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Presidenziali in Francia. Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali annuncia un finale teso, più aspro del previsto. I due candidati rimasti in gara per il finale, François Hollande e Nicolas Sarkozy, dovranno contendersi i suffragi della collera, quelli ottenuti dal Front National, il partito xenofobo. Il quale ha ottenuto un successo strepitoso. Un francese su cinque gli ha riservato il suo voto. Non era mai accaduto. Le due settimane che mancano al 6 maggio, il giorno decisivo, saranno calde. I toni rischiano di diventare roventi. Il voto francese si presenta come un intreccio che lascia una dose di incertezza alla soluzione, ancora nascosta sotto la mischia elettorale. Il sorpasso pronosticato è avvenuto. Non c’ è dubbio, l’ evento principale del momento è questo. François Hollande, il candidato della sinistra, secondo le proiezioni ha superato largamente (con il 28,8%) Nicolas Sarkozy, il quale è uscito dalla prima prova, nella veste di presidente in cerca di un secondo mandato, non solo frustrato ma umiliato (con il 26,1%). I cinque anni alla testa dello Stato gli sono costati almeno due milioni di voti. Il prezzo dell’ impopolarità è stato alto. Ma egli ha perduto soprattutto lo slancio, il controllo della dinamica elettorale che pensava di dominare. Ha perduto il primato, gliel’ ha sottratto il leader della sinistra. Ed è infatti proprio François Hollande al secondo turno. Hollande ha parlato al telefono con il Presidente uscente che finalmente chiama per nome. «Rivolgo un saluto repubblicano a Nicolas Sarkozy che ha guidato la Francia per cinque anni». Subito dopo, però, riprende il filo della campagna elettorale. «Il nostro paese è stato attraversato da troppe fratture, abbiamo avuto troppe ferite, rotture». L’ orgoglio di aver riportato la sinistra al potere prende il sopravvento sulle polemiche. Poche citazioni liriche, profilo basso, il carisma dell’ anti-carisma. Normale, come aveva promesso. Mentre parla, a Parigi, la piazza della Bastiglia straripa di applausi, urla e cori. «Sarkozy c’ est fini!». «Sarkozy dégage». Hollande ha voluto aspettare i risultati nel suo feudo elettorale, come fece François Mitterrand nel 1981, a Chateau Chinon. Per le parlamenarie due valanghe rosa: quella socialista, con il Ps che ha una comoda maggioranza assoluta all’Assemblée nationale (non succedeva dal 1981); e quella delle donne, che al Palais Bourbon nella prossima legislatura saranno 108, mai tante nella storia parlamentare francese. Poi, nel verdetto del ballottaggio delle legislative, c’è il crollo della destra «repubblicana» e il successo di quella estrema. Il Front National, ribattezzato per l’occasione «Rassemblement bleue Marine», porta in Parlamento due deputati, molti meno di quelli che avrebbe se si votasse con il proporzionale, ma più di quanti abbia avuto da un quarto di secolo. Fra loro, non ci sarà la titolare del Rassemblement, cioè Marine Le Pen. Però la famiglia sarà rappresentata dalla nipotina Marion, onorevole a 22 anni. In sintesi, il verdetto delle elezioni è questo. Entrando nei dettagli, per il partito socialista è una serata storica e infatti il primo ministro JeanMarc Ayrault si è precipitato a ringraziare i francesi di «aver scelto la coerenza», cioè di aver dato al suo governo i mezzi per governare. Con 322 deputati, il Ps ha una confortevole maggioranza all’Assemblée (ne bastavano 289) e quindi può fare a meno dei 20 verdi e, soprattutto, dei 10 del Front de gauche, che riunisce quel che resta del Pcf e degli altri comunisti non pentiti.
Elezioni in Grecia. Da dopo il golpe dei colonnelli, o0gni risultato politico è sempre finito con la vittoria o di Nea Demokratia o del Pasok e comunque questi due partiti sono stati sempre i due partiti maggiori. Ora, Nea Demokratia e i socialisti del Pasok hanno pagato carissimo il loro sostegno alla politica di tagli imposta dalla Trojka, dimezzando i voti dal 77,4% del 2009 al 33%. Per cui nonostante a queste elezioni abbiano vinto i conservatori non riescono a formare da soli il governo e lo shock di non poter formare un governo monocolore fa andare a vuoto le consultazioni post-voto e vengono indette nuove elezioni. I greci dopo due anni di austerità targata Bruxelles e Fmi hanno regalato nelle urne una vittoria schiacciante anti Ue che ha raccolto il 67% dei voti, grazie al boom della sinistra radicale di Syriza ( che ha quadruplicato i consensi al 16 %) e all’inquietante 6.9 % che porterà l’ultra destra xenofoba di Chryssi Avgi (Alba d’orata) in parlamento. Nd, pur in caduta libera di consensi, è uscita vincitrice dalle urne con il 19,7% (aveva il 33,4% tre anni fa) conquistando un preziosissimo premio di maggioranza di 50 seggi. I socialisti del Pasok, al potere negli ultimi tre anni, incassano invece un doppio ko – il crollo dal 43,9% al 13,6% e lo storico sorpasso a sinistra di Syriza.
