Governo

Governo Berlusconi IV: quarantatreesimo mese


Berlusconi si dimette

Silvio Berlusconi

Nuova votazione alla Camera sul Rendiconto Generale del Bilancio dello Stato; l’opposizione non partecipa al voto allo scopo di garantire l’approvazione del provvedimento (che ha valore meramente formale), dimostrando nel contempo che il Governo non dispone dei 316 voti che gli garantirebbero la maggioranza. La Camera approva infatti il documento in via definitiva con 308 sì, 0 no e 1 astenuto. In seguito all’esito del voto, Silvio Berlusconi sale al Quirinale e, dopo un colloquio col Presidente della Repubblica, annuncia che si dimetterà in seguito all’approvazione della Legge di Stabilità 2012. La Camera approva in via definitiva (con 294 sì e 1 no) la Legge di assestamento del Bilancio. Le opposizioni non partecipano al voto. Le dimissioni a rate escogitate dal Cavaliere non sembrano un toccasana. La catastrofica reazione dei mercati lo dimostra. E costringe Napolitano all’ennesima puntualizzazione. La seconda, nel giro di poche ore. Il capo dello Stato chiarisce in una nota pomeridiana il suo programma. “Entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti”. E sottolinea a voce alta (metaforicamente): “Non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio di rassegnare le dimissioni”. Il Senato approva (con 156 sì, 12 no e 1 astenuto) la Legge di stabilità 2012. Viene inoltre approvata (con 153 sì, 11 no e 3 astenuti) la Legge di Bilancio. Le opposizioni non partecipano al voto, ad eccezione dell’Italia dei Valori, che vota contro. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, stamani ha chiesto con una nota al premier Silvio Berlusconi di dire se c’è ancora una maggioranza in grado di operare. Il capo dello Stato ha manifestato preoccupazione per il voto di ieri che ha visto il governo andare in minoranza sull’articolo 1 del Rendiconto generale del bilancio dello Stato 2010 e sollecitato premier e parlamento a dare una risposta credibile.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato senatore a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il professor Mario Monti, che ha illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale. Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole dottor Silvio Berlusconi. Il Presidente Napolitano ha informato della nomina il Presidente del Senato della Repubblica, senatore avvocato Renato Schifani. Il Capo dello Stato ha dato personalmente notizia della nomina al neo Senatore Mario Monti, porgendogli i più vivi auguri. Mario Monti, professore di economia politica e Presidente della Università Bocconi di Milano è stato membro della Commissione europea dal 1994 al 2004 ed è autorevolmente partecipe di numerose istituzioni europee e internazionali.

Silvio Berlusconi si è dimesso. In una giornata tesissima, dopo l’approvazione della legge di stabilità al Camera, il presidente del Consiglio è salito al Colle intorno alle 21, tra le grida della folla che urlava “buffone”, “in galera” e lanciava monetine, per rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, aprendo così formalmente la crisi di governo. È la fine del quarto governo Berlusconi, di un’era e di una stagione politica durata quasi 20 anni. E l’inizio, per molti, della Terza Repubblica. Ma sul nuovo esecutivo pesano diverse incognite. L’altro ieri ci sono state le dimissioni di Berlusconi e in un modo che non mi aspettavo, queste hanno avuto un grande impatto sui media internazionali. Non sono abituato a vedere interesse per l’Italia come invece c’è in questo periodo. Peccato che questo interesse sia scatenato, non da ammirazione; ma da rabbia e preoccupazione. La gestione dell’economia italiana tenuta da Berlusconi (ma anche di tutto quello che ha fatto al governo) è stata altamente manchevole e questo ha portato ad acutizzare la crisi dell’eurozona. Non c’è, infatti, alcun fondo di garanzia che possa sopportare il default della terza potenza economica europea (come invece si è finora riusciti a supportare Irlanda, Portogallo e Grecia).

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