Ambiente

Disastro di Fukushima: gestione dei danni

Disastro di Fukushima: gestione dei danni

Disastro di Fukushima: gestione dei danni

Tutti e tre i reattori (1,2 e 3) hanno subito il meltdown. Il 24 maggio 2011, cioè ben oltre due mesi dopo l’incidente, la TEPCO, la società che gestisce l’impianto, ha confermato che nei giorni immediatamente seguenti al maremoto era avvenuta la fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3, con fuoriuscita del materiale e accumulo dello stesso sulla piattaforma di contenimento sotto i recipienti.

Dichiarò in seguito che il quarto, il quinto e il sesto reattore della centrale erano stati portati, in pochi giorni dall’incidente, allo “spegnimento stabile” (temperatura sul fondo dei recipienti di contenimento dei reattori inferiore a 100 gradi), mentre i primi tre avrebbero raggiunto una condizione equivalente solo il 16 dicembre 2011, passando per lo stadio di “raffreddamento stabile” (funzionamento del sistema di raffreddamento a regime e senza aumento del livello dell’acqua accumulata e conseguente diminuzione continua della temperatura e della radioattività) in data 20 luglio 2011. Successive osservazioni hanno però rivelato che vi è notevole incertezza sullo stato reale del materiale dei noccioli dei reattori e sulla loro stabilità. Desta particolare preoccupazione il reattore 2 per via della compromissione del wet well e allagamento del basamento, che hanno posto l’interno del reattore a contatto con l’acqua di mare. Anche il reattore 1 ha una condizione allarmante a causa dell’incertezza sulla tenuta della piattaforma di contenimento in cemento e sul raffreddamento del materiale. Nel 2016 ancora nessuno ha mai ispezionato il basamento dei reattori, né alcuno strumento ha finora potuto localizzare il materiale fuoriuscito né ricavare informazioni precise sullo stato delle piattaforme di contenimento.

Complessivamente l’incidente, nella prima settimana era stato stimato al grado 4 della scala INES, quindi al livello 5 (a pari livello con il singolo Three Mile Island, in cui però non si ebbero né esplosioni, né rilasci di radioattività nell’ambiente pari all’evento giapponese); è stato infine provvisoriamente classificato dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone al grado 7, il massimo grado della scala, finora raggiunto solo dal disastro di Černobyl’, considerando l’evento nel suo insieme e non più i singoli incidenti distinti (classificati tra i livelli 3 e 5).

Diversi altri impianti nucleari giapponesi erano stati coinvolti dal terremoto, così come pure alcune centrali elettriche non nucleari; gli impianti di generazione elettrica direttamente coinvolti con arresti automatici dei reattori, sono stati quelli di Fukushima Dai-ichi, Fukushima Dai-ni, Onagawa e Tokai; è stato anche coinvolto il Centro di riprocessamento di Rokkasho, che ha funzionato con l’energia fornita dai generatori diesel di emergenza. La gestione dell’incidente da parte della TEPCO è stata caratterizzata da reticenza, menzogne e abbandono della popolazione locale al suo destino. Anche il Ministero dell’energia giapponese è stato accusato di aver nascosto molti dati.

Non è possibile stabilire con esattezza quanto l’impianto sia stato danneggiato dal terremoto e quanto dal successivo tsunami, anche se allo stato attuale sembra che il danno maggiore sia stato provocato proprio da quest’ultimo: l’acqua dell’onda anomala avrebbe infatti messo fuori uso i sistemi elettrici che governano i sistemi di raffreddamento dei reattori della centrale, innescando così la crisi e la successione di eventi occorsi. In particolare, l’onda di tsunami che ha colpito l’impianto misurava almeno 14 metri di altezza (misurazione ottenuta dalle tracce riscontrate nel parcheggio che si trova appunto a questa altezza), mentre l’impianto era stato progettato per far fronte al massimo ad onde di 6,5 metri di altezza. La stessa ondata ha provocato la morte per annegamento dei due operatori che si trovavano nei locali scantinati della turbina dell’unità 4, ferma in manutenzione e con il reattore vuoto, e che erano stati dati per dispersi sin dal primo evento.

È opportuno sottolineare che tutte le esplosioni avvenute sono di natura chimica, non nucleare come invece avverrebbe in un ordigno atomico. A causa dell’aumento di temperatura degli elementi rimasti scoperti, l’acqua ha cominciato ad ossidare il rivestimento esterno in Zircaloy, a temperatura di circa 1200 °C, liberando idrogeno. Questo, a contatto con l’ossigeno atmosferico e raggiunte concentrazioni opportune, forma una miscela esplosiva per la quale basta un innesco per provocarne l’esplosione. Nell’edificio esterno dell’unità 1, l’esplosione è avvenuta in seguito al rilascio controllato del gas/vapore contenuto nel reattore, in concomitanza con una forte scossa di assestamento. Il rilascio era autorizzato dalle autorità giapponesi e previsto dalle procedure d’emergenza per consentire d’iniettare acqua, altrimenti non possibile per la contropressione dovuta sia al vapore, che all’idrogeno accumulatosi all’interno del reattore.

In generale la TEPCO ha affermato, nella conferenza stampa di mercoledì 16 marzo, che erano in corso interventi finalizzati ad allacciare generatori di supporto e riparare i generatori diesel di emergenza per ripristinare l’alimentazione elettrica esterna degli impianti. Si giungerebbe così al ripristino dei sistemi di spray del nocciolo, del raffreddamento RHR e degli ECCS entro i limiti di operabilità, visti i probabili danneggiamenti da parte delle esplosioni dei giorni precedenti. In assenza di ulteriori complicazioni, si prevedeva che per giovedì 17 marzo i sistemi ausiliari ancora integri sarebbero rientrati in funzione . In seguito a difficoltà nel ripristino dei sistemi di raffreddamento dei reattori coinvolti e nell’urgenza di doverli refrigerare venne presa la decisione di inondare d’acqua marina l’esterno dei reattori stessi tramite mega-idranti ed elicotteri almeno nei periodi di bassa emissione di radioattività; questa misura di urgenza venne però avversata dai vertici della TEPCO, che ordinarono di sospendere le operazioni a causa del potere corrosivo dell’acqua salata che può danneggiare irreparabilmente gli impianti. Il direttore della centrale, Masao Yoshida, rimasto nell’impianto insieme a una cinquantina di tecnici, decise di disobbedire e continuare a pompare acqua salata, scegliendo di sacrificare la centrale per evitare la catastrofe che si prospettava se non si fosse riusciti a raffreddare il reattore. La TEPCO, a seguito dell’utilizzo di acqua salata di mare per il raffreddamento, farà comunque sapere che la centrale non rientrerà più in funzione.Sempre nei giorni a seguire, dopo le esplosioni degli involucri esterni dei reattori, si paventò l’idea di cementificare i reattori, misura poi non attuata.

Categorie:Ambiente, Mondo

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