Nelle seconde elezioni fatte a due mesi dalle prime il leader di Nea Dimokratia, Antonis Samaras, ha commentato la vittoria nelle elezioni legislative davanti a giornalisti di mezzo mondo radunati nel centro stampa di Atene. Il leader dei conservatori “pro euro” ha aggiunto che Nea Demokratia ha intenzione di formare “prima possibile” un governo. “Sono sollevato – ha detto Samaras – per la Grecia e per l’Europa. Appena possibile formare un governo”. “Rispetteremo le nostre firme e gli impegni presi dalla Grecia e lavoreremo per far uscire il Paese dalla crisi – ha aggiunto Samaras – non si mette in alcun dubbio l’appartenenza della Grecia all’Europa”. Nea Dimokratia è al 29,6% (129 seggi), mentre Syriza è al 26,9% (71 seggi), terzo il Pasok con il 12,3% (33 seggi). Così ND e Pasok insieme, con 162 seggi, possono contare sulla maggioranza dei 300 seggi in Parlamento. A seguire Anel 7,51 %, Alba Dorata 6,92%, Dimar 6,25%, partito comunista Kke 4,5%. E’ stato formato un governo Ns-Pasok-Dimar. Syriza ha rifiutato di parteciparvi. Alba Dorata, Anel e Kke non sono stati invitati a parteciparvi (ma difficilmente lo avrebbero fatto). Con senno di poi sarebbe stato meglio formare il governo a seguito delle prime elezioni; il caos prodotto ha solo fatto quasi raddoppiare i consensi di Syriza. Superato dalla sinistra radicale di Syriza e punito dagli elettori, il Pasok di Evangelos Venizelos diventa comunque decisivo per assicurare una maggioranza in Parlamento. Dall’esito di questo voto dipendeva non solo il futuro del Paese ma anche le prossime mosse dell’Eurozona. I greci sono stati chiamati a scegliere tra “il rispetto degli impegni”, come ha detto il cancelliere tedesco Angela Merkel, o la rinegoziazione dei termini del prestito di salvataggio che ha comportato l’imposizione di severe misure d’austerità.
Il partito socialdemocratico Smer dell’ ex premier Robert Fico ha vinto le elezioni parlamentari in Slovacchia con una larga maggioranza e per la prima volta dalla caduta del comunismo nel 1989 il potere potrebbe essere affidato a un unico partito. Lo Smer ha chiuso al 44,4% dei voti, ottenendo 83 seggi su 150. La coalizione di governo uscente, composta da quattro partiti e guidata dalla premier Iveta Radicova (Unione cristiano- democratica), non è andata oltre i 51 seggi. Sul risultato pesa lo scandalo di corruzione che ha coinvolto l’ esecutivo: tra 2005 e 2006 un gruppo finanziario privato avrebbe pagato politici del governo e dell’ opposizione per ottenere accordi di privatizzazione redditizi. Fico, 47 anni, avvocato, si è detto disponibile alla collaborazione con i partiti di centro-destra, ma questi hanno già anticipato che andranno all’opposizione. «Il nostro programma è filoeuropeo», ha dichiarato il leader socialdemocratico aggiungendo che il primo tema di discussione con gli altri partiti sarà il comportamento rispetto alle sfide dell’ Unione europea: «Siamo per la salvaguardia della Ue e della moneta europea forte».
Il parlamento ungherese ha eletto Janos Ader come presidente della Repubblica dopo che il suo predecessore, Pal Schmitt, si è dimesso il mese scorso in uno scandalo di plagio. Un eurodeputato e avvocato, il signor Ader, 52 anni, è anche socio fondatore del partito Fidesz del primo ministro Viktor Orban. Da quando è entrato in carica, il signor Orban è stato accusato di usare la sua grande maggioranza per cementare il suo potere. I socialisti dell’opposizione hanno boicottato il voto di mercoledì, dicendo che Ader avrebbe aggiunto il predominio del partito. Il partito Jobbik di estrema destra ha votato contro di lui.
