europee, l’uscita di scena di personaggi per lei ingombranti quali Margrethe Vestager, Thierry Breton e Josep Borrell che le consentono mano libera, ancor più dopo gli errori dell’alto rappresentate Kaja Kallas che assumono i contorni di un suicidio politico. I malumori all’interno dei socialisti, quindi, non la scuotono.
Unione Europea. Qatargate. Torna a battere un colpo il Qatargate, l’inchiesta sulla presunta corruzione da Paesi terzi che ha sconvolto l’Eurocamera nel dicembre 2022 e che sembrava a un punto morto. Secondo quanto riportato dal quotidiano di Bruxelles Le Soir, la procura federale belga ha chiesto al Parlamento europeo la revoca dell’immunità ad Alessandra Moretti e Elisabetta Gualmini, entrambe eurodeputate del Partito Democratico e della famiglia europea dei Socialisti e Democratici.
Unione Europea. Pfizergate. Schiaffo del Tribunale dell’Ue a Ursula von der Leyen sul cosiddetto Pfizergate. I giudici di Lussemburgo danno ragione al New York Times e annullano la decisione con cui la Commissione europea ha respinto l’accesso agli sms scambiati tra la presidente e l’amministratore delegato di Pzifer, Albert Bourla, per l’acquisto di milioni di dosi di vaccini durante la pandemia di Covid-19. Non basta affermare di non essere in possesso dei documenti richiesti, si legge nella sentenza. L’esecutivo Ue avrebbe dovuto “fornire spiegazioni credibili” per dimostrare perché tali documenti siano irreperibili. E non l’ha fatto.
Unione Europea. Commissione. Kaja Kallas, l’ex prima ministra estone diventata alta rappresentante dell’Unione europea per la Politica estera e di sicurezza, sembra aver già chiuso il suo ciclo, a quattro mesi appena dalla nomina. La sua ultima uscita su un nuovo fondo di 40 miliardi per l’Ucraina, poi ridotto a 5 e poi ancora ridotto a zero sembra essere stata la pietra tombale sul suo lavoro qui a Bruxelles. Errori ne ha fatti sin dall’inizio, a quanto pare non ha ascoltato i funzionari più esperti del Servizio esterno di cui lei è capo su come si fa quel mestiere, ed anzi, ne ha allontanati parecchi; si è fatta da subito scippare di fatto competenze dalla Commissione; non ha saputo creare uno staff all’altezza del complicato ruolo che deve svolgere. “Si comporta come se fosse ancora il primo ministro estone, le viene un’idea e la propone agli Stati, senza passare dalla casella principale della politica dell’Unione, che è la ricerca del consenso”, ci ha spiegato un alto funzionario, che da anni lavora “nel settore”. E il consenso non lo trova. Alla fine, la prima lista Ue dei Paesi d’origine sicuri promessa da Ursula von der Leyen è arrivata. Per ora, ci sono Kosovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia. Poco importa se, entro l’estate, la Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe rivedere i parametri con cui poter considerare un Paese effettivamente sicuro. La Commissione europea tira dritto e serve un assist all’Italia, che aveva aggiunto Egitto e Bangladesh alla lista nazionale per poter trasferire in Albania le persone migranti provenienti da quei Paesi e valutarne le domande d’asilo con procedure accelerate.

Unione Europea. I deliri di Trump. La Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca grande quattro volte la Francia ma coperto per l’80% da ghiacci, affascina per le sue presunte risorse minerarie e la sua importanza geostrategica, tanto che Donald Trump è stato tentato di annetterla. Prima di Natale, il presidente eletto degli Stati Uniti ha dichiarato che il controllo della Groenlandia è «una necessità assoluta» per «la sicurezza nazionale e la libertà nel mondo». Martedì 7 gennaio ha rifiutato di escludere l’uso della forza per annetterla, suscitando stupore in questo territorio e a Copenaghen così come in altre capitali europee, con Parigi che ha denunciato «una forma di imperialismo». Le istituzioni di giustizia multilaterale sono sotto attacco. Da più fronti, ma la spallata più forte arriva da Washington, dove Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che autorizza sanzioni economiche aggressive contro la Corte penale internazionale (Cpi), accusata di “azioni illegittime e senza fondamento”. L’Unione europea fa scudo intorno al Tribunale de L’Aia, ma deve guardarsi le spalle: i tentativi di delegittimare l’operato della Cpi arrivano anche dai Paesi membri. Dalle riserve ad attuare il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu, al caso Al Masri in Italia.
Unione Europea. Dazi Usa. L’Unione europea non resta a guardare e risponde, mossa su mossa, ai dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ieri sono entrate in vigore le “tariffe aggiuntive” del 25% sull’importazione negli Usa di alluminio e acciaio prodotti in Europa. Un’escalation annunciata dall’inquilino della Casa Bianca che riguarda l’import di merci per 25 miliardi. Ieri è arrivata la risposta della Commissione Ue, che annuncia il ripristino dei dazi in vigore nel periodo 2018–2020 e poi sospesi. “A Wall Street diciamo: ‘fidatevi di Donald Trump’”. Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca. Karoline Leavitt, in un’intervista alla Cnn commentando il crollo dei mercati dopo l’annuncio dei dazi. “Questo è l’inizio dell’età dell’oro. Gli Stati Uniti non saranno più fregati dalle altre nazioni”, ha aggiunto. “L’intervento è finito! Il paziente è sopravvissuto e sta guarendo, la prognosi è che il paziente sarà molto più forte, più grande, migliore e più resiliente che mai prima. Rendiamo l’America di nuovo grande!!!”. Lo ha scritto Donald Trump su Truth all’indomani dell’annuncio di una nuova ondata di dazi che sta provocando un terremoto sui mercati. I dazi sono “necessari” per raddrizzare gli squilibri commerciali ma ci vorrà del tempo per vedere i loro effetti. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in un’intervista a Fox. Senza nascondere che gli americani potrebbero potenzialmente pagare gli effetti delle tariffe nel breve termine, Vance ha difeso l’azione del governo: serve “un grande cambiamento.
