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Eleanor è morta… in maniera imbarazzante, ma è comunque morta. Ed ora si ritrova in un posto dalle tinte pastello, con vicini sorridenti e tanti frozen yogurt: una specie di Paradiso in cui, però, è finita per sbaglio. Le buone azioni che le sono state attribuite, in realtà, sono state compiute da qualcun altro. Ma la ragazza non ha intenzione di essere cacciata e finire nel Brutto Posto, che non sembra un luogo altrettanto felice. La sua presenza in Paradiso, però, creerà presto un certo scompiglio e Eleanor avrà bisogno di un alleato per sistemare le cose: si tratta di Chidi, la sua presunta “anima gemella”.
The Good Place riporta sullo schermo Kristen Bell, un’attrice che con il suo sorriso e la sua espressività costituisce già un elemento forte sulla scena. Il pilot riesce a convincere anche grazie ad un cast ben combinato, con attori che incarnano davvero alla perfezione il personaggio: la Bell protagonista è una ragazza dal carattere particolare, egoista e troppo schietta, che presto dovrà mettere in discussione se stessa. Al suo fianco troviamo Chidi, interpretato da un altrettanto bravo William Jackson Harper: si tratta di un professore di etica e filosofia morale che, chissà per quale combinazione, sarebbe l’anima gemella di Eleanor. La relazione che si instaura tra i due, fatta di dubbi e contrasti, incuriosisce fin da subito. E’ frizzante e ritmata, come il resto dell’episodio.
La narrazione è rapida ma al tempo stesso dettagliata. Il fantomatico “Good Place” viene rappresentato alla perfezione, pur con le sue dinamiche gerarchiche che subito la protagonista vuole smascherare. Ma in realtà è lei l’unica a rischio poiché, se scoperta, potrebbe essere cacciata. Prende il via un vero e proprio tentativo di insegnarle a diventare buona… cosa che, come sappiamo bene, non sempre riesce spontanea e non sempre è veritiera. Sembra dunque che, oltre a divertire, questa serie nasconda in sé alcune riflessioni sulla natura e i rapporti umani, rese in modo semplice ma diretto.
Anche gli altri personaggi si delineano bene fin da subito, a partire dal nevrotico Michael (Ted Danson) e senza dimenticare Tahani (Jameela Jamil), apparentemente impeccabile ma che non convince affatto la protagonista. Gli ingredienti per la buona riuscita di una serie divertente e unica nel suo genere ci sono tutti e, per ora, pare che siano ben amalgamati. La prima puntata infonde nello spettatore il desiderio di scoprire come Eleanor riuscirà a cavarsela e di capire se dietro l’apparenza colorata e gioiosa del Paradiso, accuratamente progettato e programmato al pari di macchina, si cela in realtà qualcosa di più.
Per l’originalità della storia, ben costruita nei minimi particolari (persino nello storpiare le parolacce!). The Good Place sembra davvero una serie innovativa che può, mantenendo questo ritmo anche nei futuri episodi, divertire e al tempo stesso dire qualcosa. I 20 minuti di puntata volano via velocemente e lasciano tanta curiosità nello spettatore. Anche grazie alla presenza di Kristen Bell è falicissimo affezionarsi a questa particolare protagonista, che non è il solito personaggio perfetto ma una ragazza con tanti evidenti difetti. Troverà il modo di cavarsela? Per lei vale la pena tentare… e per il pubblico vale la pena provare a seguire questo show.
I motivi per non dare un’occasione a questa serie sono davvero difficili da trovare. Il massimo che si può fare è sconsigliarla a chi non ama i telefilm dai toni leggeri, ma almeno un’occhiatina bisognerebbe darla!
Cosa succede se finisci in paradiso per errore, quando in realtà dovevi andare all’inferno?
Questo il semplice ma accattivante concept di The Good Place, nuova comedy di NBC che, giusto per aggiungere un po’ di pepe, potrebbe essere riformulato così: che succede se Kristen Bell è destinata all’inferno ma finisce invece in paradiso, dove incontra Ted Danson, e insieme se ne vanno in giro guidati dalla sceneggiatura di Michael Schur, co-creatore di Parks and Recreation e Brooklyn Nine-Nine? Ecco, così diventa un po’ più macchinoso, ma ancora più interessante per il serialminder di passaggio che drizza le orecchie di fronte a nomi che conosce e stima.
Che poi “paradiso” non è il termine esatto. The Good Place, che inizia con la protagonista già morta e in attesa di essere ricevuta da un qualche tipo di funzionario dell’al di là, descrive un oltretomba tutto particolare e in buona parte diverso da quello ipotizzato dalle principali religioni. È un posto in cui un numero assai esiguo di persone buonissime può andare nel good place, composto da quartieri studiati appositamente per la felicità dei loro ospiti, mentre la maggior parte della gente, non abbastanza pura per guadagnarsi il “posto buono”, finisce nel “bad place”, in cui si sta di merda.
Come detto, la protagonista Eleanor (interpretata dall’ex Veronica Mars e House of Lies) non doveva andare nel good place, perché in vita era niente più che una stronza egoista a cui non fregava niente di nessuno, ma il povero Michael, l’architetto del quartiere a lei destinato (il Ted Danson di Cheers, Becker, Damages, Fargo ecc ecc), ha fatto qualche errore burocratico, salvando dall’inferno una che non lo meritava e che ora vuole fare tutto il possibile per non farsi scoprire.
