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In questo semestre della storia europea ci sono quattro elezioni, ma solo due cambi di governo. Anders Fogh Rasmussen, infatti, viene riconfermato in Danimarca. Il Venstre si conferma il maggior partito, sia in assoluto sia tra i partiti alleati pur perdendo qualche seggio. I conservatori avanzano leggermente, mentre il Dansk Folkeparti rimarrebbe, a quota 22 seggi, continuando così a poter “ricattare”, con il suo appoggio esterno, il premier liberale Rasmussen per altri quattro anni. Un governo, quindi, che si prevede possa spostarsi più a destra su diversi temi chiave. I socialdemocratici del leader Mogens Lykketoft sembra perdano ancora più seggi dei liberali, scendendo dai 52 a 47 seggi. Confermano così il fallimento della loro politica e del timore di attaccare con forza il fronte borghese con proposte concrete. L’ economia danese è buona, non ci sono eccessivi problemi di disoccupazione ed il danese medio si è preso lo sfizio di abbandonare i due maggiori partiti per andare verso i partiti minori, collocati più al centro. L’ affluenza alle urne è stata dell’ 85 percento, 3-4 punti in meno rispetto al 2001, ma pur sempre un risultato migliore rispetto a quello indicato dalle previsioni prima del voto.
Ma sono le elezioni nel Regno Unito quelle più seguite a livello europeo. Qui si confermano per la terza volta i laburisti di Tony Blair. Tuttavia la maggioranza conquistata in parlamento è gravemente ridotta, appena un terzo di quella che aveva nella passata legislatura. Il New Labour il 37 per cento dei voti, il 33 per cento ai conservatori, il 22 ai liberal-democratici. Il motivo del calo laburista è noto: molti sostenitori laburisti non gli hanno perdonato la guerra in Iraq, in particolare il modo in cui il governo convinse parlamento e opinione pubblica ad approvare l’ intervento militare al fianco degli Stati Uniti, esagerando la minaccia irachena, offuscando i dubbi dei servizi segreti. L’ inquilino di Downing street sperava di essere riuscito a riconquistare l’ appoggio di una parte degli elettori delusi, ma apparentemente non è stato così. Con un risultato simile, il leader laburista potrebbe diventare ostaggio della corrente che gli è ostile all’ interno del Labour. Politicamente, equivale per lui a una vittoria di Pirro, un’ umiliazione. Diventerebbe più difficile per Blair scegliere autonomamente a che punto del terzo mandato dare le dimissioni, lasciando la premiership al suo erede designato, il ministro delle Finanze Gordon Brown, per ritirarsi dalla politica attiva. L’ autunno scorso, all’ indomani di un lieve disturbo cardiaco, il premier annunciò che, se rieletto, sarebbe andato in pensione «alla fine» del suo terzo mandato, ovvero tra altri quattro anni. Ma il 59 per cento dell’ elettorato vorrebbe vedere Brown al posto di Blair entro due anni.
Fine di una favola invece in Bulgaria. Quella dell’ex re spodestato dal comunismo che alla fine del regime tornava in patria e vinceva le elezioni. Simeone II di Sassonia dopo quattro anni di promesse non mantenute perde quasi la metà del capitale di voti incassato nel 2001. Il suo Movimento precipita infatti dal 42,73 al 19,3. La sconfitta appare così netta da far quasi passare in secondo piano la robusta vittoria degli ex comunisti di Serghei Stanishev che col 33 per cento ritornano ad essere il primo partito, ma senza gioia. Si aspettavano almeno dieci punti di più perché quel terzo dei consensi ottenuto potrebbe non bastare. La Bulgaria ha dunque provato a voltare pagina anche se a votare c’ è andato meno del 50% degli elettori. Non ha funzionato nemmeno la sirena del «Vota e vinci» – la lotteria con ricchi premi organizzata dal governo per convincere i più scettici a non disertare le urne. Ha trionfato la disaffezione alla politica di chi sperava in un miracolo ed è invece ancora costretto a vivere con meno di cento euro al mese. L’ ingresso nella Nato (aprile 2004) e la prevista adesione all’ Unione europea (2007), il fiore all’occhiello del governo uscente, non sono stati un buon traino. L’Europa è ancora troppo lontana da qui se una neoformazione – xenofoba e ultranazionalista come Ataka, Attacco – che vuole uscire dall’ Alleanza atlantica e pretende una drastica revisione del trattato di adesione alla Ue, incassa quasi il 9 per cento dei suffragi. Più dei partiti della destra storica, l’ Unione delle forze democratiche (Ufd) di Nadejda Mihailova (7,95), i democratici di Forza Bulgaria (Dfb) dell’ ex premier Ivan Kostov (7.06) e quasi quanto i turchi del moderato Mdl (10,1) già partner del governo di Simeone. E adesso disponibili ad un’ alleanza con gli ex comunisti.