Spagna. Reazione ai dazi Usa. Da prima ancora di entrare nello studio ovale, Donald Trump ha iniziato a fare pressioni sugli alleati europei della Nato perché aumentino considerevolmente le loro spese in difesa. I Ventisette sembrano intenzionati a seguire questa indicazione, spaventati anche dall’impressione che Washington si voglia disimpegnare dal Vecchio continente, lasciandolo vulnerabile a potenziali aggressioni russe. Ma c’è uno Stato Ue che resiste, praticamente in solitaria, contro la corsa al riarmo: è la Spagna di Pedro Sánchez. L’esecutivo di Madrid, guidato da una coalizione di centro-sinistra tra il Partido Socialista (Psoe) del primo ministro Pedro Sánchez e Sumar (una piattaforma che raccoglie una serie di formazioni della sinistra radicale), ha confermato la sua intenzione di mantenere gli impegni di spesa assunti dando vita al governo. Cioè destinare l’1,32 per cento del Pil alla difesa quest’anno, e raggiungere l’obiettivo del 2 per cento (fissato dalla Nato nel 2014, dopo l’annessione unilaterale della Crimea da parte della Russia) entro il 2029. Sanchez ha rivendicato il diritto ad avere un percorso diverso, che premi “la Spagna e il welfare”. “Con Madrid tratteremo direttamente”, ha tagliato corto il presidente Usa. Il comunicato finale mette sullo stesso piano il 3,5% e il raggiungimento degli obiettivi di capacità Nato, e questo vale per tutti. L’Alleanza sostiene che appunto ci vorrà il 3,5%, mentre Madrid si discosta con “una scelta sovrana”, optando per lo scontro con gli Usa. “Vincono la Nato e la Spagna, ha detto il premier spagnolo, sostenendo che il suo Paese è stato “assolutamente rigoroso” nello stabilire al 2,1% del Pil le spese militari da impegnare. “Non l’ho detto io, ma le Forze Armate”, ha aggiunto.
Unione Europea. Reazioni allo scontro Trump-Zelensky. Un incontro “storico”. Così l’inviato speciale del Cremlino per la cooperazione negli investimenti e l’economia internazionale, mediatore delle trattative fra Stati Uniti e Russia, Kirill Dmitriev, ha definito l’incontro di oggi alla Casa Bianca fra Donald Trump e Volodymir Zelensky. E’ il primo commento in arrivo dalla Russia alla lite fra Trump e Zelensky, in seguito a una serie di attacchi da parte del presidente americano e del suo vice Jd Vance, tutto davanti a telecamere e giornalisti. La conferenza stampa congiunta è stata annullata. Il leader ucraino ha lasciato la Casa Bianca. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, “è un miracolo di contenimento il modo in cui Donald Trump e JD Vance sono riusciti a contenersi e non colpire Volodymir Zelensky”. “La bugia più grande fra tutte le bugie di Zelensky alla Casa Bianca è che il regime di Kiev nel 2022 era solo senza sostegno”, ha scritto Zakharova.

Unione Europea. Rearm Europe. Quasi una chiamata alle armi, l’intervento con cui il premier polacco, Donald Tusk, ha presentato al Parlamento europeo le priorità del semestre di presidenza della Polonia al Consiglio dell’Ue. Il motto scelto da Varsavia, ‘Sicurezza, Europa!’ è tutto un programma, la “massima priorità”, declinata addirittura in sette dimensioni. La prima, prerogativa di tutte le altre, è la sicurezza contro i nemici esterni: “Se l’Europa vuole sopravvivere, deve armarsi“, ha affermato Tusk. Come fa già la sua Polonia, che spende ormai il 5 per cento del proprio Pil per la difesa. L’appello del premier polacco è solo l’ultimo in ordine di tempo, nella giornata in cui anche l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, e il commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, hanno sottolineato l’urgenza di “mobilitare le finanze per soddisfare le nostre necessità di difesa”. Kubilius, intervenuto alla conferenza annuale dell’Agenzia europea per la difesa, ha alzato l’asticella della spesa militare in rapporto al Pil al 5-6 per cento. Sempre questa mattina, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha insistito sulla necessità di costruire una vera “Unione della Difesa”. “Chi controlla lo spazio controlla il futuro”, nel bene e nel male. Allora, di fronte a questa nuova sfida esistenziale, è tempo di “uno scudo spaziale europeo“. Parola di Andrius Kubilius, commissario per la Difesa e lo spazio, che in occasione della XVII conferenza spaziale europea chiama a raccolta le imprese per il nuovo corso europeo. Serviranno investimenti privati, che l’esecutivo comunitario, annuncia, intende convogliare attraverso una strategia che arriverà nelle prossime settimane. “Vogliamo creare un mercato unico per lo spazio“, anticipa. Non offre i dettagli, ma Kubilius fa capire che c’è l’intenzione di fare sul serio. Anche perché non ci sono grandi alternative. “L’Europa è pronta ad aumentare massicciamente la spesa per la difesa“. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ostenta sicurezza e determinazione. Avverte sui “tempi pericolosi” che contraddistinguono il presente e che ancor di più possono contraddistinguere il futuro. “Non ho bisogno di descrivere la natura grave delle minacce che affrontiamo, o le conseguenze devastanti che dovremo sopportare se tali minacce dovessero avverarsi”, perché, scandisce, “siamo in un’era di riarmo”, e in questa fase l’Ue intende rispondere con un piano di riarmo europeo in cinque punti il cui nome, ‘Rearm Europe’, già suggerisce molto. Due risoluzioni a Strasburgo per sostenere i nuovi investimenti in difesa e ribadire l’appoggio all’Ucraina: «No all’appeasement di Trump con Putin» Il Parlamento europeo ha approvato oggi in seduta plenaria una risoluzione sulla difesa europea che «accoglie con favore» il piano ReArm Europe proposto la scorsa settimana dalla Commissione europea. Il testo è stato approvato con 419 sì, 204 no e 46 astenuti. Non si tratta, tecnicamente, dell’approvazione del piano in sé e per sé, i cui dettagli sono d’altronde ancora in corso di elaborazione, d’intesa tra Commissione e governi nazionali. Anche perché Ursula von der Leyen ha detto nei giorni scorsi di voler porre quel progetto su un binario «accelerato» (tramite l’articolo 122 del Trattato Ue), sottraendolo di fatto all’approvazione del Parlamento europeo. Ma nei fatti l’Assemblea di Strasburgo lo ha già ampiamente discusso in questi due giorni, e oggi ha dato il suo via libera di principio, in una risoluzione che chiede che le risposte ai rischi geopolitici esterni siano «simili a quelle in tempo di guerra». “Non c’è nessun obbligo” per l’uso dei fondi di coesione a sostegno della difesa, però, nella pratica, come dimostra il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, spinge affinché così sia. Quella della difesa “è un’industria fondamentale per il futuro”, perché a ben vedere, spiega il responsabile per Coesione e riforme in audizione in commissione Sviluppo delle regioni del Parlamento europeo, “difesa non vuol dire guerra, ma sicurezza e stabilità“. Delle cinque nuove priorità per l’Europa individuate dall’esecutivo comunitario da finanziare con i fondi di coesione – competitività, difesa, politiche abitative, gestione e sicurezza idrica, transizione energetica – nessuna è imposta. Ciò non toglie che Fitto da una parte insiste sui precedenti, e dall’altra sui vantaggi. In primo luogo, scandisce agli europarlamentari, “nel ciclo di coesione 2014-2020 abbiamo avuto il 100 per cento di spesa, assorbendo le emergenze avute dal 2018: Covid, guerra in Ucraina, alluvioni, crisi energetica”. L’Unione europea dovrebbe investire in sistemi di difesa comune, con risorse comuni, ed evitare di sostenere singolarmente le diverse forze armate nazionali. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, non parla apertamente di esercito europeo, ma certo le indicazioni che si sente di dare agli Stati membri dell’Ue vanno in quella direzione. “Vogliamo 27 grandi eserciti nazionali o rafforzare la nostra capacità di risposta collettiva?“, la domanda che pone alla platea della conferenza annuale sul bilancio dell’Unione europea. Per Costa la risposta è l’opzione numero due. “Ventisette grandi eserciti nazionali potrebbero non essere il miglior modo di garantire la pace”, e allo stesso tempo, sottolinea il presidente del Consiglio europeo, “non credo che 27 grandi eserciti nazionali rappresenti il modo migliore di investire” soldi. Parlando di bilancio dell’Unione europea, anche Costa ha qualcosa da dire su budget e difesa: “Più che di beni nazionali abbiamo bisogno di beni comuni europei, e per questo abbiamo bisogno di un finanziamento comune europeo“.
