Europa

Grecia, voto-caos salgono i neonazisti puniti i ‘rigoristi’

Grecia, voto-caos salgono i neonazisti puniti i 'rigoristi'

Grecia, voto-caos salgono i neonazisti puniti i ‘rigoristi’

Vincono i perdenti, perdono i vincitori il voto di Atene rischia di chiudersi con il più surreale dei dei risultati: i greci dopo due anni di austerità targata Bruxelles e FMI hanno regalato nelle urne una vittoria schiacciante anti UE che ha raccolto il 67% dei voti, grazie al boom della sinistra radicale di Syriza ( che ha quadruplicato i consensi al 16 % ) e all’inquietante 6.9 % che porterà l’ultra destra xenofoba di Chryssi Avgi ( Alba d’orata ) in parlamento A governare il paese nei prossimi anni però con gran sollievo di Bruxelles e dei mercati sarà con ogni probabilità un governo di unità nazionale formato dai grandi sconfitti. NEA Dimokratia e i socialisti del Pasok hanno pagato carissimo il loro sostegno alla politica di tagli imposta dalla Trojka, dimezzando i voti dal 77,4% del 2009 al 33%. Ma grazie alle alchimie del sistema elettorale greco, dovrebbero riuscire a raggiungere la fatidica soglia dei 151 seggi (le ultime proiezioni della notte li davano a quota 154) che garantirà loro la maggioranza necessaria per varare l’esecutivo. Andando a caccia, se fosse necessario, di qualche altro alleato in aula. L’incarico di premier dovrebbe essere conferito già oggi ad Antonis Samaras, leader del centrodestra. La sua Nd, pur in caduta libera di consensi, è uscita vincitrice dalle urne con il 19,7% (aveva il 33,4% tre anni fa) conquistando un preziosissimo premio di maggioranza di 50 seggi.

I socialisti del Pasok, al potere negli ultimi tre anni, incassano invece un doppio ko – il crollo dal 43,9% al 13,6% e lo storico sorpasso a sinistra di Syriza – ma restano decisivi per far decollare il governo. Cosa succederà ora? La composizione del Parlamento sarà chiara solo oggi quando, con i risultati finali, si capirà davvero come saranno divisi i 300 seggi dell’aula. Dopo i brividi iniziali (gli exit-poll avevano disegnato uno scenario d’ingovernabilità del Paese) i dati reali sembrano garantire i margini per la formazione di un esecutivo in grado di portare avanti le riforme promesse alla Trojka in cambio dei 130 miliardi di aiuti che hanno salvato la Grecia dal crac. “Serve un governo di unità nazionale per rimanere nell’euro”, ha detto ieri sera Samaras. E lo stesso auspicio è stato ribadito da Evangelos Venizelos, il leader del Pasok. L’impresa è difficile ma non impossibile. Se i loro voti non basteranno per arrivare alla maggioranza, cercheranno appoggio tra i partiti minori: la Sinistra democratica di Fotis Kouvelis – 6% dei voti e una dote di 18 seggi – potrebbe dare una mano in cambio di un ammorbidimento delle condizioni della Ue (“noi lo chiederemo”, ha messo le mani avanti Samaras). E lo stesso potrebbero fare gli Indipendenti greci di Panos Kammennos.

Un gruppo di transfughi da Nd che ha fatto campagna elettorale contro Bruxelles conquistando il 10,4% dei voti ma che ora potrebbe tornare a Canossa se Samaras sarà in grado di toccare i tasti giusti con il suo ex compagno di partito. Il nuovo governo dovrebbe insediarsi il 17 maggio. E un’Angela Merkel ammorbidita dal voto ad Atene e dall’elezione di Francois Hollande all’Eliseo potrebbe a questo punto dare un po’ di tempo in più alla Grecia per sistemare i suoi conti. Il vero vincitore delle elezioni invece, il 38enne Andreas Tsipras, leader di Syriza, è condannato all’opposizione. Molti dei partiti anti-Ue non sono riusciti a superare la soglia del 3% necessaria per entrare in Parlamento. E pur condividendo il suo programma elettorale (“stop al pagamento del debito e no alle intese con Ue e Fmi”) , le altre formazioni della sinistra radicale come i comunisti del Kke non hanno accettato alleanze in grado di concretizzare il no all’austerità in una maggioranza parlamentare. La formazione di un governo di unità nazionale – la cui tenuta in realtà è tutta da verificare sul campo – non significa però che la strada verso il salvataggio della Grecia sia in discesa. Il percorso, anzi, resta a ostacoli. Il primo – altissimo – è la manovra da 11 miliardi di tagli da approvare entro giugno per rispettare gli impegni con la Ue. L’elenco delle misure da approvare – in un Paese già fiaccato da cinque finanziarie in tre anni e da un pil calato del 13% dal 2009 – è da brividi: una riduzione del 12% per gli stipendi di dottori, forze di sicurezza e giudici, un’altra sforbiciata alla spesa sanitaria (deve calare dai 5,2 miliardi del 2009 ai 2,8 previsti nel 2014), la revisione del catasto, il licenziamento di 15mila dipendenti pubblici, l’aumento delle bollette elettriche e una raffica di privatizzazioni cui i sindacati sono contrari. Riuscirà un governo anomalo, magari ostaggio di un piccolo partito in cerca di visibilità, a realizzare un’agenda così impegnativa? La risposta qui ad Atene, in una serata caldissima e mentre nessun partito se la sente di festeggiare in piazza l’esito elettorale, non la sa nessuno. La Grecia – non abituata alle alchimie dei governi di coalizione – è entrata con il voto in terra incognita. E nemmeno l’oracolo di Delfi è in grado di dire se il Paese riuscirà alla fine a salvarsi dribblando le sirene del ritorno alla dracma.

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