Centrosinistra

Direzione Pd: si al congresso

Direzione Pd: si al congresso

Matteo Renzi

Avanti al congresso, “così nessuno avrà più alibi”, dicono gli uomini vicini al segretario. Matteo Renzi non concede quasi nulla alla minoranza e a quanti, come Dario Franceschini e Andrea Orlando, gli suggerivano di non correre. Nonostante il ministro della Giustizia metta agli atti una posizione che non coincide affatto con quella del segretario, Renzi conferma di volere aprire il congresso e fa convocare per il fine settimana l’assemblea che dovrà formalmente dare il via alla corsa per la segreteria.

Rispetto alle ipotesi circolate nei giorni scorsi ci sono solo due vere novità: innanzitutto, di dimissioni Renzi oggi non ha parlato, ma da statuto dovrà farlo in assemblea se vuole davvero avviare il congresso. Secondo, l’opzione delle elezioni anticipate è uscita dall’agenda del segretario, almeno formalmente, anche se Renzi non ha voluto impegnarsi a sostenere il governo fino al 2018 come chiedeva la minoranza.

Per la sinistra Pd, a questo, punto, l’ipotesi di mollare diventa concreta, qualche bersaniano non esclude che già nei prossimi giorni si possa arrivare a trarre le conclusioni. Si vedrà nelle prossime ore, i bersaniani si riuniranno prima dell’assemblea per fare il punto. “Vediamo – dice uno di loro – ma non è che dobbiamo sempre rincorrere. A un certo punto potremmo anche prendere atto che lui sta facendo di tutto per farsi il ‘Partito di Renzi’, e noi siamo iscritti al Pd, non al partito di Renzi”.

Renzi, spiegano d’altro canto i parlamentari a lui vicini, è ormai convinto che la minoranza non accetterà mai di stare in un partito guidato ancora da lui. Per il segretario è evidente che D’Alema e gli stessi bersaniani resteranno nel Pd solo se riusciranno a riprendersi ‘la ditta’ e, a questo punto, l’unica cosa da fare è limitare i danni, cercare di rendere evidente che c’è chi ha scelto la scissione a prescindere, anche a costo di farla per “il calendario”, come ha ironizzato durante la relazione.

Soprattutto, spiegano, il leader Pd ha messo in fila i segnali arrivati nelle ultime settimane: il continuo rilancio della minoranza, i distinguo sempre più netti di Orlando, l’attivismo di Franceschini. Tutte tessere di un puzzle sempre più chiaro, che descrive un Pd che potrebbe non avere più Renzi come leader. “Se si andasse al congresso in autunno, a scadenza naturale – ragiona un esponente che pure finora ha sostenuto Renzi – la candidatura di Orlando diventerebbe competitiva, anche Franceschini potrebbe sostenerlo e tutta la minoranza potrebbe convergere sul ministro della Giustizia. Renzi potrebbe perderlo un congresso così. Altra cosa è votare tra due mesi…”.

Anche per questo, il segretario ha reagito con poco garbo, nella replica, commentando la proposta della conferenza programmatica lanciata proprio da Orlando: “Caro Andrea, questa cosa era valida quattro puntate fa…”. Ovvero, se ne poteva parlare quando ancora la minoranza non aveva fatto capire di essere pronta ad andarsene e quando la stessa maggioranza renziana non aveva dato segnali inequivocabili di pensare al dopo-Renzi.

Certo, lo strappo con Orlando non è cosa da poco. Il ministro della Giustizia è stato uno dei pilastri della maggioranza che ha retto il segretario e certo non ha gradito le parole di Renzi. “C’è modo e modo anche di dire no”, commenta un giovane turco. Si vedrà nei prossimi giorni se una candidatura Orlando sarà possibile anche con un congresso a fine aprile-inizio maggio. “Andrea – ragiona un ex Ds – potrebbe anche scendere in campo lo stesso. Ma tutti gli altri candidati anti-Renzi dovrebbero ritirarsi e sostenerlo. Emiliano potrebbe farlo, Rossi anche. Speranza vediamo. E poi servirebbe anche il sostegno di qualche ex Margherita, come Franceschini. Che però difficilmente mollerà Renzi ora”. Se tutti scegliessero di sostenere Orlando, anche la scissione si allontanerebbe. E il ministro della Giustizia potrebbe diventare, anche perdendo, il vero interlocutore con cui Renzi dovrebbe fare i conti. “Anche perdendo con magari il 30%-35% – dice sempre l’ex Ds – sarebbe di fatto l’altro punto di riferimento del Pd, oltre al segretario”.

Di sicuro, Renzi non intende agevolare quello che considera un piano per spingerlo via dal Pd, vediamo chi ha più voti tra i nostri elettori, avrebbe ripetuto ai suoi. Congresso rapido, reggenza a Matteo Orfini (anche se questa ipotesi non piace a molti) e per le elezioni si vedrà, anche se sfumata l’ipotesi di votare a giugno sarà davvero difficile andare al voto in autunno.

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