Unione Europea. Invasione russa dell’Ucraina. A margine dei colloqui a Varsavia con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il primo ministro polacco Donald Tusk ha accusato la Russia di avere pianificato atti di sabotaggio in tutto il mondo, fra cui quelli che lui stesso ha definito “atti di terrore” contro compagnie aeree. “Non entrerò nei dettagli, ma posso confermare la fondatezza di questi timori, è che la Russia aveva pianificato atti di terrore aereo, e non solo contro la Polonia, ma contro le compagnie aeree di tutto il mondo”, ha detto mercoledì il premier polacco ai giornalisti. Si è fatta attendere, ma la risposta dell’Ue alla svolta impressa da Donald Trump al corso degli eventi in Ucraina è arrivata. Una risposta coordinata, nel giorno del terzo anniversario dell’invasione russa: António Costa ha convocato un vertice europeo straordinario sull’Ucraina il prossimo 6 marzo, per poi partire alla volta di Kiev insieme a Ursula von der Leyen e al collegio dei commissari Ue. Nella capitale in guerra, la presidente della Commissione europea annuncerà un nuovo pagamento da 3,5 miliardi attraverso il fondo di assistenza per l’Ucraina. Intanto a Bruxelles, i ministri degli Esteri dei 27 hanno adottato in prima mattinata il sedicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Ucraina nell’Ue subito, o quanto prima. Anzi, no. L’Unione europea è decisa a dare sostegno a Kiev e mostrare in modo tangibile vicinanza al Paese aggredito dalla Russia, e l’adesione è considerata come uno di questi modi. Sul come fare, però, l’Ue continua a essere divisa e il tema è destinato ad accalorare i dibattiti tra leader nei due vertici di marzo, entrambi con l’Ucraina al centro delle discussioni. Almeno sei Stati membri vorrebbero accelerare il negoziato per l’allargamento, gli altri frenano, con la presidenza polacca del Consiglio che non intende premere sull’acceleratore. In un discorso alla nazione il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che riunirà dalla settimana prossima i capi di stato maggiore dei Paesi che vogliono partecipare a una pace duratura in Ucraina anche con il dislocamento di forze europee sul terreno. “Chi può credere che la Russia si fermerà all’Ucraina? Di fronte a questo mondo in pericolo, restare spettatori sarebbe una follia”: lo ha detto mercoledì sera il presidente francese Emmanuel Macron in diretta tv in un discorso alla nazione. “La Russia – ha continuato Macron – è diventata una minaccia per la Francia e per l’Europa. La situazione che vi descrivo è quella, e dobbiamo conviverci. E la strada per la pace non può fare a meno dell’Ucraina. La pace non può essere la capitolazione dell’Ucraina. Non possiamo dimenticare che la Russia ha cominciato ad invadere l’Ucraina nel 2014”. Il “ritiro incondizionato” delle forze russe dal territorio ucraino è una condizione essenziale per modificare o revocare le sanzioni, ha dichiarato la Commissione europea in risposta alla richiesta del Cremlino L’Unione europea ha respinto con forza la richiesta del Cremlino di ricollegare la Banca agricola russa, nota come Rosselkhozbank, e altre entità finanziarie coinvolte nel commercio agroalimentare a Swift come condizione preliminare per fermare gli attacchi nel Mar Nero e garantire la sicurezza della navigazione. Per Bruxelles la continua invasione dell’Ucraina rende impossibile concedere un alleggerimento delle sanzioni, sia esso ampio o mirato. “La Russia non è un paese democratico e Putin è un dittatore. Ma io non ho paura delle loro minacce”. Kaja Kallas, dice che “questo è il modo in cui operano i russi: minacciare e intimidire. Vogliono che abbiamo paura delle loro minacce. La risposta è non averne”. L’Alto rappresentante per la politica estera europea è stata duramente criticata dal Cremlino e contro il titolare del Cremlino si scaglia: “È un vero dittatore. E i dittatori funzionano così. Eliminano tutti i concorrenti. Basta pensare a come hanno ucciso Navalny. Il metodo è quello di eliminare le alternative e rendere felici i compari intorno a lui, le strutture di potere, come l’esercito e la polizia. E così si resta al potere”. Dopo decenni, la Cechia ha posto fine alla sua dipendenza dal greggio di Mosca. In seguito al completamento dei lavori sull’oleodotto Tal (che parte dall’Italia), ora Praga potrà rifornirsi interamente attraverso rotte occidentali. “Dopo circa 60 anni, la nostra dipendenza dalla Russia è finita“, ha dichiarato ieri (17 aprile) il primo ministro ceco Petr Fiala parlando ai giornalisti presso il deposito di Nelahozeves, circa 25 chilometri a nord della capitale. “Per la prima volta nella storia, la Repubblica Ceca si rifornisce completamente di petrolio non russo, e si rifornisce completamente tramite rotte occidentali“, ha aggiunto il premier (che in Europa è alleato di Giorgia Meloni nelle fila dei Conservatori e riformisti). “Non dubitiamo della nostra potenza economica. Quello che dobbiamo fare è collegare la nostra capacità economica alle nostre ambizioni in materia di sicurezza”. Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, ha parlato questa mattina all’evento dell’Istituto universitario europeo di Firenze sulla pace e la sicurezza in Europa. Per il politico portoghese questo passo “proietterà l’Unione europea come attore geopolitico più influente. Attivo nelle regioni vicine per costruire una pace sostenibile. Come promotrice attiva del dialogo e della cooperazione. In Medio Oriente. Nel Caucaso. In Africa“. Per il governo polacco, dietro l’incendio che un anno fa ha devastato il centro commerciale più grande di Varsavia ci sono i servizi russi, alla cui regia sarebbe in realtà imputabile una serie di attentati e sabotaggi in tutta Europa. E come contromisura, ha annunciato la chiusura del consolato della Federazione a Cracovia, mentre il Cremlino respinge le accuse. Non ci sono dubbi per il governo di Donald Tusk. La responsabilità per l’incendio che esattamente un anno fa, il 12 maggio 2024, ha quasi raso al suolo il centro commerciale di Marywilska, il più grande della capitale, è senz’altro dell’intelligence di Mosca. Il primo ministro ha annunciato ieri sera (11 maggio), alla vigilia del primo anniversario dell’attacco – che fortunatamente non aveva causato vittime – che si è trattato di “un incendio doloso ordinato dai servizi di sicurezza russi“.
