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Mandato esplorativo a Casellati

Mandato esplorativo a Casellati

Elisabetta Casellati

E’ mandato esplorativo: “Il presidente della Repubblica ha affidato a Elisabetta Casellati il compito di verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra il centrodestra e il Movimento 5 Stelle e l’esistenza di un premier condiviso”. Così Ugo Zampetti, segretario generale della Presidenza della Repubblica annuncia la scelta di Mattarella. Un mandato mirato e con una scadenza precisa. Mirato perché circoscritto alla possibilità di una alleanza tra centrodestra e M5S. Con una scadenza fissata con precisione dal Colle per “venerdì 20 aprile”. La Casellati: “Ringrazio il Colle e terrò costantemente aggiornato il presidente Mattarella: gli incontri averranno in tempi molto rapidi”.

Alle undici Elisabetta Casellati è entrata nello studio del Presidente della Repubblica. Il presidente Sergio Mattarella sceglie la via del mandato esplorativo, e di una figura istituzionale, per tentare di uscire dallo stallo della crisi di governo.

Nella storia della Repubblica è la seconda volta che una donna assume un mandato esplorativo, dopo quello di Nilde Jotti nel 1987. Un compito molto difficile, ad un mese e mezzo dalle elezioni e dopo due giri di consultazioni al Quirinale andati a vuoto. Con lo scontro politico che ha spinto Mattarella a non prendere in considerazione, per il momento, un preincarico politico né a Matteo Salvini né a Luigi Di Maio.

La presidente del Senato comincerà subito il suo lavoro, e si “stabilirà” per i suoi incontri negli uffici di Palazzo Giustiniani. Il primo passo: preparare l’agenda dei colloqui con tutte le forze politiche, sulla falsariga di quelli che si sono già svolti al Colle nelle consultazioni. In calendario almeno due giorni per questa sua verifica, ma potrebbero esserne necessari altri. Poi Casellati tornerà sul Colle a riferire l’esito.

Il Movimento 5 Stelle non arretra: “A Casellati ripeteremo che il veto su Berlusconi rimane”, ha detto il senatore M5s Vito Crimi, ospite di Radio Anch’io su Rai Radio 1, come riporta l’account Twitter della radio. E respinge anche l’ipotesi di un presidente del Consiglio che non sia Di Maio: “Fico premier avrebbe il sì del M5s? Lo scenario è Luigi Di Maio premier, non ci sono subordinate”. A Crimi fa eco Danilo Toninelli, capogruppo M5s al Senato, parlando ai microfoni di 6 su Radio 1, che rifiuta l’ipotesi di un governo senza Di Maio premier: “Lo escludo categoricamente, non perché vogliamo posizionare Luigi Di Maio lì, ma perché sono state 11 milioni di persone ad averlo scelto. Ci siamo presentati agli elettori con un programma netto, una squadra di governo e un candidato premier. Siamo stati votati anche per questo. Come facciamo a dire a queste persone che abbiamo cambiato idea, che scegliamo una figura terza che non è uno eletto, che è uno che non ha preso un voto? L’unico che garantisce l’attuazione del nostro programma e di un eventuale contratto di governo è Luigi Di Maio”. In merito, poi, alla possibilità di un’alleanza con il Pd, Toninelli aggiunge: “Ci siamo rivolti alla Lega e al Pd perché si può fare una convergenza, però vogliamo che il Pd ci risponda. Siamo noi che abbiamo preso l’iniziativa già da settimane per un contratto di governo. Nel frattempo, un comitato scientifico creato da Di Maio di docenti universitari terzi, non nostri, sta facendo un’analisi sulle convergenze giuridiche dei programmi nostri con quello della Lega e del Pd, un lavoro preparatorio al contratto di governo”.

Ma restano, con il Partito democratico, tre punti di profonda divergenza, sottolinea il senatore Pd Dario Parrini: “Allargamento del reddito di inclusione, assegno universale per le famiglie con figli, salario minimo e riduzione degli oneri contributivi nelle buste paga. Le tre priorità per il Paese indicate ieri da Martina e che sottoporremo alla presidente incaricata Casellati, stanno da tempo nei nostri programmi e vanno portate avanti con forza. Il nostro programma è totalmente incompatibile – sottolinea il parlamentare dem – con sparate propagandistiche come il reddito di cittadinanza e l’abolizione della Fornero. Riaffermare le ragioni del riformismo contro quelle della demagogia è un dovere”.

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