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Bulgaria. Elezioni. Il presidente bulgaro Rumen Radev ha disposto oggi lo scioglimento del parlamento, confermando la decisione di tenere nuove elezioni anticipate il 2 aprile prossimo, data già indicata da Radev nei giorni scorsi. La nuova crisi politica fa seguito al fallimento di tre tentativi, come previsto dalle legge, per la formazione di un nuovo governo dopo il voto, anch’esso anticipato, del 2 ottobre scorso. Radev ha al tempo stesso nominato un esecutivo ad interim che resterà in carica fino al voto, e che sarà guidato dall’attuale premier, l’indipendente Galab Donev. Quelle di aprile saranno le quinte elezioni parlamentari in Bulgaria negli ultimi due anni. A rimettere il mandato di formare il governo sono stati nell’ordine i conservatori del Gerb, vincitori delle ultime elezioni, i liberali di ‘Continuiamo il cambiamento’, seconda forza in parlamento, e i socialisti. Il partito di centro-destra GERB, guidato da Boyko Borisov, sembra essersi assicurato la maggioranza relativa al prossimo parlamento di Sofia con circa il 26,5% dei consensi. GERB ha quindi vinto il lungo testa a testa con la coalizione che ruota intorno al movimento riformista “Continuiamo il cambiamento”, nato proprio per fare opposizione a Borisov – dominatore incontrastato della politica bulgara per un decennio – sulle ali delle lunghe proteste contro l’ex primo ministro, accusato di corruzione e nepotismo. La commissaria europea responsabile per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù, Mariya Gabriel, ha rassegnato le dimissioni nelle mani della presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, dopo quasi sei anni di permanenza al Palazzo del Berlaymont (dal 2017 al 2019 nella Commissione Juncker e dal 2019 a oggi in quella von der Leyen). A renderlo noto è stata la numero uno della Commissione, in un comunicato che dà la notizia sia del mandato istituzionale da parte del presidente della Repubblica di Bulgaria, Rumen Radev, sia del passo indietro da membro del Collegio dei commissari: “Ho accettato le sue dimissioni“, ha precisato von der Leyen. Ricevuto un incarico esplorativo per la formazione del nuovo governo, Gabriel si è dimessa dall’incarico di commissario europeo il 15 maggio 2023. Il 22 maggio 2023 ha annunciato un accordo per una coalizione di governo tra il suo partito e i liberali di Continuiamo il Cambiamento; secondo tale accordo valido per un anno e mezzo, nei primi nove mesi l’esecutivo sarà presieduto da Nikolaj Denkov e da ministri nominati dalla coalizione PP-DB cui poi succederà Gabriel con i ministri scelti dal partito GERB. Durante la prima metà dell’accordo di governo Gabriel eserciterà il ruolo di Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri, ruolo il primo che verrà assunto da Denkov nella seconda metà dell’esecutivo a guida Gabriel.
Grecia. Elezioni. Le elezioni parlamentari in Grecia del maggio 2023 si sono tenute il 21 maggio per il rinnovo del Parlamento ellenico, giunto alla sua XIX legislatura. Sono state le prime (e uniche) elezioni dal 1990 in cui non si è applicato il sistema di rappresentanza proporzionale rafforzata, abolito da una legge del 2016, ma il sistema di rappresentanza proporzionale semplice. Esse hanno visto un’importante riconferma del partito di centro-destra Nuova Democrazia e del suo leader, nonché Primo ministro uscente, Kyriakos Mītsotakīs, con ben il 40,79% dei consensi e 146 seggi. A causa, tuttavia, del nuovo sistema elettorale introdotto per queste elezioni, il partito non è comunque riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento, generando dunque così, anche per via dell’incapacità e disinteresse nel costituire un eventuale governo di coalizione, una situazione di stallo politico che ha portato a nuove elezioni, indette per il 25 giugno. Ripetendo le elezioni per eleggere il Parlamento vedono, con il 99,62% dei voti scrutinati, il Partito Nea Dimokratia al 40,52% dei voti e 158 seggi (su 300) e il partito di sinistra Syriza guidato da Alexis Tsipras al 17,84% e 48 seggi: lo riporta il sito di Kathimerini, secondo cui l’affluenza è stata del 52,83%. Seguono i socialisti del Pasok con l’11,85% dei voti e 32 scranni, i comunisti del Kke con il 7,69% delle preferenze e 20 seggi e il partito Spartiates (Spartani) che ha superato la soglia di sbarramento ottenendo il 4,64% e 12 seggi. La formazione di estrema destra nota per le sue posizioni anti-migranti, Soluzione Greca, registra il 4,48% (rispetto al 3,7% del 2019) e 12 seggi. Superano per la prima volta la soglia di sbarramento anche il partito Niki (Vittoria), con il 3,69% e 10 seggi e il Partito Rotta di Libertà di ispirazione antisistema con il 3,17% dei voti e otto seggi.
Estonia. Elezioni. Il Partito riformatore estone della prima ministra uscente Kaja Kallas ha ottenuto il 31,4 per cento dei voti alle elezioni parlamentari in Estonia, che si sono tenute domenica. Al secondo posto è arrivato il Partito popolare conservatore (EKRE), populista e di estrema destra, con il 16,1 per cento. La vittoria larga del Partito riformatore dovrebbe consentire a Kallas di formare una coalizione di governo che sostenga un suo secondo mandato. Il partito di Kallas, liberale e di centrodestra, aveva puntato molto in campagna elettorale sull’appoggio incondizionato all’Ucraina contro l’invasione russa. Nell’ultimo anno l’Estonia era stata uno dei più espliciti sostenitori in Europa di misure dure nei confronti della Russia, con cui confina a est, e del rafforzamento della presenza militare della NATO, l’alleanza militare che comprende buona parte dei paesi occidentali. EKRE invece, un partito tradizionalmente euroscettico, aveva accusato Kallas di essersi concentrata troppo sull’Ucraina e di aver sostanzialmente trascurato gli affari interni estoni. Prende il via il nuovo mandato di governo della prima ministra dell’Estonia, Kaja Kallas, il terzo in due anni, dopo la vittoria alle ultime elezioni parlamentari dello scorso 5 marzo. Dopo il via libera della scorsa settimana da parte del Riigikogu (il Parlamento monocamerale) alla maggioranza composta dal Partito Riformatore Estone, da Estonia 200 e dal Partito Socialdemocratico, la premier uscente ha comunicato oggi (17 aprile) la formazione del nuovo esecutivo, che ha già giurato ed entrerà immediatamente in carica.
Finlandia. Elezioni. Urne chiuse in Finlandia andata al voto per le elezioni legislative che vedranno il rinnovo del Parlamento per il mandato 2023-2027 e con il 97,7% dei voti conteggiati il centro-destra, cioè il Partito della Coalizione Nazionale (Ncp) guidato da Petteri Orpo termina in testa al 20,7%. Al secondo posto arriva l’estrema destra di “Veri Finlandesi”, guidato dalla leader Riikka Purra, e il partito della premier socialdemocratica uscente Sanna Marin arriva terzo al 19,9%. Orpo ha rivendicato la vittoria: “Sulla base di questo risultato, i colloqui per la formazione di un nuovo governo in Finlandia saranno avviati sotto la guida del Partito della Coalizione Nazionale”, ha dichiarato La premier uscente finlandese Sanna Marin ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni politiche nel suo paese, vinte invece dai Conservatori. All’Sdp di Marin non è bastata la popolarità della giovane premier. La foto a poche ore dalla chiusura delle urne lascia presagire una tortuosa trattativa per la formazione della coalizione che sosterrà il governo, considerando i diversi veti incrociati espressi da alcune forze in campagna elettorale. Tradizionalmente in Finlandia all’esito delle elezioni, con sistema proporzionale e seggi assegnati per circoscrizioni in base alla popolazione, il partito più votato cerca di formare la coalizione di governo e indica il premier ormai dagli anni Novanta. Per la maggioranza servono 101 deputati sui 200 del parlamento. Il ‘modello scandinavo’ si è trasformato, almeno a livello politico. Dopo la Svezia, anche la Finlandia si sposta formalmente a destra, con i conservatori al potere ma il baricentro sempre più verso l’estrema destra nazionalista. Il leader del Partito di Coalizione Nazionale e prossimo neo-premier, Petteri Orpo, ha annunciato nel tardo pomeriggio di ieri (15 giugno) di aver raggiunto un accordo per la formazione di un nuovo esecutivo, stringendo un’alleanza di governo con l’estrema destra dei Veri Finlandesi e con due partiti minori di centro-destra all’Eduskunta (il Parlamento monocamerale), il Partito Popolare Svedese di Finlandia e i Democratici Cristiani.

Cechia. Presidenziali. Petr Pavel è il prossimo capo di stato della Repubblica Ceca. Il generale in pensione di 61 anni ha largamente sconfitto con sicurezza il suo avversario, l’ex primo ministro Andrej Babis. L’ex capo di Stato maggiore dell’esercito Petr Pavel ha vinto con il 58% dei voti il ballottaggio delle presidenziali in Repubblica ceca. Con una carriera ai vertici militari, Pavel sarà il quarto a ricoprire il ruolo di capo dello Stato da quando il Paese è diventato indipendente dopo la dissoluzione della Cecoslovacchia. Il 61enne ha largamente sconfitto il suo avversario ed ex primo ministro Andrej Babis, che ha ammesso la sconfitta senza contestazioni.
Cipro. Presidenziali. Si frammenta il dominio politico decennale del Raggruppamento Democratico su Cipro con i risultati delle ultime elezioni presidenziali. Il candidato centrista Nikos Christodoulides, dopo aver spaccato il partito di provenienza al governo con la decisione di candidarsi, ha superato di misura al ballottaggio l’avversario sostenuto dalla sinistra di matrice comunista, Andreas Mavroyiannis, con il 51,9 per cento dei voti e il prossimo primo marzo entrerà in carica come ottavo capo di Stato (e di governo) della Repubblica di Cipro.

