La posizione finanziaria islandese è stabilmente migliorata dal crollo. La contrazione economica e la crescita della disoccupazione si arrestarono alla fine del 2010 e invertirono la tendenza nella prima metà del 2011.
Sono stati importanti 3 fattori al riguardo:
- la legislazione d’emergenza del parlamento islandese nell’ottobre 2008 per minimizzare l’impatto della crisi finanziaria sul paese e per permettere all’autorità di controllo del mercato di prendere il controllo delle tre grandi banche coinvolte;
- il successo dell’Accordo Stand-By del Fondo Monetario Internazionale (programma di consolidazione fiscale a medio termine, misure dolorose di austerità e tasse significativamente alte) che è riuscito a far stabilizzare il suo debito intorno all’80-90% del PIL;
- la decisione del governo del luglio 2009 di chiedere l’ammissione come paese membro dell’Unione europea, aumentando di conseguenza la credibilità dell’Islanda agli occhi dei mercati internazionali.
Il segno del successo si vede dall’emissione di obbligazioni per 1 miliardo di $ che il governo è stato in grado di portare a termine il 9 giugno 2011.
Dalla fine del 2012 l’Islanda è considerata come un esempio di come si possa risolvere una gravissima crisi economica. Da allora il prodotto interno lordo è in crescita, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,3% e il paese attrae immigrazione in cerca di lavoro. La svalutazione della corona islandese nei confronti delle altre monete ha dimezzato il potere d’acquisto del salario medio, ma ha anche reso più competitivi i prodotti islandesi sui mercati internazionali. Le obbligazioni islandesi a 10 anni hanno ormai tassi d’interesse inferiori al 6%.
L’Islanda ha eletto un nuovo governo nell’aprile del 2013: questa era una delle priorità principali per chi voleva negoziare il taglio del debito verso i creditori stranieri delle tre banche islandesi fallite ora in liquidazione, come parte di un accordo per eliminare il lungo controllo dei capitali (attivo dal novembre 2008). Gli attuali controlli sui capitali vietano lo scambio di scambi di attività denominate in Corone in valuta estera e, per effetto di questo, hanno bloccato il rimborso dei beni denominati in Corone ai creditori che a questo punto dovrebbero essere interessati ad accettare un taglio per avere indietro il proprio capitale.










































