Centrosinistra

Il Pd contesta il Pd

Il Pd contesta il Pd

Pierluigi Bersani e Roberto Speranza

Il fastidio per le bordate di Matteo Renzi è evidente, nessuno prova a nasconderlo, così come sono chiare le divergenze con Massimo D’Alema, ma la minoranza bersaniana alla fine è convinta di avere raggiunto l’obiettivo che si era prefissata con la tre giorni umbra: la sfida al segretario-premier è lanciata, anche se la candidatura di Speranza formalmente non è ancora stata posta, e ora starà al premier dimostrare di non voler “cacciare” la sinistra del partito. “A volte – si è sfogato Pier Luigi Bersani – si ha l’impressione invece che il segretario voglia cacciarla fuori, il segretario deve fare la sintesi non deve insultare un pezzo di partito”. Ma, ha scandito Roberto Speranza, “noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd”. Alle sferzate di Massimo D’Alema, che alla minoranza rimprovera poco coraggio e incapacità di incidere dentro al Pd, i bersaniani replicano rilanciando: “Oggi parte l’alternativa a Renzi”, ha aggiunto Speranza. “Un’alternativa dentro al partito”. Certo, c’è rabbia: si pensava che Renzi tendesse almeno una mano, distinguendo tra chi come D’Alema evoca abbastanza esplicitamente un futuro fuori dal Pd e chi, invece, ribadisce “lealtà” al partito come ha fatto Speranza: “Io assieme ad altri – si è lamentato Bersani – stiamo cercando di tenere dentro al Pd della gente che non è molto convinta di starci”. L’ex segretario vorrebbe veder riconosciuto un ruolo alla sinistra, chiede da tempo “agibilità politica”, ovvero la possibilità di discutere ad un tavolo che non sia quello della direzione, dove i numeri sono schiaccianti a favore di Renzi. Un concetto ripetuto anche di recente a Lorenzo Guerini, che però ha risposto ancora che non si può fare: “Non si possono riproporre i caminetti”, è stato il ragionamento del vice-segretario, che peraltro oggi ha disertato la convention, nonostante fosse stato invitato. Una scelta che Speranza ha subito definito un “errore grave”: “In questi tre giorni c’è stata un’assenza, un errore inaccettabile; abbiamo invitato la segreteria Pd, che ha deciso di non esserci, è un errore gravissimo”. Guerini, a sua volta, ha replicato rapidamente, su twitter: “Polemica inutile, avevo detto già mercoledì scorso che non sarei andato”.

Il dato di fondo, però, resta quello dell’incomunicabilità tra la maggioranza e una minoranza che, peraltro, è tutt’altro che unita. Di D’Alema si è detto, Gianni Cuperlo già giovedì scorso aveva voluto presentare un proprio documento per chiarire che lui non avrebbe appoggiato “ambiguità” rispetto, per esempio, alle liste civiche di sinistra in competizione con quelle del Pd e da tempo va spiegando a Speranza che non è una buona scelta anticipare troppo la candidatura per il congresso. Certo, Cuperlo ha anche sfoggiato un intervento molto ispirato, con punte polemiche e sarcastiche nei confronti di Renzi (“Matteo, convoca la segreteria”) ma anche con qualche punzecchiata a D’Alema (“Certo, alcuni di noi fanno le loro critiche un pò in punta di piedi, come ha fatto Massimo venerdì…”). Enrico Letta, poi, ha mandato un messaggio, mentre Rosy Bindi non si è fatta vedere né sentire. Ma proprio per questo, alla fine gli uomini vicini a Speranza e Bersani sono convinti che l’iniziativa sia servita a occupare il campo dell’alternativa a Renzi. Ora ci sarà da fare il punto dopo le amministrative (“Vediamo se la linea del segretario paga”, diceva ieri sera uno dei bersaniani) e poi ci sarà la grande partita del referendum: due appuntamenti sui quali la minoranza punta per provare ad arginare il segretario-premier. “Decideremo come votare al referendum – ha detto Speranza – in base alla legge che verrà fatta per l’elezione del Senato Renzi si è impegnato su una legge che fa scegliere i cittadini”. Non ci saranno concessioni a manovre tipo-Liguria alle comunali, la minoranza non vuole concedere a Renzi l’argomento di avere sabotato il partito alle elezioni. Ma è chiaro che i bersaniani sono pronti a rinfacciare al leader un eventuale insuccesso a giugno, che verrebbe descritto come prova del fallimento del “partito della nazione”. L’obiettivo esplicito è quello di porre iscritti e militanti a un bivio, al prossimo congresso: di là Renzi che “rottama l’Ulivo” e sostituisce “Bersani, Veltroni, D’Alema con Verdini e Cosentino”; di qua “il vero Pd”, quelli che vogliono “ricostruire il centrosinistra”.

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