Romania. Nuovo governo. Il governo di Marcel Ciolacu si è formato come esito di precedenti accordi di coalizione tra le parti, le quali hanno trovato un punto d’incontro su un governo di rotazione: di fatti, al momento del giuramento del Governo Ciucă, come compromesso fu stabilita una rotazione per il 29 maggio 2023, poi posticipata al 1º giugno a causa di scioperi e proteste dei dipendenti pubblici, e ancora al 13 giugno, a causa di colloqui di coalizione dell’ultimo minuto.
Slovacchia. Nuovo governo. Il primo ministro slovacco Eduard Heger ha reso noto oggi di aver presentato le dimissioni del suo governo provvisorio alla presidente Zuzana Caputova, a seguito di una crisi politica persistente. “Ho chiesto alla presidente di revocare il mio mandato”, ha detto ai giornalisti Heger, che guida il governo ad interim dal dicembre scorso. “Ho offerto alla presidente alternative più stabili e meno rischiose di quelle connesse con la nomina di un governo dei tecnici. La presidente non ha accettato le mie proposte”, ha detto Heger, aggiungendo di aver “quindi deciso di chiedere alla presidente di accettare le mie dimissioni e di darle così lo spazio per cercare di portare la Slovacchia ad elezioni parlamentari democratiche in modo stabile e tranquillo con un governo dei tecnici”. La presidente Zuzana Caputova dovrà pertanto prevedibilmente procedere alla nomina di un governo dei tecnici che la Slovacchia nel passato non ha mai avuto. Secondo i media slovacchi, alla testa del governo di transizione dovrebbe andare Ludivit Odor, attuale vice governatore della Banca nazionale slovacca. Lo scorso settembre, il partito Libertà e Solidarietà (Sas) dell’ï’ex ministro dell’economia Richard Sulik ha lasciato la coalizione governativa e il governo di Heger è diventato di minoranza. A meta dicembre, il Parlamento slovacco ha votato la sfiducia nei suoi confronti. La presidente slovacca Zuzana Caputova ha nominato oggi il governo tecnico di transizione che guiderà il Paese, membro dell’Unione Europea e della Nato, fino alle elezioni anticipate in programma a fine settembre. Il nuovo governo sarà guidato dall’ex vice governatore della banca centrale slovacca, Ludovit Odor.
Spagna. Crisi di governo. L’ondata di destra che ha travolto la Spagna alle elezioni amministrative impatta immediatamente il governo nazionale e, indirettamente, anche le istituzioni comunitarie. Il trionfo delle forze di destra popolare e nazionalista e il parallelo crollo dei progressisti di sinistra ha portato alla decisione del primo ministro, Pedro Sánchez, di rassegnare le dimissioni e convocare elezioni anticipate per il 23 luglio, cinque mesi prima della naturale scadenza della legislatura. Una decisione che interessa da vicino anche Bruxelles, non solo per i nuovi scenari che si potranno aprire dopo il ritorno alle urne, ma soprattutto per il fatto che le elezioni anticipate si terranno a tre settimane dall’inizio della presidenza di turno spagnola del Consiglio dell’Ue (al via il primo luglio). “Tutto ciò rende opportuno che gli spagnoli facciano chiarezza sulle forze politiche che dovrebbero guidare questa fase, la cosa migliore è che abbiano voce in capitolo nel definire la direzione politica del Paese“, ha annunciato questa mattina (29 maggio) Sánchez in una breve conferenza stampa. La causa della decisione totalmente inaspettata del premier è stata la dura sconfitta del suo Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe) alle elezioni amministrative per il rinnovo di 12 Assemblee regionali (su 17) e di diverse grandi città del Paese, a pochi mesi dall’atteso appuntamento elettorale di dicembre – e ora anticipato a luglio – per la composizione del nuovo Parlamento nazionale. I socialisti hanno perso ieri (28 maggio) il controllo di una serie di municipi e regioni-chiave, soprattutto nella roccaforte dell’Extremadura e nelle regioni di Aragona, della Comunità Valenciana, delle Isole Baleari e di La Rioja, a favore dell’avanzata del Partito Popolare e dei nazionalisti di Vox.

Spagna. Nuovo partito. A seguito dell’uscita di Pablo Iglesias dalla politica nel maggio 2021, il ministro del lavoro e dell’economia sociale e, dal luglio 2021, vicepresidente del governo Yolanda Díaz è diventata ampiamente considerata il probabile successore di Iglesias come candidato alla presidenza del governo alle successive elezioni politiche. Il partito Sumar nasce principalmente con lo scopo di dissociarsi dall’immagine negativa di Podemos che i media avevano creato, oltre ad approfittare della valutazione positiva della Díaz, la candidata con il miglior punteggio tra i cittadini secondo il CIS.
Austria. Elezioni nuovo leader partito. Dopo la debacle alle primarie interne, Pamela Rendi-Wagner ha lasciato la guida dei socialdemocratici austriaci. L’attuale segretaria della Spoe è infatti uscita solo terza dalla consultazione, indetta proprio per porre fine alle polemiche interne che vanno avanti da molti mesi. A causa di un errore di trascrizione dei voti, per un paio di giorni il Partito Socialdemocratico d’Austria (SPÖ), il più grande partito d’opposizione nel paese, ha avuto un nuovo leader diverso da quello che effettivamente aveva vinto il congresso, organizzato sabato 3 giugno. In quell’occasione la vittoria era stata assegnata a Hans Peter Doskozil, governatore del Burgenland, che aveva iniziato a dare alcune interviste come leader in pectore nel fine settimana, anticipando di essere già al lavoro per formare la propria squadra di collaboratori. Lunedì l’SPÖ ha però annunciato un errore nei conteggi e ha infine assegnato la vittoria ad Andreas Babler, sindaco in una città della Bassa Austria.
Francia. Fn. La Corte d’Appello di Parigi ha condannato Rassemblement National (RN), partito di estrema destra francese di Marine Le Pen, a pagare una multa di 250 mila euro nell’ambito di un’inchiesta sui finanziamenti elettorali per le legislative del 2012. In primo grado, il partito era stato condannato al pagamento di 18.750 euro di multa. Nel 2012 Rassemblement National, che al tempo si chiamava Front National, fece comprare ai propri candidati dei kit elettorali (volantini, manifesti, siti internet) per 16.650 euro ciascuno da una società di comunicazione, la Riwal, e attraverso la mediazione di un piccolo partito vicino a Le Pen chiamato Jeanne.
Ue. Leader Conservatori. Conferma con vista sulle elezioni europee del 2024. La prima ministra italiana e già leader dei conservatori europei, Giorgia Meloni, ha ricevuto il via libera al rinnovo del mandato alla presidenza del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) dal Consiglio del partito riunito ieri (26 giugno) a Roma. “La concretezza dei Conservatori sarà ancora più decisiva nell’affrontare questioni cruciali per il futuro del nostro continente, a cominciare dalla risposta all’aggressione russa contro l’Ucraina, dalla lotta all’immigrazione irregolare e da una transizione ecologica pragmatica e non ideologica”, è stato il primo commento di Meloni da presidente rieletta.