Presidenziali Finlandia. Il grande favorito, il conservatore Sauli Niinistö, ha ottenuto il maggior numero di voti, il 37% dei suffragi, piazzandosi in testa all’ecologista Pekka Haavisto, fermo al 18,8%. I media locali e internazionali evidenziano come i finlandesi abbiano massicciamente votato a favore di candidate pro-europeisti, eliminando, invece, i due candidati “euroscettici” il centrista Paavo Väyrynen e il nazionalista Timo Soini, rispettivamente terzo e quarto col 17,5% e il 9,4% dei voti. Al ballottaggio il Centrodestra (Partito della Coalizione Nazionale), con Sauli Ninistö, ha vinto secondo turno delle presidenziali, (il 62,6 per cento dei consensi è andato infatti ai conservatori), mentre il verde Pekka Haavisto si è aggiudicato il 37,4 per cento dei consensi, un successo se si pensa che fino all’ estate scorsa il partito ambientalista Virheä Liitto, (parte minoritaria della grande coalizione che esclude i populisti euroscettici di destra “Veri Finlandesi” ed il Centro, partito perdente delle ultime elezioni politiche) era pesato intorno al cinque per cento del consenso. Il primo marzo Sauli Ninistö diventerà presidente (dodicesimo a ricoprire tale incarico nella repubblica di Finlandia). Ninistö, a lungo Ministro delle Finanze con governi di grande coalizione nazionale e noto per aver ricoperto incarichi europei tra i quali la Vicepresidenza alla Banca Europea degli Investimenti, non ha conservato nelle votazioni vere e proprie il consenso che tre mesi fa gli prospettava una vittoria al primo turno, ma ha avuto la maggioranza in quattordici collegi elettorali su quindici, mentre Pekka Haavisto ha prevalso soltanto nel collegio delle isole Aland, arcipelago di lingua svedese. Ad Helsinki il secondo turno è stato vinto da Sauli Ninistö ma solo con il 50,3 per cento dei voti: la capitale finlandese si conferma roccaforte del movimento ambientalista, che qui ha già in passato superato il venti per cento, ma che ora diventa davvero la forza guida dell’intera area progressista, in crisi dopo il progressivo slittamento al centro dei Socialdemocratici e l’inevitabile appannamento come liste alternative di tutti i partiti coinvolti nell’esecutivo di grande coalizione guidato dal Partito della Coalizione Nazionale (Kansallinen Kokoomus) con il Primo Ministro Jyrki Katainen, di cui anche i Verdi fanno parte.
I risultati delle amministrative inglesi ci mostrano un partito Laburista vincente con ben 800 poltrone conquistate, ben oltre le stime della vigilia. Ai Tory, i conservatori, solo la consolazione di Londra, dove il sindaco Boris Johnson è stato riconfermato bettendo lo sfidante e predecessore laburista Ken Livingstone. Si è votato in Inghilterra, Galles e Scozia, e il partito di Ed Miliband ha ottenuto la maggioranza in 52 consigli comunali, acquistandone 30 rispetto al 2008 e conquistando il controllo di città nodali come Cardiff, Southampton, Plymouth, Norwich e Birmingham, espugnando complessivamente 700 seggi pari al 16 per cento del consenso strappato ai conservatori, ridotti ora al 31 per cento. «La nostra battaglia per cambiare la Gran Bretagna comincia da qui», ha detto Ed proprio a Birmigham, città chiave dell’Inghilterra centro-occidentale, la seconda del Paese per popolazione e mercato assicurativo, strappata alla coalizione dei conservator-liberal democratici.
Amministrative in Germania. La Spd, pareggia i conti con la Cdu, entrambe le liste infatti sono attorno al trenta per cento. I Verdi arrivano al quattordici per cento e il Partito Pirata, nato in Svezia e radicatosi rapidamente nel Nord Europa, è intorno all’otto per cento. Complessivamente i progressisti e le nuove forze politiche superano la coalizione conservatrice, che oltre alla Cdu include i Liberali della Fdp, in buona salute contro ogni previsione (con l’otto per cento quando erano dati al di sotto del sei): questi sono i risultati dello Schleswig-Holstein dove hanno votato circa due milioni e mezzo di cittadini tedeschi. Anche lo Ssw, il partito che rappresenta la minoranza danese nel parlamento regionale (la Germania è uno stato federale a tutti gli effetti) avrebbe ottenuto tre deputati nell’assemblea. Pesante sconfitta per la Cdu della cancelliera Angela Merkel nelle elezioni del land Reno-Vestfalia, il più popoloso del paese, 13 milioni di abitanti. Vince col 39% la Spd del governatore uscente Hannelore Kraft, con un programma di attenuazione del rigore di bilancio. La Cdu in picchiata segue con un 26%, contro il 34,6% del voto del 2010. I Verdi hanno raggiunto il 12%. I liberali dell’Fdp salgono all’8,5%, i Pirati entrano nel quarto parlamento regionale con il 7,5%. Fuori la Linke con il 2,5%. Si conferma governatore la Kraft, che era caduta sui debiti di bilancio e rientra con una schiacciante maggioranza.