The Good Place funziona in primo luogo perché è piena di idee. Aiutati da un concept fantasy che lascia molto spazio all’immaginazione, Schur e compagni mettono sul piatto una lunga serie di invenzioni piccole e grandi, che dettagliano la struttura sociale dell’al di là, le caratteristiche dei suoi abitanti, il lavoro certosino di Michael, in uno strano miscuglio fra Prossima Fermata Paradiso e Matrix.
Se gli amanti delle storie fantastiche possono godere di una gran mole di dettagli e storielle curiose (che non voglio nemmeno elencare troppo, perché è bello scoprirli), gli autori non dimenticano di porsi problemi più strutturali che vengono risolti con semplicità ed eleganza: per esempio, il fatto che la permanenza di Eleanor nel good place funzioni come un virus, un elemento disturbatore della precisione del disegno di Michael, è un escamotage che assolve a molteplici funzioni: permette di inventarsi un sacco di incidenti divertenti, sprona la protagonista a migliorarsi per ridurre al minimo il rischio di incidenti (diventando più buona riduce il disturbo), introduce un ulteriore dose di suspense oltre a quella garantita dal semplice segreto della natura “estranea” di Eleanor.
In aggiunta alla sua efficacia meramente tecnica e narrativa, e nonostante un tono leggero e spensierato come impone la comedy generalista, The Good Place non manca nemmeno di proporre un inaspettato spessore mistico e fisolofico: se la superficie è quella di una favola morale, in cui un antieroe pieno di difetti impara a migliorarsi per meritarsi la ricompensa finale, è altrettanto vero che gli autori disseminano il good place di alcune interessanti stonature. Gli abitanti del quartiere sono buoni al limite dello stucchevole, le scenografie volutamente esagerate e finte, l’architetto troppo poco equilibrato: c’è insomma un tremolio dissonante in questo strano paradiso, e la protagonista, nel suo percorso verso la luce, sembra destinata a trovare in realtà un equilibrio fra i rigidi paletti morali del good place e un elemento di ribellione e oscurità che finisce col rappresentare il divertimento, la creatività e l’arte, contrapposti a un conformismo in definitiva deprecabile (non a caso ci viene detto che moltissimi artisti e personalità di spicco della storia umana sono finiti nel bad place). Sarà dunque interessante scoprire come evolverà il percorso di crescita di Eleanor, in un’ambientazione che può dare ancora molto in termini di invenzioni e sorprese (anche perché del bad place sappiamo poco e niente, e nel finale del doppio pilot viene anche inserito un ulteriore elemento di mistery e gossip).
Tutto bene, tutto figo, serie dell’anno? In realtà qualcosa manca ancora. Alla fine di questi primi quaranta minuti, nonostante una evidente soddisfazione, non mi è riuscito di gridare al miracolo, mi è mancato quel di più con cui le grandi serie riescono a farsi strada fino al cuore del serialminder per metterci radici e non muoversi più. Per quanto paradossale, imputo questo piccolo intoppo all’eccessiva “perfezione” della sceneggiatura. Come detto, la storia è calibrata al millimetro, spiegata con cura, raccontata con precisione, orchestrata con logica stringente e progressione quasi geometrica. Ma proprio per questo, le manca il guizzo. In parte è anche un problema di ritmo, troppo compassato in certi punti troppo spiegati, ma è soprattutto la mancanza di una certa spontaneità: in qualche modo finiamo col “vedere” la sceneggiatura, e il fatto che sia una bella sceneggiatura non toglie la sensazione di qualcosa di costruito, che dovrebbe trovare maggiore spontaneità. Per fare un esempio fra le serie già citate, anche Parks and Recreation era una serie definita fin nel più piccolo dettaglio, ma lasciava comunque l’impressione che i personaggi potessero fare cose pazze, spiazzare completamente lo spettatore e la telecamera. Questo in The Good Place ancora non succede, tutti fanno il loro compitino con precisione ed efficacia, ma in maniera ancora un po’ scolastica.
Ma come ogni studente un po’ rigido, a The Good Place bisogna dare fiducia, perché c’è tanta potenzialità e pretendiamo che sia approfondita come si deve.
Partiamo dal cambiamento più grande e anche più evidente a tutti, dal primissimo cliffhanger, quello della fine della prima stagione quando Michael mostra la sua vera identità e i protagonisti capiscono di essere nella parte cattiva e non in quella buona. Fin da questo momento, Eleanor, Chidi, Tahani e Jason iniziano a cambiare atteggiamento e iniziano, insieme, un percorso verso la verità. Michael, per parte sua, comincia a farci entrare in quell’ottica (che non ci abbandonerà mai, fino alla fine) per cui il confine tra bene e male è spesso labile. Dalla primissima svolta, quindi, The Good Place dimostra grande maturità nel cambiamento, pur rimanendo sempre molto fedele a se stessa e non snaturando mai i protagonisti della sua storia.
Semplicemente, nella prima stagione abbiamo imparato a conoscere i nostri personaggi e di conseguenza l’atmosfera era più distesa, più leggera e più sfacciatamente divertente.
Gli equivoci che si creavano costantemente (tra cui quello di Jason, che è uno dei più divertenti) creavano un clima molto distaccato dalla realtà, più in linea con la narrazione fantasy di The Good Place. Insomma, la prima stagione si faceva amare in una maniera più classica.
voto: 8
Categorie:Tv











