Ue. Consiglio Europeo. Immigrazione, governance economica e aiuti di Stato, competitività. Il giorno dopo il vertice del Consiglio europeo Giorgia Meloni traccia il bilancio della riunione dei capi di Stato e di governo, e per l’Italia, dice la presidente del Consiglio, è un summit che si chiude nel migliore dei modi. “Sono molto contenta dei risultati ottenuti“, scandisce nel corso della conferenza di fine lavori. Alla stampa confessa di essere “soddisfatta dei passi avanti fatti su materie particolarmente delicate”, a cominciare dall’immigrazione, questione che si trascina ormai dalla grande crisi del 2015. “Si cambia approccio”, tiene a sottolineare Meloni. “L’immigirazione è un problema europeo e ha bisogno di una risposta europea. E’ una frase che non era mai stata messa nero su bianco su un documento”. Se da un punto di vista politico “questo cambia moltissimo dal mio punto di vista”, dal punto di vista pratico bisogna però vedere come si tradurrà quelle che viene accolta come grande risultato dall’inquilina di palazzo Chigi. Ma ancor prima, bisogna domandarsi fino a che punto si possa accogliere delle conclusioni che ricalcano quelle del vertice dei leader di giugno 2018, dove si legge che quella migratoria “è una sfida non solo per un singolo Stato membro, ma per l’Europa nel suo complesso“. Cambiano i termini, e si aggiunge l’accenno a un impegno per una risposta comune ancora tutta da trovare. Belgio, Finlandia, Francia, Germania, ma anche Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna. Nove in tutto i Paesi Ue che oggi (4 maggio) si sono uniti in una iniziativa per promuovere il voto a maggioranza qualificata in politica estera e di sicurezza comune (Pesc), dove invece ora gli Stati membri al Consiglio Ue deliberano all’unanimità. L’obiettivo del ‘Gruppo di amici del voto a maggioranza qualificata’ – così hanno deciso di chiamarsi – è di “migliorare l’efficacia e la rapidità del nostro processo decisionale in politica estera. Sullo sfondo della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e delle crescenti sfide internazionali che l’Ue sta affrontando, i membri del gruppo sono convinti che la politica estera dell’Ue necessiti di processi e procedure adeguati al fine di rafforzare l’Ue come attore di politica estera. Anche un migliore processo decisionale e’ fondamentale per preparare l’Ue al futuro”, si legge nella dichiarazione congiunta siglata dalle nove Capitali.
Ue. Area Schengen. Si apre la strada dei negoziati per gli eurodeputati sulla digitalizzazione delle procedure di rilascio dei visti Schengen, grazie all’adozione della relazione di Matjaž Nemec (S&D) per lo snellimento e l’accelerazione del processo di domanda e rilascio di visti digitali. Con 34 voti a favore, 5 contrari e 20 astenuti, la commissione per le Libertà civili, giustizia e gli affari interni (Libe) del Parlamento Ue ha approvato oggi (31 gennaio) la posizione dell’Eurocamera sulla proposta della Commissione che mira a facilitare il processo di verifica alla frontiera attraverso la digitalizzazione, in vista dei negoziati con i co-legislatori del Consiglio dell’Ue (il via libera ai triloghi è stato appoggiato con 57 voti a favore, 1 contrario e 2 astenuti). “Vogliamo offrire una soluzione digitale moderna e facile da usare per le domande di visto dell’Ue, insieme a procedure di richiesta semplificate”, ha sottolineato il relatore sloveno, ricordando che “la sostituzione delle vignette con visti Schengen digitali ridurrebbe anche i rischi per la sicurezza, e un sistema unificato aiuterebbe i cittadini a vedere l’Ue come un’unica entità geografica”. La proposta mira in particolare a elaborare su un’unica piattaforma online le domande, agevolando i richiedenti a sapere quale Paese riceverà la loro domanda, nel caso di viaggi in più Paesi dell’area che ha abolito le frontiere interne. I nuovi visti Schengen digitali andrebbero a integrarsi con i sistemi di gestione delle frontiere e banche dati dell’Unione. Bulgaria e Romania hanno tutte le carte in regola per entrare nell’area Schegen di libera circolazione, e la Commissione continuerà a fare di tutto per farlo capire al Consiglio e raggiungere quel consenso unanime tra gli Stati membri necessario per la piena integrazione dei due Paesi membri. La commissaria per gli Affari interni, Ylva Johannson, torna a fare pressione sui governi. “La Commissione sostiene pienamente l’adesione della Romania e della Bulgaria allo spazio senza controlli alle frontiere interne“, dice rispondendo a un’interrogazione parlamentare in materia. Ribadisce quindi una volta di più la linea del collegio dei commissari, che lo scorso novembre si era raccomandato di dare il via libera all’allargamento. “La recente missione volontaria di accertamento dei fatti in Bulgaria e Romania ha confermato che questi paesi continuano a soddisfare efficacemente le rigorose norme Schengen e hanno dimostrato un modello di attuazione”. Per questo motivo la Commissione “continuerà a fare tutto il possibile per garantire che il Consiglio prenda presto una decisione positiva all’unanimità”.
Ue. Infrastrutture critiche. Il primo passo del “nuovo livello di cooperazione” tra l’Unione Europea e l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) arriva a un solo giorno dalla presentazione della terza dichiarazione congiunta tra le due organizzazioni. “Oggi lanciamo la task force Ue-Nato per la protezione e la resilienza delle infrastrutture critiche“, hanno annunciato alla stampa europea la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Poco prima dell’inizio del seminario del Collegio dei commissari – a cui il segretario generale della Nato è stato invitato per uno scambio di vedute sulle questioni di difesa e sicurezza comuni – i due leader hanno anticipato l’istituzione della nuova task force che porterà esperti Ue e Nato a lavorare “fianco a fianco per identificare le minacce principali alle infrastrutture critiche e le vulnerabilità strategiche” e per “sviluppare principi-chiave per aumentare la resilienza e proporre misure e azioni di rimedio”, ha spiegato von der Leyen. Inizialmente la task force “coprirà quattro settori”, ovvero “trasporti, energia, digitale e spazio”, è quanto rende noto la leader dell’esecutivo comunitario. I risultati dei lavori saranno riferiti agli Stati membri dell’Ue e della Nato, che coincidono per 23 capitali dell’Unione su 27 “se contiamo anche Svezia e Finlandia” (hanno firmato il protocollo di adesione, ma attendono ancora la ratifica della Turchia). “Serve condivisione delle informazioni e delle migliori pratiche e avvertimenti immediati“, è l’ultimo dettaglio fornito da von der Leyen.

Ue. Immigrazione. Una nuova strategia operativa sui rimpatri, che si affianca ai due Piani d’azione per le rotte migratorie, in attesa della chiusura dei negoziati tra i co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue sul Patto migrazione e asilo. La commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha anticipato questa mattina (19 gennaio) che il gabinetto von der Leyen presenterà la prossima settimana una “strategia operativa per i rimpatri” di persone migranti, ovvero di coloro che non hanno diritto alla protezione internazionale sul territorio dell’Unione Europea al termine dell’analisi della domanda nei Paesi membri. Lo stato d’emergenza per l’incremento degli sbarchi di migranti in Italia tiene banco al Parlamento europeo. A dire il vero il primo tentativo del presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber, di inserire all’agenda della sessione plenaria, al via oggi (17 aprile) a Strasburgo, un dibattito dal titolo “Necessità di solidarietà dell’Ue nei confronti dell’Italia in situazione di emergenza a causa dell’aumento dei flussi di migranti“, è però andato fuori bersaglio e non è stato approvato dall’Aula. La coalizione formata da socialisti e democratici (S&d), Verdi e Sinistra europea ha poi corretto il tiro. Il dibattito si farà, ma con un titolo di tutt’altro sapore politico: “Necessità di solidarietà europea e di salvare vite umane nel Mediterraneo, in particolare in Italia”. E anche Weber e i popolari hanno votato a favore.
Austria. Immigrazione. Si riaccende a più di un anno di distanza la questione del finanziamento dei muri alle frontiere esterne dell’Unione Europea con i fondi comunitari, per aumentare il numero di chilometri di barriere che impediscano alle persone migranti di fare ingresso in modo irregolare sul territorio dei Ventisette. Nell’autunno del 2021 era stata la Polonia, oggi è il turno dell’Austria, ma il messaggio rimane sempre lo stesso: “Penso che ci sia l’interesse di molti Paesi membri a rendere più solide le frontiere esterne e che sia necessario anche il sostegno della Commissione Ue sotto vari aspetti“, ha dichiarato questa mattina (26 gennaio) il ministro degli Interni austriaco, Gerhard Karner, a margine del Consiglio Affari interni informale a Stoccolma. In altre parole, l’utilizzo dei fondi dal bilancio comunitario per costruire barriere di filo spinato e muri lungo il perimetro esterno dell’Unione Europea. Se Varsavia aveva chiesto alla Commissione il via libera – negato – per affrontare quelle che il primo ministro definiva “pressioni della guerra ibrida” dell’autocrate bielorusso, Alexander Lukashenko, oggi per Vienna l’urgenza è sul fianco meridionale dell’Unione: “É necessario rendere la frontiera tra la Bulgaria e la Turchia più robusta”, ha specificato il ministro austriaco, parlando del numero di arrivi lungo la rotta balcanica in aumento nell’ultimo anno. Il dibattito sul finanziamento dei muri di confine “è acceso”, ha precisato Karner, ma “recentemente c’è stato un movimento sul tema, perché le frontiere esterne hanno bisogno di aiuto“.
Croazia. Immigrazione. Dopo anni di smentite, no comment e opposizione a qualsiasi denuncia di sponde istituzionali alle ben note operazioni di polizia illegali secondo il diritto dell’Unione Europea contro le persone migranti alla frontiera, il governo della Croazia si ritrova con le spalle al muro di fronte alle prove fotografiche di un coinvolgimento di alti funzionari in una chat Whatsapp adibita appositamente a organizzare pushback nel contesto di operazioni per il contrasto alla migrazione irregolare e alla tratta di esseri umani finanziate anche da fondi comunitari. La denuncia arriva da un’inchiesta del network di giornalismo investigativo Lighthouse Reports – in collaborazione con testate come Der Spiegel e Nova Tv – che ha avuto accesso alle comunicazioni all’interno del gruppo WhatsApp ‘OA Koridor II- Zapad’, lo stesso nome di una delle diverse operazioni di polizia in Croazia “relative alla lotta contro la migrazione irregolare e i crimini legati al contrabbando di persone”, come riferisce lo stesso governo di Zagabria. Nel gruppo di 33 utenti sono state condivise informazioni sensibili della polizia di frontiera sui fermi di oltre 1.300 persone migranti che hanno oltrepassato la frontiera con la Bosnia ed Erzegovina dal 2019, comprese fotografie che vedono le stesse persone – prevalentemente di nazionalità afghana, pakistana e siriana – ammanettate, senza scarpe o tutte distese in posizione prona. In alcune occasioni sono state anche condivise informazioni sui giornalisti che visitavano il confine, come nel caso del giornalista della radiotelevisione nazionale austriaca ORF Bernt Koshuch, avvistato nell’area di Cetingrad (dove la Bosnia si incunea nella Croazia).
Italia. Immigrazione. Per la prima volta, a sei giorni di distanza, si è espressa sul naufragio del peschereccio di migranti avvenuto al largo delle coste della Calabria e sulle polemiche seguite. Meloni ha respinto ogni responsabilità del governo sul mancato salvataggio della barca, il cui affondamento ha causato almeno 69 morti. Meloni ha negato anche che le politiche del governo nella gestione delle navi delle ong, la cui azione è stata limitata e complicata dai regolamenti introdotti, possano avere avuto alcuna influenza, sottolineando come la rotta che dalla Turchia porta alla Calabria non sia fra quelle presidiate dalle navi delle organizzazioni non governative. Ribadendo che le autorità italiane non sarebbero «state avvertite da Frontex», Meloni ha aggiunto: «Ma davvero, in coscienza, c’è qualcuno che ritiene che il governo abbia volutamente fatto morire 60 persone?». L’ennesima tragedia che ha causato la morte di almeno 72 persone – di cui 18 minori – e su cui è in corso un duro scontro tra l’agenzia Ue Frontex e il governo italiano sulle responsabilità di segnalazione dell’imbarcazione, “deve servire da richiamo per raddoppiare la nostra determinazione a trovare soluzioni efficaci e durature“, ha esortato la presidente von der Leyen rivolgendosi a Meloni, ribadendo il concetto su cui le due leader si trovano d’accordo: “È chiaro che la migrazione è una sfida europea che richiede una soluzione europea”. Mentre prosegue il lavoro per adottare un quadro legislativo comune – ovvero il Patto migrazione e asilo presentato nel settembre 2020 – per il Berlaymont è prioritario un approccio “olistico” nella gestione della migrazione: “Accogliere coloro che necessitano di protezione internazionale, prevenire le partenze irregolari, combattere le reti criminali di contrabbando, offrire percorsi per una migrazione sicura e legale e rimpatriare coloro che non hanno diritto di rimanere”.

