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Camera rinnova fiducia a Prodi

Camera rinnova fiducia a Prodi

Romano Prodi e Giorgio Napolitano

Dopo l’intervento di Giorgio Napolitano in mattinata a Montecitorio per il 60º anniversario della Costituzione repubblicana, il Capo dello Stato incontra Prodi al Quirinale. Nel tardo pomeriggio, la Camera dei Deputati rinnova (con 326 sì e 275 no) la fiducia al governo.

Pressing fallito e alla fine della giornata il Partito democratico si è rimesso, buono buono, nella carreggiata di Romano Prodi. Walter Veltroni l’ ha detto allo stato maggiore del Pd riunito al loft in serata: «Adesso siamo stretti a Prodi, lo seguiremo nelle sue decisioni». Parole pronunciate a malincuore visto che il sindaco (e Rutelli e D’ Alema ed Enrico Letta) hanno cercato fino all’ ultimo di convincere il premier a seguire la strada suggerita da Giorgio Napolitano: dimettersi prima del voto del Senato dopo aver incassato l’ onore delle armi della fiducia alla Camera. In nome di che cosa? Di una soluzione alternativa alle elezioni anticipate, ossia di un governo istituzionale per fare la legge elettorale. Ma il Professore, in una riunione con una parte dei ministri della sua squadra a Montecitorio, aveva commentato il pressing con una battuta stizzita: «E perché mi dovrei preoccupare io del dopo-Prodi quando nessuno si è occupato del mio governo?».

La decisione di stringersi intorno al premier, senza ipotizzare subordinate, è stata presa nel loft anche sulla base dei segnali che arrivavano da Palazzo Chigi e dagli interventi espliciti degli alleati, durante le dichiarazioni di voto alla Camera. Verdi, socialisti, radicali e il segretario del Pdci Oliviero Diliberto hanno accusato esplicitamente il Pd di aver terremotato il governo. Veltroni in particolare, colpevole secondo i “piccoli” di aver esasperato il clima con la sua uscita di sabato scorso sul Pd che si sarebbe presentato dovunque e comunque da solo alle elezioni. «Non rispondiamo ai piccoli, mi raccomando – ha detto Veltroni a Soro, Finocchiaro, Franceschini, Bersani, Fassino e Bettini riuniti nella sede del Pd -. In questo momento dobbiamo stare abbottonati».

In realtà sul tavolo, in un’ ora e mezza di discussione, i big del Partito democratico hanno messo anche la possibilità che Prodi o si dimetta oggi prima del voto o venga sfiduciato da Palazzo Madama. «Se il governo Prodi non ci sarà più ci sono le elezioni», è il ragionamento del vertice democratico. «Ma in due versioni», ha precisato Veltroni. La prima è quella di una situazione che precipita: niente accordi sulle riforme, niente larghe intese dopo un giro di consultazioni del Quirinale e si va al voto ad aprile. Con il governo Prodi in carica per l’ ordinaria amministrazione. È una strada che non piace affatto a Veltroni e con lui a Fassino, Rutelli e D’ Alema. La seconda è un governo istituzionale chiamato ad approvare una nuova legge elettorale per portare gli elettori alle urne entro giugno. I tempi del resto sono strettissimi perché incombe il referendum elettorale che si deve tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno. Queste due possibilità sono nelle mani del capo dello Stato, così come il nome dell’ eventuale premier di un governo di transizione. Che però, per un esecutivo a termine e con il mandato quasi esclusivo per le riforme, dovrebbe avere un solo candidato: il presidente del Senato Franco Marini. Dunque, Veltroni e gli altri hanno ragionato, e a lungo, sul dopo-Prodi. Sapendo però che a Palazzo Chigi si lavora fino all’ ultimo non per impugnare la bandiera della crisi alla luce del sole e basta, ma per avere la fiducia del Senato, anche sul filo di lana. Qui si è interrotto il pressing del Pd. «Non è detto che vada a Palazzo Madama per farsi bocciare», hanno raccontato durante il vertice quelli che avevano avuto contatti diretti con lo staff del premier. E tutti i disegni del dopo-Prodi, in caso di fiducia, dovrebbero essere rimandati.

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