Il difficile dopo elezioni in Spagna

Il difficile dopo elezioni in Spagna

Il difficile dopo elezioni in Spagna
Pedro Sanchez

L’incubo di una secessione della Catalogna si fa più minaccioso stasera per Madrid dopo le elezioni regionali catalane i partiti indipendentisti mettono a segno una vittoria a metà, un quasi trionfo che fa dire a Artur Mas che “ha vinto il sì all’indipendenza”, anche se la maggioranza (scarna) dei catalani ha preferito votare partiti anti-secessione. Il fronte pro-indipendenza (Junts pel Sì +Cup) ottiene una netta maggioranza di seggi, 72 su 135 (maggioranza 68) ma arriva solo al 47,8% dei voti, non ottenendo quindi quella maggioranza assoluta che sarebbe valsa la legittimità politica completa, quasi un’investitura plebiscitaria, per chiedere la secessione da Madrid.  Quando tutto sembrava perduto, con la Catalogna ormai destinata alla convocazione di nuove elezioni anticipate per il prossimo 6 marzo, Artur Mas ha deciso di fare un passo indietro per favorire la formazione di un nuovo governo regionale. L’uscita di scena dell’attuale presidente era la condizione posta dalla sinistra radicale della Cup (Candidatura d’Unitat Popular) per non abbandonare la maggioranza parlamentare indipendentista nata dal voto. In base all’accordo raggiunto oggi dopo una serie di riunioni frenetiche del fronte separatista, sarà l’attuale sindaco di Girona, Carles Puigdemont (appartenente allo stesso partito di Mas, Convergència democràtica de Catalunya) ad assumere le redini della Generalitat per rilanciare il “procés” secessionista che dovrebbe portare nel giro di diciotto mesi alla rottura definitiva con lo Stato centrale.

Fine del bipartitismo. I risultati del voto sanciscono quello che i sondaggi davano per certo: quando lo scrutinio è quasi concluso, il Partido Popular è primo con quasi il 29% dei consensi, il Psoe al 22% seguito da vicino dallo straordinario risultato di Podemos, oltre il 20% (dato che include anche le alleanze strette localmente dal partito). Ciudadanos – che fino a inizio mese era terzo e insidiava da vicino i socialisti, chiude solo quarto, sotto il 14%.  A più di tre settimane dal voto, vengono finalmente inaugurate le Cortes di Madrid: il Congresso dei deputati e il Senato. Nella serata di ieri si è anche risolto il primo scoglio della legislatura: l’elezione del presidente. Per il Senato, chiave per un’eventuale riforma costituzionale, è tutto chiaro: il Partito popolare ha la maggioranza assoluta e presidente sarà di nuovo Pio García Escudero. Per il Congreso, invece, il Pp ha fatto finora finta di credere che, in quanto partito maggioritario, gli spettasse la presidenza. Impossibile però ricevere la maggioranza assoluta dei 350 deputati in prima votazione. Alla seconda partecipano i due più votati e pertanto il Psoe partiva già avvantaggiato per il previsibile non appoggio degli altri al Pp. Nonostante questo, Pedro Sánchez ha negoziato fino all’ultimo con gli altri partiti la composizione dell’ufficio di presidenza per assicurarsi gli appoggi necessari. È bastato promettere a Ciudadanos un posto in più perché gli esponenti del partito affine al Pp si sciogliessero in lodi sperticate del socialista Patxi López, ex presidente basco, considerato «molto dialogante». Alla fine, l’ufficio di presidenza sarà composto da 3 membri del Pp (di cui due vicepresidenti), due socialisti (presidente e un vicepresidente), due per Podemos e Ciutadanos. Pp e Ciutadanos dunque avranno la maggioranza di 5 su 9 membri.

Per il momento Podemos non ha accettato il patto dato che gli altri hanno respinto la richiesta di formare 4 gruppi parlamentari – Podemos solo e le tre piattaforme in Galizia, Catalogna e paesi Baschi – con un’interpretazione molto restrittiva del regolamento. Il partito viola ha già fatto sapere che sono disposti a rinunciare ad alcuni dei privilegi (finanziamento e tempi di intervento nei dibattiti) pur di poter mantenere la promessa fatta in campagna elettorale. Il Psoe dunque sta finalmente assumendo la centralità politica che la geometria elettorale gli imponeva. Ieri Sánchez diceva di essere contento perché in questa legislatura il parlamento riacquisterà protagonismo, e ha già proposto agli altri partiti un pacchetto di 15 iniziative legislative, con l’idea di riuscire a ottenere gli appoggi necessari per presiedere il governo di quella che comunque sarà una legislatura breve. Fra queste, la derogazione delle riforme più odiate del Pp: quella del lavoro, quella educativa; il recupero dell’universalità della sanità; l’introduzione di un salario minimo vitale; un patto sulla violenza di genere; una riforma fiscale, un piano contro la povertà energetica; uno sulla scienza; svincolare la radiotelevisione pubblica dai nefasti legami politici di questi anni con il Pp; e una riforma del regolamento, quanto mai necessario in questo nuovo panorama politico multipolare. Izquierda Unida, coi suoi due deputati – anche loro sperano in una interpretazione lasca del regolamento per poter ottenere gruppo parlamentare – ha già fatto sapere che appoggerà misure sociali. Dopo il tentativo di rito di Rajoy di formare il governo, che fallirà, la strada di Sánchez sarà però tutta in salita. Il Pp ha 123 deputati, il Psoe 90. Senza almeno il voto favorevole di uno fra Ciudadanos (40) o Podemos e alleati (69), e l’astensione dell’altro, e di qualche altro gruppo più piccolo, non ce la può fare. Ma, dopo la visita di Sánchez la settimana scorsa al suo omologo portoghese che è riuscito nel miracolo di una coalizione a tre di sinistra, si inizia a intravedere un insperato spiraglio.

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