Finlandia. Ingresso Nato. In mattinata sono arrivati negli Stati Uniti i protocolli di adesione e la ratifica degli altri Paesi membri che rendono ufficiale l’ingresso del paese scandinavo nella Nato come 31esimo paese membro. Per il segretario generale dell’Organizzazione, Jens Stoltenberg, oggi 4 aprile «è una giornata storica perché tra poche ore accoglieremo la Finlandia come trentunesimo membro della nostra Alleanza», ha detto al suo arrivo alla ministeriale Esteri al quartier generale della Nato a Bruxelles. «Basta guardare alla mappa per capire quanto la Finlandia sia strategica e importante per la sicurezza della regione baltica», ha evidenziato Stoltenberg, sottolineando come «da oggi l’articolo 5 del Trattato della Nato», che sancisce il principio della difesa collettiva dell’Alleanza, sarà applicato anche ad Helsinki, che «otterrà una garanzia di sicurezza di ferro». Il nuovo ingresso del Paese nel Trattato dimostra che «la Finlandia – ha aggiunto il Segretario generale – è un Paese sovrano e indipendente e che la Nato è un’alleanza di democrazie».
Slovenia e Croazia. Energia. I vicini balcanici dell’Italia membri dell’Ue, Slovenia e Croazia, si mobilitano e mettono in campo nuovi accordi per rafforzare la sicurezza energetica in un momento di ripresa dalle conseguenze della guerra russa in Ucraina. “Tutte le condizioni sono state soddisfatte, firmeremo al più presto un accordo di solidarietà sull’energia, soprattutto sui gasdotti“, ha annunciato alla stampa il primo ministro sloveno, Robert Golob, dopo l’incontro con l’omologo croato, Andrej Plenković, presso il castello di Brdo, appena fuori la capitale Lubiana. Una nuova collaborazione, che spazia dal gas al nucleare, in attesa degli sviluppi della legislazione nell’Unione Europea sugli obiettivi comuni di energia rinnovabile. Il primo punto in agenda per i due leader balcanici è stato quello dell’approvvigionamento di gas. Un tema già affrontato nell’agosto dello scorso anno, sulla scorta dell’esperienza del governo sloveno in collaborazione con l’allora esecutivo italiano guidato da Mario Draghi. Si attende solo la prossima visita in programma del premier Golob in Croazia per la firma ufficiale tra i due governi dell’accordo di solidarietà in caso di crisi di approvvigionamento. Si tratterebbe dell’ottava intesa bilaterale – promossa anche dalla Commissione Europea nel piano RePowerEu – dopo quelle nel 2020 tra Germania e Danimarca, nel 2021 tra Germania e Austria, nel 2022 tra Estonia e Lettonia, tra Lituania e Lettonia, tra Finlandia ed Estonia e, nello stesso anno, le due siglate dall’Italia con Grecia e Slovenia.

Polonia, Ungheria e Cipro. Diritti umani. Quasi un miliardo di euro in fondi Ue congelati, per l’ennesimo caso di potenziale non rispetto dei principi dello Stato di diritto e dei diritti umani. Polonia, Ungheria e Cipro sono nel mirino della Commissione Europea per l’erogazione dei rimborsi nell’ambito delle richieste di pagamento di otto programmi dei Fondi per gli Affari Interni, dal momento in cui i tre Paesi membri non soddisfano le condizioni necessarie per quanto riguarda la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. “La Commissione non rimborserà le domande di pagamento presentate dagli Stati membri interessati finché non sarà soddisfatta la condizione di abilitazione“. Come rendono noto le stesse fonti, sono coinvolti nello specifico il Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif), lo Strumento per la gestione delle frontiere e i visti (Bmvi) e il Fondo sicurezza interna (Isf). Ungheria e Polonia non soddisfano le condizioni base per tutti e tre i fondi, mentre Cipro ha ricevuto il via libera solo alla richiesta di pagamento del terzo. Complessivamente si tratta di 922 milioni di euro congelati, di cui Varsavia sarebbe la maggior beneficiaria con 568 milioni che al momento la Commissione non è nelle condizioni di rimborsare. Nonostante l’adozione di tutti gli otto programmi da parte del Berlaymont “una condizione abilitante orizzontale non è soddisfatta sull’effettiva applicazione e attuazione della Carta dei diritti fondamentali”, spiegano i funzionari europei. Le multe si accumulano, giorno dopo giorno, e il conto per la Polonia è già salatissimo. Oltre mezzo miliardo di euro dal 27 ottobre 2021 a oggi – 526 milioni per l’esattezza – è quello che Varsavia deve pagare per non aver “ancora attuato pienamente” la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che 534 giorni fa l’aveva condannata a una multa giornaliera di un milione di euro per non aver sospeso le norme nazionali sulla sezione disciplinare della Corte Suprema, come richiesto da un’ordinanza del 14 luglio dello stesso anno. È la Commissione Europea, attraverso il suo portavoce responsabile per la Giustizia e lo Stato di diritto, Christian Wigand, a rendere noto che l’esecutivo comunitario ha respinto la richiesta della Polonia di interrompere l’imposizione delle sanzioni giornaliere, dopo aver “analizzato attentamente le argomentazioni” contenute in una lettera inviata a Bruxelles il 3 novembre dello scorso anno. “La Commissione continua a ritenere che la Polonia non si sia ancora pienamente conformata all’ordinanza”, ha sottolineato il portavoce nel corso del punto quotidiano con la stampa, precisando che il commissario per la Giustizia, Didier Reynders, lo ha comunicato alle autorità polacche “la scorsa settimana”.

Ungheria. Omofobia. La difesa dei diritti Lgbt da parte della Commissione Ue sul territorio comunitario in generale e su quello ungherese in particolare si sposta nelle aule della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Dopo l’annuncio arrivato già lo scorso anno della volontà da parte del gabinetto von der Leyen di portare Budapest in tribunale per il mancato allineamento alle richieste di Bruxelles, ieri (13 febbraio) è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Ue la procedura d’infrazione con le motivazioni per cui la Commissione considera la legge del 2021 una violazione dei diritti fondamentali dei cittadini e di diverse normative europee in materia di politica digitale e commerciale. L’Ungheria ha deciso di sfidare la Corte di giustizia dell’Unione europea pur di difendere la propria legge omotransfobica. Il Paese guidato da Victor Orban ha ufficialmente presentato un controricorso sulla procedura d’infrazione aperta dalla Commissione europea in relazione al “Child Protection Act” approvato nel giugno del 2021 che vieta la ‘promozione dell’omosessualità’ nei confronti di minori. La Commissione europea aveva avviato un’azione legale deferendo l’Ungheria alla corte nel luglio del 2022, affermando che tale legge “discrimina le persone sulla base del loro orientamento sessuale e identità di genere“. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, l’aveva definita “vergognosa“, promettendo di volerla combattere in tutti i luoghi preposti. ll parlamento ungherese ha approvato una nuova legge anti-lgbt, dopo quella con cui già oggi in Ungheria è vietata la “propaganda lgbt” ai minori. La legge è sul solco delle persecuzioni anti lgbt messe in atto dal governo di Viktor Orbán e vede la sua approvazione a distanza di una sola settimana da quando 15 Stati membri dell’UE (Italia esclusa) e il Parlamento europeo hanno annunciato che si uniranno alla Commissione europea in una causa senza precedenti contro la legge sulla propaganda anti-lgbt ungherese. L’Ungheria di Viktor Orban è un problema, e il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, non ha remore a denunciarlo pubblicamente. Va allo scontro frontale, all’attacco diretto di un altro Stato membro dell’Ue e il suo leader. Cita la legge contro la comunità Lgbtqi e i loro diritti, il provvedimento che restringe i contenuti audiovisivi per cui Budapest si è visto avviare una procedura d’infrazione con tanto di deferimento alla Corte di giustizia. “Se qualcuno pensa che si possa diventare omosessuale guardando la tv o ascoltando musica, non ha capito niente”, critica intervenendo nell’Aula del Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. Racconta la sua esperienza personale. Lui, omosessuale dichiarato, racconta delle difficoltà vissute in prima persona. Ci ha messo tempo prima di farlo sapere a tutti. “Quando l’ho detto ai miei familiari, quando l’ho detto ai miei amici, tutti mi hanno detto ‘finalmente!”. Perché, continua, “si diventa omosessuali capendolo e accettandolo. E trovo spaventoso che in altri Paesi non possa dire di essere omosessuale per il rischio di andare in prigione“. Come emerge anche dalle motivazioni del ricorso pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il disegno di legge ungherese che pone l’omosessualità, il cambio di sesso e la divergenza dall’identità personale corrispondente al sesso alla nascita allo stesso livello della pornografia è una violazione dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. Inoltre, vietando o limitando l’accesso a contenuti che diffondono – usando le parole dell’esecutivo ungherese – “divergenza dall’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, al cambio di sesso o all’omosessualità” per le persone di età inferiore ai 18 anni, la Commissione Ue ha rilevato che l’Ungheria non ha motivato perché l’esposizione dei bambini a contenuti Lgbt in quanto tale sarebbe dannosa. Per questo motivo la legge violerebbe la direttiva del 2010 sui servizi di media audiovisivi (restrizioni ingiustificate alla libera fornitura di contenuti e servizi) e la direttiva del 2000 sul commercio elettronico (fornitura di servizi transfrontalieri), ma anche due articoli specifici del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Tfue): l’articolo 34 sulla libera circolazione delle merci e l’articolo 56 sulla libera prestazione di servizi (in particolare per la mancanza di notifica preventiva alla Commissione, nonostante l’obbligo previsto dalla direttiva sulla trasparenza del Mercato Unico). ‘No’ alla presidenza ungherese di turno del Consiglio dell’Ue finché non sarà ripristinato un pieno rispetto dello stato di diritto nel Paese. Il Parlamento europeo continua nello scontro frontale col governo Orban, ora con un mozione di risoluzione che invita gli Stati membri a rivedere il calendario delle presidenze. Un testo che nella pratica può poco, perché i lavori del Consiglio sono gestiti internamente, autonomamente, a livello di singola istituzione Ue. Il Parlamento non può impedire al Consiglio di autoregolarsi, e allora mette pressione. Forte. Popolari (Ppe), socialdemocratici (S&D), liberali (Re), Verdi, sinistra radicale, nel dettagliato documento, che ricorda tutte le criticità democratiche nel Paese, sottolineano “l’importante ruolo della presidenza del Consiglio nel portare avanti i lavori del Consiglio sulla legislazione dell’Ue”. La grande coalizione si chiede “come l’Ungheria sarà in grado di adempiere in modo credibile a questo compito nel 2024, alla luce del suo mancato rispetto del diritto dell’Ue”. Per tale ragione gli Stati membri sono esortati a “trovare quanto prima una soluzione adeguata”. Una richiesta aperta nella formula, ma che si traduce in una forte ed inedita pressione per far slittare la presidenza ungherese, prevista per la seconda metà del 2024.

