Politicamente fu tra coloro che non sostennero il centro-sinistra perché attraverso quell’accordo si sarebbero discriminati i comunisti, mettendo fine alla collaborazione tra i due principali partiti della sinistra. Ricostruì anzi in questa chiave (retrospettivamente, in una celebre intervista a Gianni Bisiach) le vicende del negoziato all’Arcivescovado che il CLNAI aveva tenuto con il cardinale Schuster per la fuga di Mussolini da Milano, prima del 25 aprile 1945: a suo dire si oppose al negoziato con l’argomento formale che il PCI di Longo non era stato invitato ai colloqui. Pertini, peraltro, non costituì mai nel PSI una propria corrente e vantava rapporti travagliati (quando non pessimi) con quasi tutti gli esponenti socialisti (disse di lui il compagno di partito Riccardo Lombardi: «cuore di leone, cervello di gallina»). Fu inoltre direttore de L’Avanti dal 1945 al 1946 e dal 1949 al 1951. Dal 1947 al giugno del 1968 fu anche direttore del quotidiano genovese Il Lavoro. Nella V e VI Legislatura, ricoprì l’incarico di Presidente della Camera dei deputati, risultando il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico. Durante l’elezione del Capo dello Stato del 1971, che si protraeva per molti scrutini senza alcun esito, da Presidente del Parlamento in seduta comune vietò il controllo del voto imposto dai notabili democristiani che pretendevano che i singoli parlamentari dc mostrassero la scheda bianca prima del suo deposito nell’urna: l’iniziativa, a salvaguardia della segretezza del voto, nell’immediato determinò una sollecitazione decisiva per lo scioglimento dei nodi politici che produssero l’elezione di Giovanni Leone, ma a lungo termine gli guadagnò la stima dell’opinione pubblica come Presidente d’Assemblea che svolgeva il suo compito in modo non notarile. Nella primavera del 1978, durante il sequestro Moro, Pertini, a differenza della maggioranza del partito socialista, fu un sostenitore della cosiddetta «linea della fermezza» nei confronti dei sequestratori, ovvero il rifiuto totale della trattativa con le Brigate Rosse.
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Le canzoni spiegate
Per volerti bene non è mai troppo tardi

Per ottenere qualunque cosa nella vita bisogna volersi bene. Perchè se non ci si crede da soli a se stessi; la credibilità verso gli altri sarà zero.
Mi manca pagare qualcosa con le figurine

Canzone simbolo della generazione degli anni novanta, di chi cioè era adolescente in quel decennio. Si canta la pesantezza di essere diventati grandi, le responsabilità e la perdita della gioia e dell’innocenza. “Avevo voglia di parlare con te, non so nemmeno per dirti cosa; delle porte fatte con le magliette o di Sergio che non si sposa. Avevo voglia di giocare con te, a chi sputa più lontano. Rompere i vetri delle fabbriche, farci sgridare da qualcuno. Ah, che noia essere grandi, andare ai compleanni, parlare di soldi e dei figli degli altri. Ah, è tardi e devo già andare”. Sono belli invece i ricordi dell’adolescenza. “E mi manca aspettare l’estate, comprare le caramelle colorate. E mi manca la strada in due in bici; mi manco io, mi manchi tu. E mi manca una bella canzone; pagare qualcosa con le figurine. E mi manca la biro tra i denti; mi manco io, mi manchi tu. Ti manco io, e ti manchi tu”. “Avevo voglia di parlare con te, te lo ricordi il tuo primo pallone. Finiva sotto le macchine; però col vento sapeva volare. Lo sai che voglia di giocare che ho, anche di piangere e soffiarmi il naso; poi sprofondare nell’erba più alta. Tornare a casa sporco di prato”. La disillusione di un tempo che non potrà più tornare indietro. “Ah, e invece siamo già grandi, con il dovere di dare risposte e firmare e non lanciare sassi. Ah, ti voglio ancora bene”.
Grazie per avermi spezzato il cuore

Una storia è finita e lei quasi lo ringrazia di averla fatta soffrire; perchè in questo modo ha trovato la forza di uscire da questa situazione e dimenticarlo. “Grazie per avermi spezzato il cuore, finalmente la luce riesce a entrare. Strano a dirsi ho trovato pace in questa palude; mentre una sera scagliava invece musicali promesse di apocalisse”. L’intento di dimenticarsi è comune. “Grazie per l’invito a dimenticare le notti. Alle porte del sogno (le albe) incontrarti e parlare (il vino, le lotte). Dimenticare (i giorni). Alle porte del sogno (le luci) invitarti a ballare (le stande d’albergo, le voci). Dimenticare ai bordi del cielo toccarti e suonare. Dimenticare il vento, gli scherzi, le foglie, le ombre, l’odio”. “Dimenticare alle porte del sogno incontrarti e parlare. Dimenticare alle porte del sogno invitarti a ballare. Dimenticare ai bordi del cielo toccarti e volare. Dimenticare alle porte del sogno baciarti e restare”. E infine, la beatitudine di essersi lasciati. “Strano a dirti ho trovato pace alle porte del sogno. Rivedo i porti, le nebbie, gli inverni le ombre, le inutili piogge. Le albe, le lotte, le luci, i giorni. Le notte, le stanze d’albergo. L’orgoglio”.
Il cielo limpido non fa per me

Marjorie Biondo – Le margherite (2000) Il suo primo singolo, “Quello che tu hai”, è stato pubblicato nel novembre 1999 e contiene tutti i riferimenti musicali della giovane artista. Partecipa al Festival di Sanremo 2000 nella sezione “Giovani”, classificandosi nona, e subito dopo esce il suo album di esordio omonimo. L’album, un mix di rock dalle sfumature forti irlandesi […]
Non lo posso sopportare questo silenzio innaturale

Problemi di coppia. Una coppia cerca di superarli e lui la invita al dialogo. “Sai che cosa penso che non dovrei pensare, che se poi penso sono un animale e se ti penso tu sei un’anima. Forse è questo temporale che mi porta da te e lo so non dovrei farmi trovare senza un ombrello anche se ho capito che per quanto io fugga torno sempre a te”. “E me ne vado in giro senza parlare senza un posto a cui arrivare. Consumo le mie scarpe e forse le mie scarpe sanno bene dove andare. Che mi ritrovo negli stessi posti; proprio quei posti che dovevo evitare. E faccio finta di non ricordare e faccio finta di dimenticare. Ma capisco che per quanto io fugga torno sempre a te”. Anche se hanno provato a lasciarsi, ma finiscono sempre per ritrovarsi insieme. Lui, però le dice anche di non stare insieme per abitudine, ma di lottare per il loro amore. “Che fai rumore qui e non lo so se mi fa bene, se il tuo rumore mi conviene. Ma fai rumore, sì che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale tra me e te”. Anche se talvolta questo vuol dire litigare. “Ma fai rumore sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale e non ne voglio fare a meno oramai di quel bellissimo rumore che fai”.







































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