Unione Europea. Guerra Israele – Hamas. L’Europa minaccia di abbandonare Israele se non interromperà i bombardamenti e il blocco alimentare a Gaza, ma l’Italia (assieme alla Germania) si sfila. Il consiglio “Affari esteri” dell’Unione europea, riunitosi martedì 20 maggio a Bruxelles, ha visto Roma schierarsi con una minoranza di paesi contro l’avvio di una revisione formale dell’accordo di associazione commerciale Ue-Israele. Con 17 ministri degli Esteri su 27 a favore, è stata approvata una mozione che punta a verificare il rispetto dell’Articolo 2 dell’accordo, che vincola le parti al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”. Mentre la maggioranza degli Stati membri ha voluto inviare un segnale forte a Tel Aviv in risposta alla drammatica situazione umanitaria a Gaza, l’Italia ha scelto di votare contro, allineandosi con Germania, Grecia, Ungheria e altri quattro paesi in quella che appare una posizione sempre più difficile da sostenere di fronte all’opinione pubblica continentale.
Ungheria. Corte Penale Internazionale. Una decisione “coraggiosa e di principio“. Con queste parole Benjamin Netanyahu, il premier israeliano sul cui capo pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale (Cpi), ha salutato la mossa dell’omologo ungherese Viktor Orbán che ha annunciato di voler ritirare il suo Paese dal tribunale delle Nazioni Unite, considerato un organismo politicizzato. Accogliendo con tutti gli onori Benjamin Netanyahu a Budapest, dove si è recato per una visita di Stato di quattro giorni, il padrone di casa Viktor Orbán ha annunciato ieri (3 aprile) che intende far uscire l’Ungheria dalla Corte penale internazionale. In quanto parte della Cpi, il Paese mitteleuropeo dovrebbe al contrario arrestare chiunque metta piede sul suo territorio dopo essere stato raggiunto da un mandato di cattura dal tribunale dell’Aia.

Unione Europea. Affari interni. Il 3 febbraio, nell’elegante scenografia del castello di Limont, a metà strada tra Bruxelles e Liegi, i capi di stato e di governo dell’Ue si incontreranno per un primo “ritiro informale” – il nuovo format voluto da António Costa per permettere ai leader di discutere senza la pressione di dover concordare conclusioni vincolanti – a tema difesa europea. “L’Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria difesa“, ha scritto chiaramente il presidente del Consiglio europeo nella lettera d’invito ai colleghi dai 27 Paesi membri. Il ritorno di una “guerra ad alta intensità nel nostro continente”, gli attacchi ibridi e informatici contro le infrastrutture critiche dei Paesi membri, senza dimenticare la drammatica ed esplosiva situazione in Medio Oriente: l’Ue non può più dormire sonni tranquilli e il nuovo imperativo a Bruxelles è aumentare le proprie capacità di difesa. L’obiettivo della riunione sarà “fornire indicazioni alla Commissione e all’Alto Rappresentante per la preparazione di un libro bianco sul futuro della difesa europea, che riguarderà le iniziative di difesa congiunte e le risorse necessarie per svilupparle”, ha indicato Costa. Ripensare l’Europa e il suo funzionamento. Il prossimo bilancio pluriennale (Mff 2028-2034) è già un grattacapo. La Commissione europea non svela ancora le carte, ma ne presenta alcune, preparatorie, delle linee guida per quello che verrà. La comunicazione sul budget presentata dal commissario per l’Economia, Valdis Dombrovskis, a margine dei lavori dell’Aula del Parlamento europeo, è un’indicazione politica per gli Stati membri, perché sono i governi nazionali a dover indicare intenzioni e voglie di contribuire. Con risorse proprie, innanzitutto. Secondo il report 2025 solo 6 Rappresentanze permanenti (Croazia, Finlandia, Italia, Portogallo, Romania e Svezia) dispongono di tutte le informazioni disponibili e regolarmente aggiornate sui propri siti web. 8 (Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Spagna) rendono disponibili la maggior parte delle informazioni, mentre 5 di esse (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo) pubblicano solo alcuni recapiti del proprio personale, ma non il registro per la trasparenza. Cresce l’opposizione alla riforma del bilancio comunitario voluta da Ursula von der Leyen. Oltre ai dubbi sollevati dagli enti locali e dall’Eurocamera, ora arriva anche il fuoco amico del suo stesso Partito popolare europeo (Ppe). Il gruppo parlamentare dei cristiano-democratici ha ribadito le medesime perplessità espresse dall’Aula qualche settimana fa, puntando il dito contro gli elementi chiave del nuovo budget settennale al quale nel Berlaymont si lavora sottotraccia da mesi. Sembra non esserci pace per la famigerata riforma che Ursula von der Leyen ha in mente per il bilancio pluriennale dell’Ue (il Qfp, o Mff nell’acronimo inglese), finalmente svelata al pubblico un paio di giorni fa. Nel nome della flessibilità e dell’efficienza, il capo dell’esecutivo a dodici stelle ha delineato i contorni di una vera e propria rivoluzione nella struttura stessa del budget per il periodo di programmazione 2028-2034. Le fratture sempre più evidenti nella maggioranza che sostiene Ursula von der Leyen hanno tenuto banco alle consuete riunioni dei principali partiti politici europei che precedono il vertice dei capi di stato e di governo dell’Ue in corso oggi (26 giugno) a Bruxelles. Dopo che la Commissione europea si è piegata al volere delle destre annunciando il ritiro della legge sulle dichiarazioni ambientali, socialisti e liberali si leccano le ferite. E provano a reagire. A provare a suonare la carica, già ieri sera, la segretaria dem Elly Schlein, nella capitale belga per la Summer School del Partito democratico e per partecipare appunto all’incontro con gli altri leader della famiglia socialista europea. “I nostri voti non sono garantiti e vi assicuro che i nostri voti contano. Il nostro gruppo in questo momento è fortemente critico nei confronti di questa Commissione”, ha avvertito Schlein. La capogruppo S&d all’Eurocamera, Iratxe Garcia Pérez, ha informato i colleghi del tête-à-tête avuto con von der Leyen per capire se lo strappo è ricucibile.