Malta. Aborto. Il parlamento maltese ha approvato una legge che consente ai medici di interrompere una gravidanza nel caso in cui la salute o la vita della madre sia a rischio immediato. Il disegno di legge era stato proposto lo scorso autunno dopo che una turista statunitense aveva rischiato la vita a Malta a causa di alcune complicazioni legate alla sua gravidanza e al successivo rifiuto dei medici maltesi di praticarle un aborto. Finora Malta era l’unico paese dell’Unione Europea in cui l’aborto era totalmente illegale. Adesso continua a esserlo nei casi di stupro, incesto o gravi malformazioni del feto: chi si sottopone all’operazione rischia fino a tre anni di carcere e i medici che lo procurano fino a quattro anni di prigione, oltre al divieto di praticare la professione. L’approvazione del disegno ha suscitato critiche da parte di diversi gruppi. Le associazioni di medici e infermieri hanno affermato che la vaga formulazione del disegno di legge li lascerebbe legalmente esposti, mentre la Chiesa e le organizzazioni pro-vita hanno accusato il governo di tentare di introdurre di nascosto la legalizzazione dell’aborto nella legge e sostenuto che non era necessario cambiare la legge perché le donne non sono mai state lasciate morire a causa di complicazioni durante la gravidanza. I gruppi pro-choice, schierati a difesa della libertà di scelta della donna riguardo l’aborto, hanno invece ritirato il loro sostegno, affermando che la legge sia troppo vaga.
Portogallo. Eutanasia. Il parlamento portoghese ha approvato oggi per la quarta volta una nuova versione della legge che depenalizza l’eutanasia e il suicidio assistito. La legge era già stata respinta tre volte: da un veto presidenziale, nel 2022, e dalla Corte costituzionale, la prima volta nel 2021, l’ultima il 30 gennaio scorso. Il motivo delle bocciature precedenti risiedeva sempre nell’ambiguità del lessico utilizzato nella descrizione della malattia come “fatale” o “incurabile”, lasciando, secondo i giudici, un margine eccessivo di opacità e discrezionalità. Questa quarta versione del testo di legge riprende la definizione di “sofferenza molto intensa” causata “da malattia grave e incurabile” oppure da “lesione definitiva di estrema gravità” e “intollerabile” per il paziente. La novità è che i legislatori hanno fatto cadere certi aggettivi che comparivano nelle stesure precedenti, come “psicologica e/o spirituale” in riferimento alla sofferenza, e stabiliscono ora una sorta di precedenza del suicidio assistito, quando il paziente è ancora in grado di autosomministrarsi i farmaci letali, ed eutanasia, la quale sarà permessa solo in caso di manifesta incapacità del paziente stesso a somministrarsi i farmaci.

Italia. Registrazione bambini nati da gpa all’estero. I sindaci di importanti città italiane, in questi ultimi giorni, hanno dichiarato di voler continuare a trascrivere i certificati di nascita dei figli nati da coppie che abbiano fatto ricorso alla gestazione per altri o da coppie di donne che abbiano fatto la fecondazione assistita all’estero. La gestazione per altri (Gpa) è una tecnica che prevede che la gravidanza sia portata avanti da una persona esterna alla coppia. L’argomento in questi giorni è caldo per via di una circolare del ministero dell’Interno che invita a non registrare i genitori non biologici negli atti di nascita di figli nati con queste tecniche. Il Parlamento Europeo ha approvato per alzata di mano, in plenaria a Bruxelles, un emendamento presentato da Renew Europe che “condanna le istruzioni impartite dal governo italiano al Comune di Milano di non registrare più i figli di coppie omogenitoriali”. Il Parlamento Europeo, si legge ancora nell’emendamento, “ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli; ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989; esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscrive in un più ampio attacco contro la comunità Lgbtqi+ in Italia; invita il Governo italiano a revocare immediatamente la sua decisione”. Il Governo Meloni, attraverso l’Avvocatura dello Stato, si è costituito in tribunale a Milano per chiedere la cancellazione delle famiglie arcobaleno registrate dal Sindaco Beppe Sala. Questa volta Giorgia Meloni e Palazzo Chigi mettono il proprio diretto sigillo sulla persecuzione delle famiglie arcobaleno e lo fanno in punta di diritto, girando e rigirando la lama del coltello in quella ferita causata dal vuoto legislativo italiano, del quale destra e sinistra sono storicamente corresponsabili. È infatti anche grazie all’immobilismo della precedente legislatura (che ha visto al governo anche PD, M5S e IV, oltre a Lega e Forza Italia) che l’estrema destra, ora maggioranza nel paese, può accanirsi nella piena legittimità delle stanti norme e sentenze. La Corte Europea dei diritti umani ha respinto il ricorso che alcune coppie omosessuali avevano intrapreso contro l’Italia, in cui si chiedeva di condannare il nostro paese, perché non permette di trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita legalmente riconosciuti all’estero per bambini nati attraverso maternità surrogata. La motivazione fornita dalla Corte Europea sottolinea che mancano i requisiti di impossibilità per avvallare un’opposizione ai provvedimenti del Governo Italiano. La Corte infatti spiega che le coppie – inclusa una coppia eterosessuale – che hanno fatto ricorso contro gli annullamenti e le impossibilità di trascrizione all’anagrafe italiana, avevano la possibilità comunque di intraprendere un percorso di stepchild adoption. La battaglia che non ti aspetti. O meglio, dal gruppo politico che non ti aspetti. Perché Alessandra Mussolini, eurodeputata di Forza Italia che ha sostituito nel parlamento europeo l’attuale ministro degli Esteri Antonio Tajani, la sua posizione sui diritti lgbt l’ha cambiata già da tempo, da quando prese le difese del ddl Zan nel giugno del 2021. Ma che, come membro del centro-destra italiano e del Partito Popolare Europeo, si impunti sulle regole europee di definizione dell’identità di genere per il rilascio del passaporto diplomatico, è come un fulmine a ciel sereno.