Anche il Portogallo va a sinistra. Il Ps guidato da José Socrates ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. I socialdemocratici – che qui sono il partito conservatore – toccano fondo con il loro peggior risultato in assoluto. Tutto sommato moderata l’astensione, intorno al 30 per cento, ma sensibilmente minore rispetto alle precedenti elezioni quando aveva sfiorato il 40 percento. Così i socialisti tornano al potere dopo le due brevi parentesi di José Manuel Durao Barroso, che abbandonò la carica di primo ministro per occupare il posto di Romano Prodi alla Commissione europea, e di Pedro Santana Lopes, ex sindaco di Lisbona e sostituto di Barroso alla guida dei conservatori. E lo fanno con un leader, José Socrates, che neppure i portoghesi conoscono granché bene. Giovane ministro dell’ Ambiente nei governi socialisti di Antonio Guterres (1995-2001), Socrates è stato eletto segretario socialista appena quattro mesi fa sull’onda del rinnovamento dei quadri politici e per mettere fine alla faide interne di un partito che sembrava ormai condannato all’ opposizione. Non è contrario alla guerra in Iraq, né ha promesso di ritirare il contigente militare portoghese. Non vuole sentir parlare di matrimoni gay, né di adozioni per le coppie omosessuali. Né, tantomeno, scontrarsi con la chiesa locale. Sul fronte delle libertà civili ha parlato soltanto di un referendum per depenalizzare l’aborto nell’ultimo paese della vecchia Europa dove, come nella cattolica Irlanda, l’ interruzione della gravidanza è pratica che si svolge illegalmente.
Anche in Italia c’è un nuovo governo; ma non ci sono state nuove elezioni; ma una crisi di governo a cui è succeduto un governo fotocopia capitanato dallo stesso premier: Silvio Berlusconi. La crisi è nata dalla sfiducia di uno dei partiti della coalizione, l’Udc; il cui segretario Marco Follini dissentiva dalle politiche di Berlusconi. Così Follini con abbastanza potere per sfiduciare Berlusconi; ma non abbastanza per far nascere qualcosa di diverso ha dovuto far votare al suo gruppo la nascita del nuovo governo berlusconiano. In Parlamento, durante la discussione per la fiducia al suo nascente governo Berlusconi si lascia andare a una filippica sulla sua voglia di racchiudere tutti gli attuali partiti di maggioranza in una formazione unica. «Il partito unico va avanti», ha annunciato dunque ieri il Cavaliere, «per cui chi ci sta ci sta, chi non ci sta va per conto suo». Per meglio rafforzare il concetto, Berlusconi ha chiarito anche le conseguenze per chi, liberamente s’ intende, decidesse di non starci: «Candideremo tutti gli uscenti, voglio garantire la ricandidatura a tutti quelli che rientrano nel partito unico». Agli altri no, evidentemente. L’ Udc frena? Berlusconi minimizza. «Da parte di Follini non c’è stato nessuno stop», sostiene, «e anche molti esponenti della Lega sono interessati, tanto che qualcuno ha detto: “Saremo una grande corrente del nord”. Al che io ho contrapposto il fatto che ci sarà anche una corrente del sud». Il tempo per fare tutto entro le elezioni politiche del 2006, continua il Cavaliere, «c’ è».