L’ultimo ostacolo della Croazia per l’ingresso nell’Unione Europea è stato superato: nel referendum oltre il 66,24% si è pronunciato a favore dell’adesione, rispetto al 33,17% di contrari. A partire dal primo luglio 2013 la Croazia, secondo paese ex jugoslavo dopo la Slovenia, diverrà così il 28/mo Stato membro dell’Unione europea. A testimoniare la mancanza di ottimismo e una certa rassegnazione della popolazione, vi è il tasso di partecipazione di appena il 43,55 per cento dei 4,4 milioni di aventi diritto, il più basso mai registrato in una qualsiasi tornata elettorale tenutasi in Croazia. Finora l’affluenza più bassa in un referendum sull’adesione alla Ue era quella registratasi in Ungheria nel 2003, quando votò il 45,6 per cento degli aventi diritto. “La Croazia ha detto il suo grande sì all’Unione europea dalla quale si attende molto, e sono convinto che i croati sapranno cogliere questa occasione”, ha dichiarato il presidente della Repubblica, Ivo Josipovic dopo l’annuncio dei risultati. “Abbiamo preso una decisione storica, cruciale per il nostro futuro, ma il successo dipenderà solo da noi stessi”, ha commentato il primo ministro Zoran Milanovic, che insieme a tutti i ministri, i deputati e altre cinquecento personalità della vita pubblica croata ha preso parte nel palazzo del Parlamento a una celebrazione ufficiale.
In Italia il Senato approva in via definitiva (con 235 sì e 11 no e 34 astenuti) il ddl contenente il pareggio di bilancio in Costituzione, che diviene norma costituzionale. Il ddl sul pareggio di bilancio in Costituzione ha avuto il via libera definitivo dall’aula del Senato con i due terzi degli aventi diritto (cioè 214 su 321) necessari per evitare il ricorso al referendum confermativo. I sì sono stati 235, i no 11, gli astenuti 34. Hanno votato contro la Lega e l’Idv, si è astenuta Coesione Nazionale, a favore tutti gli altri gruppi. In dissenso dai rispettivi gruppi, Mario Baldassarri (Terzo Polo) che non ha partecipato al voto; Mauro Cutrufo (Pdl) e Massimo Garavaglia (Lega) che si sono astenuti. Ma secondo il Def, l’Italia raggiungerà un livello di zero deficit “reale” (non corretto per il ciclo) solo nel 2015. E’ quanto prevede la bozza del Def. L’indebitamento netto, a -0,5% nel 2013, scende a -0,1% nel 2014 e a zero solo nel 2015. Per quanto riguarda il deficit-Pil quest’anno dovrebbe attestarsi all’1,7% per poi arrivare al livello di ‘close to balance’ dello 0,5% nel 2013. Nel frattempo, vola la pressione fiscale che tocca un nuovo record assoluto: quest’anno il peso del fisco si attesterà al 45,1%, salendo dal 42,5% del 2011. Il livello di tassazione salirà poi al 45,4% nel 2013, per poi attestarsi al 45,3% nel 2014 e al 44,9% nel 2015.
Abolita la pena di morte in Lettonia. Tre le tappe fondamentali. L’abolizione della pena di morte per i crimini commessi in tempo di pace risale a una votazione parlamentare del 15 Aprile 1999. Successivamente (Giugno 1999) è entrato in vigore il Sesto Protocollo alla Convenzione Europea sui Diritti Umani e con esso l’abolizione della pena di morte ha conosciuto un’estensione più ampia (le sole eccezioni riguardavano atti commessi in tempo di guerra). Infine il 5 Gennaio 2012 la Lettonia ha ratificato anche il Tredicesimo Protocollo alla Convenzione Europea sui Diritti Umani, che ha portato all’abolizione totale della pena di morte. Dopo l’ultimo caso di condanna capitale (Gennaio 1996) la Lettonia ha, in ogni caso, adottato una moratoria legale delle esecuzioni.
Eurovisione song contest 2012. E’ la cantante svedese Loreen la vincitrice della manifestazione, la cui finale si è tenuta a Baku, in Azerbaigian. La popstar ha vinto con la sua canzone «Euphoria». Al secondo posto si è classificata la Russia, con «Party for Everybody» dei Buranovskiye Babushki, al terzo la Serbia con «Nije» Ljubav Stvar di Zeljko Joksimovi. Nona l’Italia, con Nina Zilli e la sua «L’amore è femmina». Alla finale del festival della canzone europea sono state eseguite in tutto 26 canzoni. Ma la conclusione del concorso musicale europeo è concepita dal regime come l’occasione per mostrare a oltre 100 milioni di spettatori l’immagine migliore di sé, è diventata per l’opposizione il momento per denunciare le violazioni dei diritti umani e gli abusi perpetrati dalle autorità. Decine di oppositori che volevano manifestare in favore di elezioni eque e libertà di riunione, sono stati fermati. Il movimento di opposizione Public chamber parla di 60 fermi e di una decina di feriti.
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