Estonia. Matrimonio egualitario. L’Estonia ha approvato il matrimonio egualitario. Ad annunciarlo è la premier estone Kaja Kallas, che su Twitter scrive: È il primo stato baltico ad approvare il matrimonio anche per le coppie omosessuali. Nella capitale Tallin, il parlamento estone ha votato e approvato il provvedimento, a due mesi dall’insediamento del governo di coalizione liberale e nove anni dopo che il paese aveva approvato le unioni civili.
Italia. Boom unioni civili. Tre anni di pandemia hanno ridotto sensibilmente le celebrazioni di matrimoni. L’impossibilità di festeggiare in pompa magna o anche con una festa più contenuta ha spinto in molti a rimandare a tempi migliori. E a restrizioni finite, ecco il boom. Ma sorprende che a crescere in maniera esponenziale siano state soprattutto le unioni civili, per di più tra persone dello stesso sesso. Lo certifica l’Istat, nell’ultimo report sulla dinamica demografica. Sul 2021 la crescita è stata del 31%, mentre sul 2019 del 22,5%. In numeri assoluti, le unioni civili celebrate lo scorso anno sono state oltre duemila, e secondo l’istituto di statistica è possibile prevede “un robusto pur se non totale recupero di quanto perso nell’anno della pandemia”.
Paesi Bassi. Normativa anti discriminazione in Costituzione. Il parlamento Olandese ha votato un emendamento all’Articolo 1 della costituzione, per vietare le discriminazioni verso l’orientamento sessuale e la disabilità. La votazione è stata prevalentemente a favore – 56 voti positivi contro 15 – ed è già in procinto di arrivare sulla scrivania del Re Willem Alexander per gli ultimi passaggi, la sanzione regia e l’approvazione definitiva da parte del governo. Una volta approvata, la legge sarà pubblicata sullo Staatscourant, la Gazzetta Ufficiale olandese – che, come da noi, annuncia la promulgazione effettiva dell’emendamento. Un grande passo avanti per i diritti della comunità LGBTQIA+ olandese, definita una “vittoria storica per le persone arcobaleno” dal gruppo COC Nederland, considerato il movimento più antico e longevo, fondato nel 1946.
Finlandia. Autodeterminazione di genere. Il parlamento finlandese ha ufficialmente approvato una nuova legge sull’autodeterminazione del genere, con 113 voti a favore e 69 contrari. La legge in questione va ad abolire i requisiti fino ad oggi necessari della sterilizzazione e di una diagnosi psichiatrica affinché le persone transgender possano ottenere il riconoscimento giuridico del loro genere. La legge precedente, che secondo Amnesty era in contrasto con la Convenzione europea dei diritti umani, prevedeva che una persona dovesse fornire prova della sua infertilità prima che le venisse riconosciuto il genere. Da oltre un decennio gli attivisti lgbt chiedevano al governo finlandese di andare oltre simile arcaica legge, con quasi mezzo milione di firme racconto in tutto il mondo con una campagna del 2017. Con questa nuova legge, il riconoscimento del genere verrà garantito ai maggiorenni a seguito di richiesta scritta e dopo un “periodo di riflessione” obbligatorio di un mese. La premier Sanna Marin, appartenente ad una “famiglia arcobaleno” poiché cresciuta con due mamme, aveva precedentemente affermato che la questione dei diritti dei transgender è “molto importante”, tanto dall’aver annunciato di voler far passare l’attesa legge il prima possibile.
Spagna. Autodeterminazione di genere. La legge del Parlamento spagnolo riguardo «l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans» è arrivata dopo lunghe battaglie civili e mesi di accesi dibattiti. Che non accennano a spegnersi neanche dopo l’approvazione della norma avvenuta ieri, 16 febbraio. L’attuale governo di centrosinistra (Partito Socialista-Unidas Podemos) ha infatti introdotto novità significative. Prima fra tutte la possibilità di chiedere la modifica del proprio sesso all’anagrafe senza autorizzazioni giudiziarie o certificati medici a partire dai 16 anni. Un diritto estendibile anche a 14 e 15enni, se supportati dall’approvazione di un genitore, e a cui si potrà accedere attraverso una doppia dichiarazione. Non sarà dunque più necessario fornire referti medici che attestino la disforia di genere. E cioè il disagio causato da una mancata corrispondenza tra il sesso biologico e il genere con cui una persona si identifica.
Cipro. Divieto terapie di conversione. La scorsa settimana il parlamento di Cipro ha approvato ufficialmente la legge che criminalizza le cosiddette terapie di conversione. La legge va a modificare il codice penale, rendendo reato penale qualunque pratica, tecnica o servizio volto a convertire, sopprimere o sradicare l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere di qualcuno. La nuova legge vieta inoltre le pubblicità di tali terapie o tecniche di conversione. Le persone ritenute colpevoli di praticare – o pubblicizzare – terapie di conversione potranno essere punite con la reclusione fino a due anni e/o con una multa non superiore a 5.000 euro. Se queste pratiche sono condotte su un minore, le pene detentive potranno arrivare fino a tre anni, con una multa massima di 10.000 euro. Yassine Chagh di IGLYO, Cipro, ha così celebrato l’evento tanto atteso.
Germania. Vaticano e curia tedesca su temi lgbt. La Chiesa tedesca ha approvato a larga maggioranza il testo che apre alle celebrazioni per la benedizione delle coppie dello stesso sesso a partire dal marzo 2026. “Benedizioni per le coppie che si amano” il titolo dato al testo, che autorizzerà i preti a benedire “le coppie che vogliono vivere nell’amore, nella comunione e nella responsabilità”. Negarla alle coppie LGBTQIA o a quelle formate da divorziati sarà considerato “non misericordioso o discriminatorio”. 176 i voti favorevoli, 14 contrari e 12 astenuti. Approvata anche la revisione dell’obbligo del celibato sacerdotale. Una delibera, quella del Cammino sinodale tedesco, che rischia ora di spaccare la chiesa cattolica. Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha ieri subito messo le cose in chiaro, stoppando l’iniziativa dei vescovi tedeschi.
Ue. Ilga Europe 2023. Come avviene ogni anno alla vigilia della Giornata Internazionale contro l’Omotransfobia, ILGA-Europe ha diffuso la sua Annual Review of the Human Rights Situation of Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex People in Europa e Asia Centrale. L’Italia si è quest’anno classificata al 34esimo posto su 49 Paesi, tra la Repubblica Ceca e la Georgia. Lo scorso anno eravamo 33esimi. Nel 2018 32esimi. Sempre peggio. Davanti a tutti, per l’ottavo anno consecutivo, Malta, seguito da Belgio, Danimarca e Spagna, in grandissima crescita con un balzo di ben 6 posizioni. D’altronde negli ultimi 12 mesi la Spagna ha introdotto una legge che regola il riconoscimento legale del genere (LGR) basato sull’autodeterminazione, ha vietato le mutilazioni genitali sui minori intersessuali, le cosiddette pratiche di “conversione” e la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’identità di genere e le caratteristiche sessuali. Mentre il Governo Meloni propone il carcere per i gay che vogliono essere genitori, l’Eurispes ha rilevato che gli italiani favorevoli alle adozioni per le coppie formate da persone dello stesso sesso sono diventati la maggioranza. I favorevoli sono in costante aumento dal 2015 e quest’hanno hanno finalmente superato il 50%. Ciò spiega perché i vari Pillon siano così contrari a tutte quelle iniziative che hanno contribuito a far diminuire l’omofobia.

Germania. Droghe ricreative. La Germania potrebbe diventare presto il più grande Paese al mondo per popolazione a legalizzare la cannabis. Il governo guidato da Olaf Scholz ha presentato una proposta che consentirebbe ai cittadini tedeschi, una volta compiuti i 18 anni di età, di coltivare, acquistare e consumare legalmente fino a 50 grammi di marijuana, 7 semi di cannabis o 5 talee (rametti) al mese, e fino 25 grammi al giorno. In quest’ultimo caso si dovrebbe acquistare due volte al mese, come massimo. La riforma disegnata dal ministro della Sanità, il socialdemocratico Karl Lauterbach, romperebbe un tabù finora pressoché inscalfibile a livello europeo: i 27 sono vincolati da normative specifiche in materia di sostanze stupefacenti, in particolare da una Decisione quadro presa dal Consiglio dell’Ue nel 2004, che richiede a tutti i Paesi membri di sanzionare “la produzione, la fabbricazione, l’estrazione, la preparazione, l’offerta, la commercializzazione, la distribuzione, la vendita” di droghe.
Ue. Violenza sulle donne. Nessuna brutta sorpresa al Parlamento europeo di Strasburgo, che può celebrare la fine del percorso che porterà l’Unione Europea ad aderire alla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. L’Eurocamera ha approvato oggi (10 maggio), a larghissima maggioranza, la proposta di ratifica della Convenzione, a distanza di sei anni da quando Bruxelles l’aveva firmata. Sei anni di ritardo causati dal rifiuto di Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia, gli unici Paesi membri che ancora si oppongono. A sbloccare la situazione di stallo ci ha pensato la Corte di Giustizia dell’Ue, che con un parere datato 6 ottobre 2021 ha stabilito che l’Unione europea potesse procedere alla ratifica anche senza l’accordo di tutti gli Stati membri. La Corte aveva inoltre indicato a Bruxelles gli ambiti di applicazione appropriati per l’adesione: le politiche di asilo e cooperazione giudiziaria in materia penale e gli obblighi delle istituzioni e della pubblica amministrazione dell’Ue.

