Fine del bipartitismo. I risultati del voto sanciscono quello che i sondaggi davano per certo: quando lo scrutinio è quasi concluso, il Partido Popular è primo con quasi il 29% dei consensi, il Psoe al 22% seguito da vicino dallo straordinario risultato di Podemos, oltre il 20% (dato che include anche le alleanze strette localmente dal partito). Ciudadanos – che fino a inizio mese era terzo e insidiava da vicino i socialisti, chiude solo quarto, sotto il 14%.
Nelle elezioni politiche spagnole il Partito Popolare di Mariano Rajoy ha vinto con un buon margine sugli inseguitori, sempre che si possa definire vittoria il passare dal 44,6 per cento al 28,7, il perdere tre milioni e mezzo di voti pur a fronte di un leggero aumento dell’affluenza e l’ottenere 123 seggi rispetto ai 186 di quattro anni fa (la soglia per la maggioranza si apre a 176 seggi). “Benvenuti in Italia”, ha titolato El País. Benvenuti in un Paese in cui per fare (forse) un governo bisognerà trattare e discutere molto. È un trauma per la Spagna che, dalla Transizione alla democrazia a oggi, non ha mai avuto un esecutivo di coalizione ed è sempre stata rigorosamente bipartitica, ancor più di quanto non lo sia stato il Regno Unito. “Chi vince governa da solo” era, fino a ieri, la regola. Da oggi cambia tutto. Tanto più che non bastano a raggiungere la maggioranza né la somma di centro-destra, e cioè Partito Popolare più Ciudadanos (il partito di Albert Rivera ha ottenuto il 14 per cento e 40 seggi), né la somma di centrosinistra, cioè PSOE (22 per cento, 90 seggi) più Podemos (20,6 per cento, 69 seggi) più Izquierda Unida (3,7 per cento, 2 seggi). La Spagna si trova di fronte a un difficilissimo esordio nel mondo delle coalizioni politiche. La scelta infatti si riduce a due opzioni: una tripletta acrobatica di partiti o addirittura una grande coalizione tra PP e Psoe. Quest’ultima soluzione, che a prima vista sembrerebbe la più “semplice”, sconta il fatto che i due (ex?) grandi partiti spagnoli sono assai difficilmente riducibili ad unum (sarebbe come provare a mettere insieme il Labour e i Tories nel Regno Unito), che si aprirebbe una guerra tra losers (Rajoy e Sánchez) per capire chi dovrebbe fare il presidente di un simile governo e che davanti all’arrembante crescita di movimenti politici “altri” un patto tra i difensori dello status quo potrebbe irritare, e non poco, gli elettori. Benvenuti in Italia. E neppure nell’Italia di oggi, ma in quella degli anni Settanta-Ottanta.
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Può anche essere che facciano le larghe intese, ma queste si fanno solo con persone adatte. Come dire: i vari partiti, prima di tentare un’impresa del genere, dovrebbero ripulire i propri ranghi di alcuni personaggi. La vedo dura, e non è neanche scontato che sia una cosa positiva: il caso italiano è lì a ricordarlo.
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La situazione si è ancora di più complicata perché l’unico partito che vuole una grande coalizione è il Pp (anche perché sarebbe l’unico caso in cui governerebbe). Ciudadanos è disposto ad appoggiare il Pp ma solo dall’esterno (governo di minoranza). Podemos vuole un governo con Psoe e sinistra radicale, ma vuole il referendum sull’indipendenza della Catalogna (che nessun’altro vuole). Ma il partito più in crisi sono i socialisti del Psoe perché è proprio la leadership di Sanchez contestata. A questo punto sarà molto facile che si vada a nuove elezioni in primavera …
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