Ungheria. Pride. Il parlamento ungherese ha approvato oggi la legge che vieta il Budapest Pride e consente alle autorità di utilizzare un software di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti. Lo riferiscono media locali. Sulla legge hanno votato a favore i due partiti che formano la coalizione di governo, il Fidesz del premier Viktor Orbán, e il Kdnp. L’Ungheria di Viktor Orbán rimane l’osservata speciale in Ue. Finora ci sono state più chiacchiere che azioni concrete per invertire (o quantomeno arrestare) il declino democratico nel Paese mitteleuropeo, sotto procedura d’infrazione da oltre sei anni. Ma forse qualcosa si sta lentamente per muovere, mentre il premier magiaro prosegue con la stretta contro le minoranze, provoca i suoi partner a dodici stelle e tira la corda del diritto internazionale. Stop alle marce per il Pride e al riconoscimento legale per le persone trans e intersessuali: queste alcune delle modifiche approvate dal Parlamento di Budapest. “Proteggiamo lo sviluppo dei bambini, affermiamo che una persona nasce maschio o femmina e ci opponiamo alle droghe e alle interferenze straniere. In Ungheria, il buon senso conta”, ha commentato Orban. “Analizzeremo la legge”, la replica dell’Unione Europea. Approvata la stretta sui diritti umani e le libertà civili in Ungheria. Il Parlamento di Budapest ha approvato un emendamento alla Costituzione che riguarda, tra le altre cose, la definizione di genere, l’eliminazione del riconoscimento legale per le persone trans e intersessuali e anche la possibilità di sospendere la cittadinanza di cittadini ungheresi con doppia cittadinanza qualora visti come una minaccia per la sicurezza nazionale. “L’emendamento costituzionale dell’Ungheria è ora legge”, ha commentato in un post su X il primo ministro ungherese Viktor Orban. “La nostra posizione su questi diritti è estremamente chiara. Sosteniamo la comunità lgbt. La legge presenta diversi aspetti da esaminare. La analizzeremo e poi vedremo a che punto siamo rispetto alla legge Ue”, ha replicato la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà. L’Ungheria di Viktor Orbán è sempre più all’angolo in Europa. A certificarlo, stavolta, è il fronte di una ventina di Stati membri saldatosi oggi al Consiglio per condannare la crociata del premier contro la comunità lgbt, denunciando in particolare la stretta annunciata sul Budapest Pride. Ma non sono ancora all’orizzonte sanzioni concrete per il governo magiaro, almeno per il momento. Sembrano ormai finiti i giorni in cui le malefatte dell’Ungheria passavano sotto silenzio a Bruxelles. In occasione del Consiglio Affari generali svoltosi oggi (27 maggio), 20 Paesi Ue hanno sottoscritto una dichiarazione proposta dai Paesi Bassi in cui si condanna aspramente la regressione democratica del governo di Budapest, ormai da 15 anni occupato da Viktor Orbán. A non aver apposto la propria firma sono stati Bulgaria, Croazia, Italia, Romania e Slovacchia, oltre alla Polonia (che ha preferito mantenere un profilo neutrale, detenendo la presidenza di turno dell’Unione) e, naturalmente, l’Ungheria. Almeno duecentomila persone hanno partecipato al Pride di Budapest nonostante i divieti imposti dal governo di Orbán. Presente anche una delegazione di eurodeputati Circa 70 eurodeputati dell’ala liberale, verde e sinistra del Parlamento europeo sono arrivati a Budapest per partecipare al Pride, con centinaia di migliaia di manifestanti che hanno sfilato nella capitale ungherese sventolando bandiere arcobaleno e dell’Ue. Presente nella capitale serba anche la commissaria belga per l’Uguaglianza Hadja Lahbib. Gli eurodeputati provenivano principalmente dai gruppi liberali Renew Europe, Socialisti e Democratici, Sinistra e Verdi, a cui si è aggiunta una deputata irlandese del Partito Popolare Europeo (Ppe), Maria Walsh. “Molto prima di entrare in politica, e molto prima di lasciarla, mi presenterò al Pride. Per me e per i miei valori, il Pride è incredibilmente importante. Avrei voluto che ce ne fossero di più, ma mi sono unita a più di 70 altri deputati di tutti i partiti politici”, ha dichiarato Walsh. “Non si tratta di un partito contro l’altro. Si tratta di un essere umano che si presenta per un altro”, ha aggiunto la Walsh, interrogata sul fatto che non ci fosse una delegazione del Ppe con lei.
Belgio. Procreazione assistita. Maternità surrogata, il governo belga guidato dal conservatore Bart De Wever dice ‘sì’ ed estende la possibilità di ricorrere all’utero in affitto anche per single e alle coppie gay, e scoppia la polemica. Perché De Wever, primo ministro in carica nel regno del Belgio e leader storico dell’N-va, partito che in Europa si accomoda tra i banchi dei conservatori europei (Ecr), è un alleato della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il cui partito Fratelli d’Italia pure fa parte dell’Ecr, che sul tema ha però altre idee. In Italia la Gestazione per altri è stato considerato reato universale, e l’utero in affitto non può essere previsto mai in nessun caso. La scelta della maggioranza in Belgio irrompe nel dibattito politico italiano.
Belgio. Persone non binarie. Il Belgio del premier Bart De Wever alleato di Meloni non introdurrà una terza opzione di genere (“X”) sulle proprie carte d’identità, ma le persone non binarie potranno ora richiedere che il loro indicatore di genere sia completamente rimosso dai documenti ufficiali. A darne notizia Het Nieuwsblad. La decisione, annunciata dal ministro degli Interni Bernard Quintin, segue anni di dibattito e una sentenza della Corte costituzionale del 2019, che aveva definito incostituzionale la mancanza di riconoscimento per le persone non binarie. Questo compromesso porterà il Belgio ad avere due tipi di carte d’identità: quelle con un indicatore di genere (M/F) e quelle senza. Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la relazione “Identity Cards”, segnando un passaggio storico nel riconoscimento dei diritti delle persone trans e non binarie. Il via libera è arrivato anche agli emendamenti proposti dall’europarlamentare del Partito Democratico Alessandro Zan, vicepresidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE).
