Europa

Cameron e la Brexit

Cameron e la Brexit

Cameron e la Brexit

La concessione del referendum doveva servire essenzialmente a ricompattare i conservatori, a neutralizzare la minaccia rappresentata dai populisti dell’Ukip e a garantire al primo ministro altri quattro anni di governo in totale serenità. È stata invece una mossa del tutto improvvida, presa sull’onda lunga di una vittoria elettorale ampia e forse inattesa. E si è rivelata disastrosa sotto il profilo strategico: una volta fatto uscire dalla lampada, il genietto maligno del nazionalismo inglese non ci è più voluto rientrare. E settimana dopo settimana Cameron stesso ha capito che la situazione gli stava sfuggendo di mano. L’accordo negoziato a febbraio con l’Unione europea, che sarebbe dovuto entrare in vigore se i britannici avessero votato per il remain, non è bastato ad accontentare il fronte euroscettico. Al contrario, ha alimentato le accuse a David Cameron di aver ottenuto solo insignificanti concessioni di facciata, da usare per ingannare i cittadini britannici e convincerli a rimanere in Europa.

Particolare è comunque il risultato che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa «Remain». Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega bene l’analisi dell’istituto Yougov (che a chiusura seggi dava in vantaggio il Remain, con il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni che hanno votato per rimanere nell’Unione. Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma. Ma la spaccatura, oltre che generazionale, è anche di istruzione: fra chi ha una laurea, il 71% ha votato contro la Brexit e quindi per restare in Europa, il 29% a favore. Chi ha titoli di studio inferiori ha votato al 55% a favore della Brexit e al 45% per restare in Europa. Ed è pure di classe: per la vittoria del Leave è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nelle aree dove il Labour è più forte: Inghilterra del Nord e Galles. Per l’Independent, i lavoratori preoccupati per l’immigrazione hanno scelto di allontanarsi dall’Europa, mentre la classe metropolitana, liberale, ha votato per la globalizzazione. L’immagine del voto non lascia dubbi: se a livello nazionale il “Leave” ha vinto con quasi il 52% dei voti, in Inghilterra e Galles questa percentuale sale al 53%, per crollare al 44% in Irlanda del Nord e al 38% in Scozia. Curiosamente, il “Leave” ha vinto anche nella circoscrizione di Jo Cox, la deputata laburista uccisa dieci giorni fa nel suo distretto di Kirklees. Percentuali altissime per il “Remain” nei distretti centrali di Londra, con il 75% a Islington, il 69% a Kensington and Chelsea e il 79% a Lambeth.

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