In Italia c’è stata anche un’altra consultazione: il referendum per l’abrogazione sulla legge per la procreazione assistita, organizzato dall’opposizione. Niente quorum. Alla fine ha votato solo il 25,9% degli aventi diritto. Il referendum abrogativo sulla procreazione assistita è fallito. La legge 40 resta in vigore così come il Parlamento la licenziò nel febbraio 2004. Le forti pressioni della Chiesa. La scarsa mobilitazione di alcuni partiti. La complessità tecnica dei quesiti. L’efficacia della campagna astensionista. La data del voto, ormai alle porte dell’estate. Sulle cause della scarsa partecipazione, il dibattito è aperto. Per ora, parlano i numeri. Si è recato alle urne un italiano su quattro. La sostanza è che la legge 40 resta così com’è. Resta in vigore il divieto di sperimentazione sull’embrione umano, e anche quello di creare più di tre embrioni da impiantare contemporaneamente. Rimane ferma l’equiparazione tra i diritti dell’embrione e quelli di una persona vivente. E continuerà ad essere proibita la fecondazione eterologa, vale a dire l’utilizzazione di ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia. Il mancato raggiungimento del quorum non è una sorpresa. I promotori dei quesiti e i sostenitori del “Sì” se lo aspettavano. Le dimensioni della sconfitta sono certamente superiori alle attese. In molti, nei giorni scorsi, non avevano nascosto di puntare almeno al 40% degli aventi diritto. Una soglia che avrebbe consentito, al di là dell’esito della consultazione, di riaprire il dibattito politico e rilanciare le ipotesi di modifica, in Parlamento, della normativa. Così non è stato. Ora, sarà molto difficile riaprire la questione.
Ma il fatto più rilevante di questo semestre europeo è l’approvazione da parte del parlamento spagnolo della nuova legge che legalizza il matrimonio omosessuale, equiparandolo a quello tradizionale. Il provvedimento, fortemente voluto dal premier socialista José Luis Zapatero, ha ottenuto 187 voti a favore, 147 contro e 4 astensioni. E rivoluziona l’istituto delle nozze, stabilendo che le unioni gay hanno lo stesso status di quelle eterossessuali, con tutti i diritti che ne conseguono: eredità, pensione e adozione di bambini. Il Parlamento di Madrid, ha inoltre approvato una modifica della legge sul divorzio che lo rende possibile già tre mesi dopo il matrimonio, senza separazione previa, senza motivi e senza il consenso di entrambi i coniugi. E un applauso si è levato dal pubblico che assisteva alla seduta. “Con l’approvazione di questa legge il nostro Paese fa un ulteriore passo in avanti sulla strada della libertà e della tolleranza”, ha commentato a caldo Zapatero. Un leader che fin dal suo insediamento alla guida del governo, lo scorso anno, ha introdotto riforme sociali di chiara impronta progressista, osteggiate con forza dalla Chiesa spagnola e dal Vaticano. Ma, nonostante le profonde radici cattoliche del Paese, la stragrande maggioranza degli spagnoli si è espressa nei sondaggi a favore delle iniziative del premier. Pochi minuti dopo l’approvazione, il partito Popolare ha annunciato un eventuale ricorso alla Corte costituzionale. Lo ha reso noto il leader Mariano Rajoy, da sempre ostile al varo della legge, spiegando che farà tutto il possibile per bloccare la normativa. E aggiungendo che è allo studio la possibilità di arrivare alla suprema corte. Rajoy ha inoltre accusato Zapatero di aver commesso “un’irresponsabilità” che “ha provocato enormi divisioni nella società spagnola”.
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