Unione Europea. Famiglie omogenitoriali. Nonostante l’avanzata delle destre nazionaliste e reazionarie abbia toccato da tempo le istituzioni di molti Stati membri – dall’Italia di Giorgia Meloni all’Olanda post-Rutte, passando per l’immarcescibile blocco di Visegrád – l’Unione Europea rimane ferma sulla propria posizione: i diritti dei bambini vengono prima di tutto, e le famiglie omogenitoriali hanno diritto a vederli garantiti in egual misura, ovunque. E così, durante la plenaria del 13 febbraio a Strasburgo, il commissario europeo per la Giustizia intergenerazionale e la Cultura, Glenn Micalleff, ha riaffermato ancora una volta questo principio con parole che, però, non suonano prive di ambiguità.
Slovacchia. Omofobia di Stato. Il 28 gennaio 2025, il governo slovacco guidato dal primo ministro Robert Fico ha presentato una proposta di modifica costituzionale che mira a limitare i diritti delle coppie omosessuali e a inasprire le procedure per il cambio di sesso. La proposta, pubblicata sul sito ufficiale del governo, mette in discussione anche la supremazia del diritto dell’Unione Europea rispetto a quello nazionale, e determina un passo in avanti nella strategia della Russia di Putin di sottomettere la Slovacchia all’influenza anti-liberale del Cremlino. Fico ha giustificato queste iniziative appellandosi alle “tradizioni, al patrimonio culturale e spirituale dei nostri antenati“, con l’obiettivo di erigere “una barriera costituzionale contro il progressismo” e ripristinare il “buon senso“. La proposta definisce il sesso come “maschio e femmina“, determinato alla nascita, e stabilisce che “il sesso può essere cambiato solo per gravi motivi, secondo procedure da stabilire per legge“. Inoltre, riserva l’adozione di bambini alle sole coppie sposate, con rare eccezioni. Anche la Slovacchia si prepara a voltare le spalle all’Europa dei diritti. Il governo guidato da Robert Fico – leader di SMER-SD, formazione nominalmente socialista ma sempre più organica alla galassia reazionaria dell’Est – ha annunciato una serie di emendamenti costituzionali che potrebbero comprimere ulteriormente le libertà riproduttive e i diritti delle persone LGBTQIA+ in un paese già profondamente conservatore. Una strategia lucida e pericolosa, che ancora una volta – sul modello di Ungheria, Italia, Bulgaria, Georgia e Serbia – parla il linguaggio della restaurazione e del controllo, mascherata da difesa dei valori tradizionali.
Grecia. Divieto donazione sangue. Il Consiglio di Stato, ovvero la massima corte amministrativa della Grecia, ha annullato una decisione presa nel 2022 dal Ministero della Salute che aveva revocato il divieto di donazione del sangue per gli uomini gay. Di conseguenza, il divieto – originariamente introdotto dalla Grecia durante il picco dell’epidemia di hiv/aids negli anni ’80 – è stato di fatto ripristinato. Il Consiglio di Stato ha stabilito che il Ministero non avrebbe fornito prove scientifiche a supporto della sua decisione e non avrebbe seguito le raccomandazioni di due commissioni consultive sanitarie che suggerivano periodi di sospensione per i donatori ad alto rischio. A darne notizia la rivista ateniese Kathimerini.
Unione Europea. Omobitransfobia. La Polonia ha definitivamente voltato pagina. L’ultima “lgbt – Free Zone” è stata infatti ufficialmente abolita, dopo anni di polemiche e salate multe da parte dell’Ue. Il consiglio di amministrazione della contea di Łańcut ha votato giovedì scorso per abrogare la risoluzione che istituiva la sconcertante zona “libera da persone lgbt”, formalmente chiamata Carta dei diritti della famiglia. A darne notizia Notes From Poland. 13 i voti favorevoli contro i soli 5 contrari. I membri del consiglio hanno però voluto chiarire di essere stati motivati esclusivamente da considerazioni finanziarie. L’Unione Europea da anni trattiene fondi nei confronti di tutte quelle città e quelle contee che hanno istituito tali zone. Sanzioni disciplinari in Francia per tre calciatori che hanno peccato di omobitransfobia: Jonathan Gradit del Lens, Nemanja Matic del Lione e Ahmed Hassan del Le Havre. Durante la Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia del 17 maggio, la Ligue 1 aveva provato a lanciare un messaggio forte: tutti i giocatori avrebbero indossato una fascia arcobaleno lgbt sul braccio per dire no alle discriminazioni. Ma non tutti erano stati “in partita”. Nella stessa giornata la FCC (la Federcalcio di Francia) aveva organizzato un torneo dedicato alla comunità lgbt. La Ligue, Lega professionistica francese (LFP), ha preso provvedimenti esemplari: Gradit, Matic e Hassan sono stati sanzionati con punizioni disciplinari da una a quattro giornate. Jonathan Gradit incassa una giornata di squalifica per un insulto omofobico rivolto a un avversario negli spogliatoi. Gradit, proprio nella giornata del 17 maggio, aveva lanciato epiteti di odio anti-LGBTI+ a Krépin Diatta del Monaco durante l’intervallo, nei corridoi che conducono dal tappeto di gioco agli spogliatoi. Tutto era avvenuto al riparo dalla diretta tv di Dazn, per fortuna, ma qualcuno aveva riportato all’arbitro che ha preso nota e riferito alla commissione disciplinare: una giornata di squalifica. Nemanja Matic e Ahmed Hassan, che avevano deliberatamente coperto con del nastro adesivo il simbolo arcobaleno sulle loro maglie, ricevono addirittura ben 4 giornate di squalifica (due effettive e due con sospensione condizionale). Punizioni che pesano, e che i rispettivi club sanzioneranno anche dal punto di vista economico. Per Matic e Hassan la commissione disciplinare ha imposto anche l’obbligo di partecipare a un’azione di sensibilizzazione contro l’omobitransfobia nei prossimi sei mesi. L’ECRI ha rivelato una serie di positivi sviluppi rispetto alla precedente relazione sulla Lettonia del 2019, in particolare nel campo della più inclusiva istruzione e della prevenzione al bullismo nelle scuole, dell’uguaglianza lgbt, degli sforzi per migliorare l’efficacia delle indagini di polizia sui casi di crimini d’odio, dell’accesso alle informazioni e ai servizi di supporto all’integrazione per cittadini di paesi terzi e rifugiati. Tuttavia, nonostante questi progressi alcune questioni continuano a destare preoccupazione. L’ECRI ha pertanto formulato questa serie di raccomandazioni: In via prioritaria, che le autorità istituiscano un sistema di monitoraggio a livello nazionale per gli episodi di razzismo e anti-lgbt nelle scuole, attraverso anche un’adeguata raccolta di dati, nonché l’istituzione di un gruppo di lavoro interistituzionale incaricato di monitorare i discorsi d’odio e i crimini d’odio.
