
Andrea Orlando
“La valutazione sulla congruità o meno della richiesta di arresto di un parlamentare, avanzata dalla magistratura, la dovrebbe fare un soggetto terzo che non può essere né la magistratura stessa e nemmeno il Parlamento”. Lo ha affermato il Guardasigilli Andrea Orlando, intervistato a ‘In onda estate’ su La7, riferendosi all’ipotesi che sia la Corte Costituzionale a valutare le richieste di misura cautelare nei confronti di parlamentari coinvolti in inchieste. Il ministro della Giustizia ha ricordato che finora, con il governo Renzi, “sono state prevalenti le autorizzazioni all’arresto” dei parlamentari. E ha sottolineato: “La modifica dell’istituto dell’immunità parlamentare è una riflessione seria che si può fare, anche perché il clima che si è venuto a determinare si carica di valenza politica e si guarda poco al merito. Si parla da tempo di investire la Corte Costituzionale. Bisogna però rivedere la Costituzione. E non significa rivedere le ragioni di quell’istituto. E’ una strada complessa, ma va rivisto il metodo”
C’è da scommettere che anche stavolta il tentativo di riforma non avrà vita facile. Non a caso il Guardasigilli ha subito messo le mani avanti, precisando di non averne discusso con Renzi, di parlare a titolo personale, non a nome del governo, per aprire un dibattito intorno a un argomento tornato di stretta attualità dopo il voto del Senato che una settimana fa ha negato l’autorizzazione all’arresto del senatore di Ncd Antonio Azzollini, creando non pochi malumori tra le file del Pd. Orlando sa bene che l’argomento è delicato e che ogni possibile riforma in materia, per avere una minima chance di successo, dovrà prima ottenere il placet di Ncd, il principale alleato di governo che, non a caso, sul tema oggi è rimasto silente.
Interpellato dall’Huffington Post il senatore Nico D’Ascola, responsabile Giustizia di Area popolare (Ncd-Udc), pur mostrandosi aperto al dialogo su questo tema, mette i primi paletti: “Laicamente, tutto si può fare ma occorre guardare all’equilibrio di sistema, evitando di stravolgerlo con modifiche parziali. L’equilibrio tra poteri sancito dalla Costituzione va mantenuto. Intervenendo solo sull’immunità parlamentare si rischia di creare uno squilibrio tra potere politico e potere giudiziario”. L’ultima che aveva provato a evocare la necessità di una riforma dell’articolo 68 della Costituzione, quello sull’immunità, attirandosi una valanga di critiche, era stata a giugno dello scorso anno la presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, in qualità di relatrice del ddl costituzionale che ridisegna assetto e funzioni di Palazzo Madama. Finocchiaro aveva proposto di estendere ai componenti del nuovo Senato le medesime garanzie previste per i deputati demandando a una apposita sezione della Corte Costituzionale ogni decisione in materia di immunità. Risultato: quella proposta, dopo un aspro scambio di vedute in cui Finocchiaro accusò l’esecutivo di voler fare lo scaricabarile, attribuendole la paternità di un emendamento concordato, fu bocciata dal governo Renzi. A un anno di distanza, quella stessa, identica proposta torna alla ribalta. A farsene promotore è il Guardasigilli Orlando.
“Non voglio certo rimettere in piedi l’immunità per i parlamentari, ma bisogna prendere atto di una realtà – ha spiegato il ministro in un’intervista a Repubblica – l’autorizzazione all’arresto ormai ha cambiato pelle, è diventata un’anticipazione di giudizio di colpevolezza o di innocenza, comunque una valutazione politica. Quindi, forse, è arrivato il tempo di riflettere su come ristrutturarla”. Come Finocchiaro, Orlando propone di attribuire alla Corte costituzionale il potere di decidere sulle immunità, lasciando per il resto inalterato l’attuale sistema di tutele. Anche stavolta, come un anno fa, c’è da scommettere che assai difficilmente si passerà in tempi brevi dalle proposte ai fatti. È lo stesso Orlando a sgomberare il campo da ogni ipotesi di accelerazioni, negando la possibilità di un inserimento delle nuove norme nel pacchetto di riforme costituzionali al vaglio del Parlamento. “La mia idea è: apriamo la discussione, e poi si vede. Non voglio certo essere accusato di rallentare riforme”, ha dichiarato il Guardasigilli, chiudendo a chi, come il senatore del Pd Vannino Chiti, già fautore dell’emendamento Finocchiaro, fa notare che c’è ancora tempo per rimediare, “visto che la riforma costituzionale non è definitivamente approvata”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, sempre in Ap, Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Affari esteri di Palazzo Madama: “Ci sono principi del costituzionalismo moderno che sono sanciti nella nostra Carta a garanzia dell’equilibrio tra i poteri. L’articolo 107, ad esempio, tutela l’inamovibilità dei magistrati, così come l’art. 68 garantisce le prerogative dei parlamentari. Ciascuno continui a fare il proprio dovere, senza invasioni di campo: l’intromissione della Consulta sull’immunità parlamentare sarebbe impropria per la natura stessa della Corte”. Ma c’è anche chi, come il presidente della giunta delle Elezioni e delle Immunità del Senato, Dario Stefano (Sel) mette in guardia contro un altro rischio: “Quello di trascinare la Consulta nella polemica politica, un male peggiore del rimedio”.
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