Dal vertice notturno sul federalismo, spunta anche la legge elettorale per le Europee del prossimo anno. E in questo caso c’ è una certezza: ha vinto Silvio Berlusconi e con lui Forza Italia. La maggioranza è pronta a muoversi sull’ ipotesi che cancella ogni tipo di mediazione. Ossia: sbarramento al 5 per cento e abolizione delle preferenze. Una dichiarazione di guerra, da parte del Cavaliere, soprattutto per l’ Udc di Pierferdinando Casini, che invece tifa per la scelta dei candidati nelle urne e viene messo in difficoltà da un tetto che supera persino quello delle politiche (4 per cento). Non sarà il governo a presentare un disegno di legge. Si procede con i provvedimenti già depositati in Parlamento. Ma l’ orientamento del Pdl è chiaro: Berlusconi ha dato il via libera al federalismo e in cambio Roberto Calderoli ha accantonato il compromesso con il quale cercava un accordo bipartisan sul sistema di voto alle Europee. Il ministro per la Semplificazione aveva proposto un tetto del 4 per cento e la preferenza unica. Disponibili a confrontarsi su questa piattaforma si erano detti il Pd e l’ Udc (con meno calore). Ma adesso i termini della trattativa sono radicalmente mutati. Anzi, la trattativa non esiste più. «È una riforma che tutela meglio gli interessi italiani in Europa», taglia corto Berlusconi. «Faremo le barricate», ribatte il segretario dei centristi Lorenzo Cesa. «È una nuova legge porcata, Napolitano la deve fermare», incalza il leader della Destra Francesco Storace. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, annuncia «presidi e volantinaggi sotto le sedi del Pdl». Ma anche il Partito democratico, che aveva avviato un dialogo su questa legge, prefigura un’ opposizione dura. Salvatore Vassallo, uno degli ambasciatori del Pd e autore di progetto di legge che fermava al 3 lo sbarramento con le preferenze (unica o due con clausola uomo-donna), parla ora di clima «da muro contro muro». «Berlusconi sente il vento in poppa, è convinto di non pagare alcun prezzo nel Paese per questa forzatura e tira dritto», dice Vassallo. «A queste condizioni il no del Pd in aula è scontato», avverte Giorgio Tonini, stretto collaboratore di Veltroni. «Ci prepariamo a una grande battaglia, le riforme non si fanno a colpi di maggioranza», è il monito di Nicola Latorre. Francesco Rutelli ha promesso all’ Udc di condurre una «lotta comune» per le preferenze. Ed Enrico Letta parla di «ennesimo scippo ai danni» dei cittadini. Nella sinistra radicale però da mesi serpeggia il sospetto che al Pd, sotto sotto, non dispiaccia una riforma che lo mette al riparo dal “ritorno” di Rifondazione e quindi da una possibile emorragia dei voti che alle politiche sono arrivati da Prc e dintorni. Ferrero dice di voler stare ai fatti, per il momento: «Osserveremo l’ atteggiamento del partito di Veltroni. Se sarà connivente allora i presidi toccheranno anche il Pd. Noi ci aspettiamo l’ ostruzionismo, vedremo». Che qualche sospetto lo nutra anche Antonio Di Pietro emerge dalle sue parole: «Condivido la preoccupazione di Ferrero», dice. Non quelle degli altri oppositori, perciò. Ma per la prima volta in questa legislatura la minoranza parlamentare (e non) ha una chance: condurre insieme una campagna contro il centrodestra. Ecco perché Latorre commenta: «Quella del Pdl mi pare una mossa imprudente».
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