Francia. Iniziative lgbt. In Francia, Élisabeth Borne, innova, annunciando un programma rivoluzionario che fa dell’educazione affettiva e sessuale un pilastro fondamentale per costruire una società più equa, libera da stereotipi e violenze di genere. Un progetto ambizioso e lungimirante, che sarà integrato nei programmi scolastici di ogni ordine e grado. L’obiettivo? Educare le nuove generazioni a nozioni essenziali come la parità di genere, il rispetto delle differenze e il consenso. A partire dal prossimo anno scolastico, dunque, tutte le scuole francesi, pubbliche e private, introdurranno tre lezioni annuali di educazione affettiva e sessuale in collaborazione con l’ONG femminista Hear Her Stories, calibrate sull’età e sul grado di maturità degli studenti. Già dai quattro anni, i bambini apprenderanno i nomi scientifici degli organi genitali e verranno introdotti al concetto di consenso tramite un approccio ludico. In questa fase, l’enfasi sarà posta sull’affettività: i più piccoli impareranno a riconoscere e rispettare i propri confini e quelli altrui, acquisendo competenze relazionali essenziali. Il 17 maggio, Giornata Internazionale contro l’Omobitransfobia, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha inaugurato “Aux oubliés et oubliées” (Ai dimenticati), monumento alla memoria delle vittime lgbt realizzato dall’artista francese Jean-Luc Verna. L’opera, che si trova nei giardini del Port de l’Arsenal, vicino alla Bastiglia, è un’imponente Stella d’acciaio. Il memoriale è dedicato a tutte le vittime lgbt delle persecuzioni in Francia nel corso della storia, comprese quelle uccise dai nazisti nei campi di concentramento, o tramite esecuzioni sommarie. Sono state ricordate anche le persone deportate dalla Francia per il loro orientamento sessuale e identità di genere. “La storia è lì per permetterci di preparare il futuro, di evitare il peggio e soprattutto di produrre il meglio“, ha sottolineato la sindaca Hidalgo durante l’inaugurazione. “Questa storia ci obbliga nei confronti del futuro. Era molto importante che il riconoscimento di questa storia e l’obbligo che ci grava per il futuro fossero impressi in modo forte, simbolico, ma anche concreto in una città come Parigi. Riconoscere significa dire ‘questo è successo’ e dire ‘non vogliamo che accada di nuovo’. Dobbiamo lottare contro la negazione e la banalizzazione“, ha aggiunto la prima cittadina, concludendo: “Oggi ci sono venti contrari potenti ed estremamente pericolosi che vorrebbero negare questo tipo di diversità“.

Malta. Cittadinanza. Stop alla cittadinanza ‘facile’. La Corte di giustizia dell’Ue boccia Malta e la sua politica di riconoscimento di status e passaporti. Per i giudici di Lussemburgo “l‘acquisizione della cittadinanza dell’Unione non può risultare da una transazione commerciale“, e dunque “il programma maltese di cittadinanza tramite investimento è contrario al diritto dell’Unione“. Con sentenza, la Corte di giustizia dell’Unione europea riconosce le ragioni della Commissione europea, che proprio per la politica di rilascio passaporti ha trascinato il governo de la Valletta dinanzi alla Corte. Quest’ultima oggi (29 aprile) stabilisce che il regime introdotto nel 2020 e che lega la concessione di cittadinanze a investimenti nei fatti “è assimilabile ad una commercializzazione della concessione della cittadinanza di uno Stato membro nonché, per estensione, dello status di cittadino dell’Unione”. Un modo di fare contrario al diritto comunitario.
Paesi Bassi. Istruzione. In Olanda le università stanno vivendo delle settimane difficili da quando il governo conservatore ha deciso di tagliare drasticamente i fondi destinati all‘istruzione superiore. Si tratta di un taglio complessivo di 497 milioni di euro, distribuito su diverse voci, tra cui borse di studio e ricerca. In particolare, a essere colpita più duramente è stata la politica per gli studenti internazionali, che subirà un taglio di ben 186 milioni di euro. Le restrizioni del budget sono divenute legge lo scorso 9 aprile, mentre il ministro dell’istruzione Eppo Bruins ha avanzato delle proposte volte a scoraggiare l’arrivo di studenti non olandesi nel Paese e a favorire i programmi di studio nella lingua nazionale. In particolare, Bruins ha chiesto che non oltre un terzo degli insegnamenti nei programmi di laurea di primo livello siano condotti in lingua straniera, e che i percorsi di laurea in inglese debbano essere vagliati da una commissione apposita. Un cambiamento importante, considerando che nei Paesi Bassi il 50 per cento degli insegnamenti avviene simultaneamente in inglese ed in olandese. Le università dovranno inoltre applicare un tetto massimo per il numero di studenti stranieri iscritti e, se tale misura non dovesse risultare sufficientemente efficace, queste riceveranno meno fondi per ciascun studente. Il governo sta discutendo inoltre la possibilità di limitare il supporto finanziario agli studenti Ue che lavorano nel Paese, e di imporre maggiori tasse per quelli extracomunitari.
Unione Europea. Strategia per l’acqua. Un’Europa capace di resistere agli shock idrici del futuro, ma anche di ricostruire il proprio rapporto con l’acqua a partire da efficienza, investimenti, governance e cooperazione. È questo l’obiettivo della prima Strategia per la resilienza idrica adottata oggi (4 giugno) dalla Commissione europea, e presentata da Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva responsabile per la transizione competitiva, e dalla commissaria all’Ambiente, Jessika Roswall. Negli ultimi dieci anni, il numero di europei colpiti dalla scarsità d’acqua è quasi raddoppiato, mentre circa il 30 per cento del territorio dell’Ue ogni anno sperimenta condizioni di siccità. Ma è l’intero ciclo dell’acqua a essere sotto pressione: troppe perdite, troppo inquinamento, troppa poca attenzione a un bene che, ha ricordato Ribera, “non è infinito, né gratuito, né sempre pulito”. La strategia della Commissione punta su cinque priorità: ripristinare il ciclo dell’acqua, costruire un’economia “water smart”, garantire acqua pulita e accessibile a tutti, accelerare l’innovazione e migliorare la governance. Il messaggio politico è chiaro: la sicurezza idrica non è più solo una questione ambientale, ma una condizione fondamentale per la competitività, la salute pubblica e la stabilità economica dell’Unione.

Unione Europea. Eurofestival 2025. Per il secondo anno consecutivo ci sono stati problemi con la rappresentante di Israele. Durante l’esibizione della cantante israeliana Yuval Raphael, infatti, all’Eurovision alcuni manifestanti hanno tentato di irrompere sul palco. Lo riportano i media israeliani, secondo cui i manifestanti sono stati bloccati dagli addetti alla sicurezza. Ci sono stati anche molti fischi da parte del pubblico all’arena di St. Jakobshalle (dove si teneva la manifestazione), che sono stati prontamente nascosti da applausi registrati da parte della Regia. Ovviamente tutti questi di sensi non c’entrano ne con i rappresentanti di quest’anno, ne con quelli dell’anno scorso; ma con la guerra in corso tra Israele e Hamas. Per quanto riguarda i miei gusti direi che non è stato un Festival di belle canzoni. Molto ritmo tunz tunz e poco pensiero. Tra le poche eccezioni spicca sicuramente l’Italia di Lucio Corsi (che arriverà quarta per le giurie e quinta aggiungendo i voti del televoto. Molte belle a mio parere anche le canzoni di Grecia e Lussemburgo. Discorso diverso per l’Islanda; che sarà anche tunz tunz però era carina.