Ue. Vicinanza all’Ucraina e riarmo. L’Unione europea, gli Stati membri, la popolazione, sono e saranno sempre al fianco dell’Ucraina. La visita a Roma di Roberta Metsola parte e termina così: ribadendo a più riprese che per capire quello che accade ai confini dell’Europa bisogna risalire all’origine dell’Unione, nata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per difendere la pace. Alla domanda sulle polemiche nate dalle parole di Silvio Berlusconi contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non risponde neanche. “C’è una guerra vicina e c’è la decisione che l’Ucraina entri nell’Ue, questo è il coraggio politico che noi abbiamo avuto durante la pandemia lo scorso anno, che io voglio vedere nei prossimi mesi e anni”, asserisce. Poche settimane fa le prime sanzioni ai danni di chi perpetra violenze sessuali e di genere. Ora la ‘ferma condanna’ dell’Ue per queste specifiche violazioni dei diritti umani della Russia ai danni dell’Ucraina arriva sul tavolo del Vertice europeo in programma a Bruxelles giovedì e venerdì (23 e 24 marzo). Un Consiglio europeo ricco di temi – dall’Ucraina, alla crisi energetica, passando per la situazione economica alla sfida della competitività dell’industria e delle migrazioni – in cui però non si aspettano decisioni importanti da parte dei leader, che rimandano in sostanza al Vertice di giugno le discussioni sui finanziamenti. “Il Consiglio europeo condanna con la massima fermezza la violenza sessuale e di genere e la Russia deve garantire immediatamente il ritorno in sicurezza degli ucraini trasferiti o deportati con la forza in Russia, in particolare i bambini”, si legge nella bozza di conclusioni del Vertice– datata 20 marzo e vista da Eunews – nel primo capitolo relativo all’Ucraina, in cui i leader dell’Ue riaffermeranno la condanna della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e il sostegno all’Ucraina, anche dal punto di vista militare. La bozza è finita oggi sul tavolo dei ministri degli Affari europei al Consiglio Affari Generali che si è tenuto a Bruxelles in preparazione del Vertice e finirà domani sul tavolo degli ambasciatori dei 27 presso l’Ue. Bulgaria, Francia, Repubblica ceca e Slovacchia. Poi ancora, Romania, Polonia e anche Italia. Aumentare la capacità di produzione bellica in Unione europea: questa la ragione che ha spinto il commissario europeo al mercato interno, Thierry Breton, a organizzare nell’ultimo mese e mezzo un vero e proprio tour nelle principali capitali europee per capire quali sono le potenzialità per aumentare la capacità di produzione industriale a livello europeo. “Stiamo lavorando a una proposta, che speriamo possa essere discussa nei prossimi giorni”, ha rivelato oggi (27 aprile) il Commissario in una conferenza stampa, senza fornire ulteriori dettagli sui tempi della proposta. “Stiamo lavorando per essere pronti, oggi sono fiducioso che abbiamo una base molto forte e solida, ma naturalmente dobbiamo aumentarla”, ha detto.
Bulgaria. Invio armi. Un’inchiesta del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato come, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Bulgaria abbia segretamente inviato armi e carburante all’esercito ucraino. È una rivelazione notevole perché negli ultimi mesi, almeno ufficialmente, la Bulgaria aveva avuto una posizione piuttosto controversa sulla guerra in Ucraina: fino a dicembre non aveva mai autorizzato l’invio di armi, rimanendo l’unico paese della NATO insieme all’Ungheria a non farlo (quest’ultima non lo ha ancora fatto). C’entra la complicata situazione politica del paese. All’inizio della guerra il primo ministro bulgaro era Kiril Petkov, un economista laureato ad Harvard che aveva fondato un partito anti-corruzione con cui aveva vinto sorprendentemente le elezioni del novembre 2021. Petkov si era mostrato da subito un forte sostenitore dell’Ucraina e aveva criticato in diverse occasioni il presidente russo Vladimir Putin. Ma il suo fragile governo – che poi è caduto a giugno – era sostenuto anche dal Partito Socialista, diretto discendente dell’ex Partito Comunista di epoca sovietica e che ha al suo interno molti politici filorussi. Per questo non era mai riuscito ad approvare l’invio di armi all’Ucraina.
Ue. S&D e Renew contro le parole di Berlusconi su Zelensky. Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Lo diceva la scrittrice Agatha Christie e, in meno di cinque mesi, il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, l’ha messo in pratica con le sue dichiarazioni ben più che discutibili sulla guerra russa in Ucraina. Dopo le prime parole a settembre sulle motivazioni che avrebbero spinto Vladimir Putin a invadere il Paese confinante e gli audio emersi a ottobre dalla riunione di Forza Italia alla Camera dei Deputati, con la sua personale ricostruzione degli eventi dal 2014 allo scoppio della guerra, il numero uno forzista ha pubblicamente criticato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, accusandolo di aver provocato la reazione armata russa e di mostrarsi non aperto a soluzioni per la pace. “Io a parlare con Zelensky, se fossi stato il presidente del Consiglio, non ci sarei mai andato“, ha attaccato Berlusconi facendo riferimento all’incontro tra la premier italiana, Giorgia Meloni, e il presidente ucraino in occasione del Consiglio Europeo straordinario di giovedì scorso (9 febbraio) a Bruxelles. Senza alcun filtro il leader di Forza Italia ha continuato parlando della “devastazione del suo Paese e la strage dei suoi soldati e dei suoi civili” e scaricando su Zelensky tutte le responsabilità: “Bastava che lui cessasse di attaccare le due Repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto“. Il riferimento alle autoproclamante Repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk è particolarmente delicato, dal momento in cui non sono mai state riconosciute dalla comunità internazionale e sono state condannate a più riprese dall’Ue, anche pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma il biasimo di Berlusconi è tutto per il leader ucraino: “Giudico molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore“.
Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia. Cooperazione rafforzata di difesa. Un ‘formato Riga’ per la cooperazione rafforzata sul piano politico, energetico e difensivo tra i 3 Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e la Polonia, per rendere più salda la sicurezza nella regione di fronte a potenziali minacce “alla nostra indipendenza e integrità territoriale”. È quanto messo nero su bianco nella dichiarazione congiunta tra i quattro Paesi che si riconoscono accomunati da “un’esperienza storica simile di aggressione e grave oppressione da parte di regimi totalitari revisionisti” durante il Novecento e che oggi “condividono una visione comune delle azioni necessarie” per proteggersi dalle minacce della Russia di Putin. Un attore regionale e geopolitico che – nonostante non venga mai citato esplicitante nel testo – aleggia dal 24 febbraio dello scorso anno come un pericolo incombente.

Ue. Libertà di stampa. Se l’ultimo rapporto di Reportes Sans Frontières aveva confermato il relativo stato di salute della libertà di stampa in Europa, è vero però che i dati raccolti dalla Coalition Against Slapps in Europe (Case) dimostrano che gli ultimi tre anni hanno fatto registrare il record di casi di azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica (Slapp) nei 27 Stati membri. L’aumento progressivo di azioni legali progettate per censurare, intimidire e mettere a tacere le voci critiche di giornalisti e difensori dei diritti umani, gravandoli con spese legali elevate – secondo il Consiglio d’Europa nel 2021 ammontavano a più di mezzo milione di euro in Ue – e lunghe procedure senza alcuna intenzione di vincere effettivamente la causa, ha spinto la Commissione europea a proporre una direttiva anti Slapp nell’aprile 2022. Oggi (9 giugno), a distanza di oltre un anno, i ministri della Giustizia dei 27 Paesi membri hanno raggiunto una posizione comune sul progetto di legge che dovrebbe combattere i procedimenti giudiziari temerari che minano la libertà d’espressione. Passo in avanti verso l’adozione di un regolamento europeo che riesca ad adeguare la libertà dei media e la protezione dei giornalisti alla nuova era di tecnologie digitali sempre più invadenti. Oggi (21 giugno) i rappresentanti permanenti dei 27 Stati membri hanno dato il loro via libera alla posizione del Consiglio sul Media Freedom Act (Emfa) proposto dalla Commissione europea. Secondo fonti diplomatiche l’accordo sul testo proposto dalla presidenza svedese del Consiglio dell’Ue è stato trovato “a larghissima maggioranza”, fatta eccezione per le opposizioni di Ungheria e Polonia. Anche la Francia, che sembrava potersi mettere di traverso sui paletti ritenuti troppo stretti alle eccezioni garantite per motivi di sicurezza nazionale, “è tornata sulle posizioni della presidenza e della maggioranza” dei Paesi membri.
Ue. QatarGate. Il Parlamento europeo è con la sua presidente, Roberta Metsola: alla Conferenza dei presidenti, l’organismo dove si riuniscono i leader dei gruppi politici e la numero uno dell’eurocamera, “c’è stato pieno sostegno” per le proposte di Metsola per arginare la permeabilità dell’aula di Bruxelles a ingerenze esterne e casi di corruzione. Un piano articolato in 14 punti, per correre ai ripari dopo lo scoppio del Qatargate, che punta a rendere le procedure parlamentari più trasparenti. Si tratta di “una prima serie di proposte per riformare, ricostruire la fiducia e riaffermare il Parlamento europeo come istituzione moderna e aperta”, ha twittato la presidente, che ha poi assicurato che l’aula “andrà avanti velocemente”. Prima di tutto, Metsola ha chiesto di introdurre un periodo di due anni di “raffreddamento” per gli eurodeputati a fine mandato, che in quell’arco di tempo non potranno svolgere attività di lobbying presso le istituzioni europee (regola peraltro già utilizzata dall’esecutivo comunitario per i propri Commissari). Per scongiurare nuovi “Panzeri”, agli ex membri dell’eurocamera sarà negato l’ingresso permanente alle sedi del Parlamento, ma avranno a disposizione solo un pass giornaliero, senza la possibilità di introdurre ulteriori ospiti. E poi, Metsola vuole bandire i gruppi d’amicizia informali con Paesi extra Ue, che per la loro natura ufficiosa sfuggono facilmente a controlli (quello con il Qatar era stato immediatamente sospeso il 14 dicembre scorso), e ha insistito per istituire un registro di ingresso alle sedi parlamentari di Bruxelles e Strasburgo, che dovrà essere firmato da chiunque entri. Con allegata la motivazione dell’ingresso e la descrizione degli incontri. Nel mirino anche le attività degli assistenti parlamentari, a cui sarà vietato ricoprire contemporaneamente incarichi dirigenziali presso ong. È Marc Angel il nuovo vicepresidente del Parlamento Ue, eletto esattamente un anno dopo la nomina dei 14 bracci destri della presidente Roberta Metsola. L’elezione si è resa necessaria a seguito della destituzione della greca Eva Kaili lo scorso 13 dicembre, per il suo coinvolgimento nello scandalo QatarGate. Il collega lussemburghese Angel, esponente del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Ue (S&D) – a cui apparteneva anche Kaili prima dell’espulsione – si è affermato con 307 voti al secondo turno di votazione. Subito dopo i primi arresti, è stato confermato il coinvolgimento del Marocco nello scandalo. Alla fine di dicembre 2022, la stampa ha rivelato che un documento di indagine avrebbe mostrato il coinvolgimento ad alto livello della Direzione generale degli studi e della documentazione (DGED), i servizi di intelligence marocchini, nel caso. Secondo un rapporto citato da Der Spiegel, la DGED aveva avuto contatti già nel 2019 con l’ex deputato italiano Pier Antonio Panzeri, il suo assistente Francesco Giorgi e un altro deputato italiano, Andrea Cozzolino. L’obiettivo era quello di influenzare il gruppo socialista al Parlamento europeo. La rivista tedesca d’inchiesta sostiene che i tre italiani fossero anche in contatto diretto con il direttore generale dei servizi segreti della DGED. Il Qatargate, l’inchiesta della magistratura belga su presunti casi di corruzione che coinvolgono deputati e funzionari del Parlamento europeo, ha finito per riaccendere i riflettori su un problema cronico del regno di Filippo: il sovraffollamento delle carceri e il ricorso massiccio alla detenzione preventiva, e più in generale il rispetto dei diritti umani nei confronti dei detenuti. Il tema del sovraffollamento delle carceri è stato sollevato in prima battuta dai legali di Silvia Panzeri e Maria Colleoni, figlia e moglie dell’ex deputato europeo considerato al centro della “cricca”, Pier Antonio Panzeri, sulle quali pendevano due richieste di estradizione in Belgio. Anche gli avvocati di Andrea Cozzolino, europarlamentare del Pd, hanno evidenziato le condizioni precarie delle carceri belghe per scongiurare la consegna del proprio assistito. La difesa dell’ex vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, ha invece denunciato le condizioni inumane a cui è sottoposta la donna. E l’avvocato di Marc Tarabella ha chiesto la ricusazione del giudice istruttore, Michel Claise, a causa della violazione del principio della presunzione d’innocenza: per tutti i sospettati, il magistrato belga ha disposto fin dall’inizio la custodia cautelare, salvo concedere il braccialetto elettronico a Francesco Giorgi, compagno di Kaili e assistente di Andrea Cozzolino, dopo tre mesi di detenzione.