Francia. Morto Jean-Marie Le Pen. All’età di 96 anni, è morto Jean-Marie Le Pen, leader storico dell’estrema destra transalpina che aveva contribuito a creare nella sua forma moderna. Fondatore del Front national e successivamente “disconosciuto” politicamente dalla figlia Marine, che aveva preso la guida del partito ribattezzandolo Rassemblement national e intraprendendo un’opera di normalizzazione, Le Pen è stato una figura estremamente controversa nella Cinquième République francese. Come si vede, oggi, dalle reazioni alla sua scomparsa.
Unione Europea. Incarico Belloni. Il Collegio dei Commissari ha nominato Elisabetta Belloni consigliera diplomatica speciale della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. L’ex direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza italiano non sarà nel gabinetto di von der Leyen, ma sarà responsabile servizio di consulenza Idea (“Ispirare, discutere, coinvolgere e accelerare l’azione”), che dipende direttamente dalla presidente della Commissione, ed ha lo scopo di fornire alle politiche comunitarie “idee innovative e un forum per la ricerca interdisciplinare e la collaborazione su priorità chiave”.

Italia. Pnrr. L’Italia continua a lavorare per ottenere tutte le risorse previste dal Recovery Fund. La richiesta di pagamento della settima rata per il finanziamento del piano per la ripresa (Pnrr) depositata alla fine dell’anno si inserisce in un percorso che fin qui ha prodotto i risultati che si dovevano per la mole di risorse Ue che il Paese ha chiesto e le aspettative che questo produce nei partner. Per il 2025 la maggioranza ha già avanzato i lavori, chiedendo ulteriori 18,3 miliardi di euro a quelli già ottenuti da Bruxelles. Palazzo Chigi, nell’annunciare di aver rispettato impegni e programmi, sottolinea come l’Italia sia il primo Paese dell’Ue ad aver ottenuto sei rate del Pnrr alla fine del 2024 e aver chiesto addirittura una settima rata. Due verità sono contenute in questa affermazione: la prima è il dato di fatto oggettivo, la veridicità del dato. La seconda verità è che l’Italia è il Paese che più di chiunque altro ha fatto richiesta di soldi europei. Un totale di 191,5 miliardi di euro tra sovvenzioni (68,9 miliardi) e prestiti (122,6 miliardi). Soldi di un meccanismo di ripresa post-pandemico, NextGenrationEU, da utilizzare entro e non oltre il 2026, e che impone all’Italia di chiedere e usare per la riuscita del Pnrr. Mercoledì l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che vigila sulla finanza pubblica e sulla politica economica del governo, ha pubblicato uno studio sullo stato di attuazione di uno degli obiettivi più rilevanti fissati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): quello sull’aumento dei posti negli asili nido e nelle scuole materne. La ricerca dell’UPB, molto scrupolosa e affidabile, mostra grossi ritardi del governo e delle amministrazioni locali nell’attuazione del progetto, che rischiano di essere confermati nei prossimi due anni. I ritardi riguardano sia quanti soldi sono stati spesi rispetto ai fondi stanziati, sia lo stato di avanzamento dei lavori. L’UPB ha fatto alcune simulazioni e ipotizzato vari scenari (ci torniamo): in quello più verosimile l’Italia creerebbe circa 133mila nuovi posti negli asili nido e nelle scuole materne, cioè 17.400 in meno rispetto agli obiettivi indicati nel PNRR.
Vertice Unione Europea Italia. Un plauso a uomini e donne che ogni giorno rappresentano il Paese, lo promuovono e lo difendono, per quello che è un vero e proprio inno all’Europa e all’europeismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, apre la sua visita istituzionale a Bruxelles rivolgendo il saluto ai funzionari italiani, con cui condivide entusiasmo e soddisfazione per “questa straordinaria avventura di integrazione che stiamo continuando a vivere di anno in anno“. E’ questo il richiamo all’attenzione per i temi europei, sempre più importanti. Perché, sottolinea il capo dello Stato, oggi più che mai “emerge quanto sia ormai strettamente intrecciata sotto ogni profilo la vita del nostro Paese con quella dell’Unione europea“. L’Italia, che dell’Unione europea è fondatrice, è e deve rimanere centrale nel processo di integrazione perché il progetto a dodici stelle “è il punto di collegamento, di intersezione più importante per la protezione del nostro Paese”.
Vertici. Qualcuno l’ha già ribattezzato ‘G7 meno uno’: il vertice dei sette grandi del mondo alla prova di Donald Trump. In Canada, a Kananaskis, i leader di Regno Unito, Francia, Italia, Germania, Giappone, Canada ed Unione europea affrontano il presidente degli Stati Uniti in uno dei summit più densi degli ultimi anni. Al nodo delle sanzioni alla Russia si è affiancata la pericolosa escalation tra Israele e Iran. Dietro le quinte, tutti cercano di strappare al tycoon un accordo per mettere fine alla minaccia dei dazi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ricevuto a Parigi il cancelliere tedesco Olaf Scholz per riaffermare l’impegno dei due Paesi a rafforzare l’Europa e a creare un fronte comune che faccia da argine all’imprevedibilità della nuova amministrazione statunitense. L’incontro tra i due leader, avvenuto oggi (22 gennaio), è stato organizzato per celebrare l’anniversario della stipula, nel lontano 1963, del Trattato dell’Eliseo – firmato da Charles De Gaulle per la Francia e Konrad Adenauer per l’allora Germania Ovest – che ha segnato l’inizio della stretta collaborazione tra i due Paesi considerati tradizionalmente il motore dell’integrazione europea. Dal 25 al 27 gennaio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata in visita ufficiale in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe e primo ministro del paese Mohammed bin Salman e ha firmato con lui un accordo di cooperazione tra Italia e Arabia Saudita. Non è chiarissimo cosa preveda l’accordo, i cui contenuti per ora sono stati annunciati in modo un po’ vago, ma in sostanza favorirà una maggiore collaborazione tra i due paesi, che si sono impegnati a organizzare insieme incontri internazionali e a definire nei prossimi tempi un piano di priorità condivise.












