Ue. Ecologia. Un passaggio atteso e quasi formale a Strasburgo che però a Roma riaccende la polemica sulla transizione della mobilità europea. A partire dal 2035 le auto con motore a combustione, diesel e benzina, non saranno più vendute in Europa: l’Europarlamento riunito a Strasburgo in sessione plenaria ha confermato oggi (14 febbraio) con 340 voti a favore, 279 contrari e 21 astenuti l’accordo raggiunto nella notte tra il 27 e il 28 ottobre con gli Stati membri sulla revisione degli standard di prestazione delle emissioni di CO2 per auto e furgoni. Il primo e tra i più importanti fascicoli del ‘Fit for 55’, l’ambizioso pacchetto sul clima proposto dalla Commissione europea a luglio 2021 per abbattere le emissioni del 55 per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990) come tappa intermedia per la neutralità climatica al 2050. La Commissione europea ha raggiunto ieri sera (24 marzo) un’intesa con la Germania per continuare a immatricolare auto con motore a combustione anche dopo il 2035, purché utilizzino solo carburanti CO2 neutri. L’accordo tra Bruxelles e Berlino annunciato solo questa mattina apre la strada all’utilizzo dei carburanti sintetici (efuels) come richiesto dal governo tedesco, ma non contempla l’uso dei biocarburanti, come chiedeva invece l’Italia. E spiana ora la strada al via libera definitivo in Consiglio sul regolamento che imporrà lo stop alla vendita dei motori a combustione interna, diesel e benzina, a partire dal 2035, uno dei tasselli più importanti del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’.
Ue. Case green. Case green, l’Europarlamento dice sì. Dopo il primo via libera in commissione Industria, ricerca ed energia (Itre) lo scorso 9 febbraio, la divisiva revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (la cosiddetta EPDB – ‘Energy Performance of Building Directive’) ha ricevuto il via libera dall’intero Parlamento europeo riunito a Strasburgo con 343 voti a favore, 216 contrari e 78 astenuti. Il testo uscito dall’Eurocamera, che conferma la struttura di quello adottato un mese fa in Itre, diventerà la posizione dell’Europarlamento sulla revisione della direttiva per poter avviare i negoziati con gli Stati membri che hanno già adottato la loro posizione a ottobre, stravolgendo in parte la proposta originaria della Commissione europea di dicembre 2021.

Ue. Inviato speciale Ue Golfo Persico. L’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio avrebbe ottenuto il via libera definitivo per la sua nomina a inviato speciale dell’Unione Europea nel Golfo Perisco. Il Corriere della Sera dichiara di aver visionato la lettera con la quale l’Alto rappresentante Ue in politica estera Josep Borrell ha comunicato agli ambasciatori del Comitato politico e di sicurezza degli Stati membri la sua scelta, dopo «un’attenta riflessione», al termine della quale è stato ritenuto «il candidato più adatto». La candidatura di Di Maio era stata approvata dal governo Draghi, proprio al termine della sua corsa, e aveva ottenuto il parere positivo del panel tecnico incaricato di valutare i curriculum di tutti i candidati. Borrell ha proposto di dargli l’incarico «per un periodo iniziale di 21 mesi, a partire dal 1° giugno 2023 fino al 28 febbraio 2025». Nella missiva ai Ventisette vengono sototlineati gli alti contatti stretti dal politico italiano durante i suoi anni alla Farnesina: «Dobbiamo mantenere lo slancio del nostro impegno rafforzato con il Golfo. Per questo conto sul sostegno a Di Maio per attutare la nostra partnership strategica con i partner del Golfo».
Italia. Pnrr. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che modifica la struttura di gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), cioè il documento con cui il governo italiano spiega come intende spendere i finanziamenti che stanno arrivando dall’Unione Europea tramite il Next Generation EU, chiamato anche Recovery Fund. Il decreto ha l’obiettivo di accentrare diverse competenze in un nuovo organismo che sarà chiamato “struttura di missione” e che dipenderà dalla presidenza del Consiglio, quindi direttamente dalla presidente Giorgia Meloni. Alcuni commentatori concordano sul fatto che quello del governo sia un tentativo di tenere sotto controllo dal punto di vista politico alcune competenze chiave nella gestione dei fondi, che prima erano distribuite fra vari organi tecnici. Il decreto contiene anche diverse norme di semplificazione delle procedure di approvazione dei progetti, nel tentativo di spendere in maniera più rapida i fondi a disposizione (l’Italia ha storicamente un grosso problema di spesa dei fondi europei).
Italia. Concessioni balnerari e Summit disabilità. Sulle concessioni balneari in Italia “gli ultimi sviluppi sono preoccupanti”. La Commissione europea non digerisce la scelta del governo Meloni di estendere in automatico i permessi di utilizzo dei litorali nazionali attraverso un dispositivo contenuto nel decreto Milleproroghe. Sonya Gospodinova, portavoce della Commissione europea per le questioni di mercato interno, fa sapere che si attendono le carte, ma la notizia, per quanto non gradita, non sorprende: “Abbiamo seguito il dibattito, e sappiamo che il presidente della Repubblica ha firmato il provvedimento con osservazioni circa il profilo di incompatibilità con il diritto dell’Ue”. Due giorni per dare il via a “un percorso di confronto sulla disabilità con le istituzioni Ue, con le associazioni del terzo settore e con l’European Disability Forum, per determinare insieme a tutti gli altri Paesi membri i punti focali sulle strategie che si portano avanti nell’Unione Europea”. Spiega così il suo viaggio a Bruxelles la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, al termine degli incontri con eurodeputati, organizzazione di settore e il commissario per il Lavoro e i diritti sociali, Nicolas Schmit. Un primo incontro per “raccogliere esperienze e fare luce sulle buone pratiche che possono essere esportate e discusse, fino ad arrivare alla Conferenza mondiale sulle disabilità a giugno a New York“, ha precisato la ministra.
Italia. Vertici. Un incontro di poco più di un’ora per fare il punto sulle sfide e le priorità comuni di Roma e Bruxelles. A due mesi dal primo viaggio di Giorgia Meloni nella capitale dell’Europa in qualità di prima ministra italiana, questa volta è stata la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a farsi ospitare oggi (9 gennaio) a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio dei ministri per un colloquio a vis-à-vis su migrazione, energia e Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il bilaterale si è svolto subito dopo l’intervento della stessa numero uno dell’esecutivo comunitario alla presentazione del libro La saggezza e l’audacia con i discorsi dell’ex-presidente del Parlamento Ue David Sassoli. Giorgia Meloni prepara il terreno per il cruciale vertice con i capi di Stato e di governo Ue sulle migrazioni. Dopo aver incontrato a Roma il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e aver inviato ai 27 Paesi membri un non paper per mettere in chiaro le priorità italiane sul tema, questa mattina la premier è volata a Stoccolma per un bilaterale con il primo ministro svedese, Ulf Kristersson. “L’Ucraina è pronta a riconoscere l’importante ruolo dell’Italia nella ricostruzione e nella rapida ripresa del Paese”. E’ quanto si legge in una dichiarazione congiunta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e della premier Giorgia Meloni, pubblicata sul sito della presidenza ucraina. “Ho ribadito il pieno sostegno dell’Italia di fronte all’aggressione Russa, l’Italia non intende tentennare e non lo farà. E’ passato quasi un anno dal giorno che ha riportato le lancette della storia indietro di qualche decennio, l’invasione sarebbe dovuta durare qualche giorno ma non è andata così perché è stata sottovalutata l’eroica reazione di una nazione disposta a tutto per difendere la sua libertà, identità e sovranità”. Così la premier Giorgia Meloni dopo l’incontro a Kiev con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. “Al cospetto del mondo l’Ucraina ha già vinto la sua battaglia per affermare la sua identità”. Migranti, patto di stabilità, energia e competitività. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha iniziato il suo tour europeo (e non), in vista della presidenza di Madrid che sarà di turno alla guida dell’Ue dal primo luglio al 31 dicembre. Ha fatto tappa anche a Roma per cercare la sponda della premier Meloni su alcuni dossier che saranno al centro della presidenza di Spagna, dalla riforma della governance (di cui una proposta della Commissione europea è attesa a stretto giro), alla riforma “urgentissima” del mercato elettrico europeo, passando anche dal fare progressi sul Patto per le migrazioni e l’asilo fermo ai negoziati interistituzionali. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è andata a Parigi, in un viaggio organizzato ufficialmente per sostenere la candidatura di Roma a ospitare l’Expo 2030: quello di Parigi è l’ultimo evento in cui i vari paesi in lizza potranno presentare i propri progetti davanti alla commissione giudicante. La presenza di Meloni a Parigi però sarà anche l’occasione per incontrare il presidente francese Emmanuel Macron dopo mesi di relazioni diplomatiche complicate tra i due governi, causate soprattutto da questioni che riguardano l’immigrazione. Finora Meloni e Macron si sono incontrati solo in occasioni informali o a margine di eventi internazionali più ampi, come il G7 o il Consiglio europeo, e per Meloni è anche la prima visita ufficiale a Parigi da presidente del Consiglio.
Ue. Esc 2023. Questa è un’edizione molto particolare perchè non è ospitata dalla nazione vincitrice dello scorso anno. Questa edizione, infatti, avrebbe dovuto svolgersi in Ucraina; ma dato la guerra in corso a causa dell’invasione del suolo ucraino da parte della Russia; questa manifestazione viene ospitata dal secondo classificato dello scorso anno. Il Regno Unito. Complimenti agli inglesi percgè sono riusciti a fare un’edizione inglese e ucraina allo stesso tempo. Anche quest’anno la canzone dell’Italia non mi è piaciuta e anche quest’anno l’ho tifata per amor di patria. I favoriti della vigilia era la Svezia con Loreen (già vincitrice), la Finlandia, Israele. Come si vedrà quest’anno le previsioni sono state rispettate.











































