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La comunità scientifica europea è compatta: i percorsi affermativi per i minori trans non sono né “sperimentali” né “pericolosi“, e non esiste alcuna “estrema cautela” che possa giustificarne la limitazione.
A metterlo nero su bianco è un documento di oltre 400 pagine, firmato da 26 società mediche e psicoterapeutiche di Germania, Austria e Svizzera. Un’analisi rigorosa della letteratura scientifica che conferma la linea della World Professional Association for Transgender Health e al contempo smantella, punto per punto, la narrazione costruita attorno al Cass Review, il controverso rapporto britannico che la destra reazionaria ha trasformato in un’arma politica per giustificare lo stop ai bloccanti della pubertà per i minori transgender nel Regno Unito e per alimentare, su scala globale, l’ondata di disingenua diffidenza verso le terapie di affermazione di genere che ha coinvolto anche il nostro paese.
Eppure, mentre il Cass Review ha ottenuto ampia risonanza mediatica, il documento europeo è stato accolto nel silenzio più totale. Nessuna breaking news, nessun titolo d’apertura, nessuna polemica nei talk show.
Partiamo dai fatti. Nel dibattito sui percorsi affermativi per i minori trans, la destra reazionaria e i gruppi integralisti religiosi alla ProVita & Famiglia hanno saputo costruire un’efficace strategia retorica intorno ai bloccanti della pubertà, presentandoli come il simbolo di una presunta agenda ideologica LGBTQIA+ volta ad “indottrinare” e infine “sterilizzare” bambini e adolescenti, causando loro danni fisici e psicologici permanenti. L’obiettivo della strategia, però, non è mai stato reso noto. Perché non esiste.
Una massiva operazione di disinformazione su un argomento poco conosciuto – e quindi facilmente strumentalizzabile – che ignora però volutamente la realtà scientifica: gli ormono-bloccanti sono trattamenti reversibili, utilizzati da decenni in endocrinologia per diverse condizioni mediche. Per le persone transgender, la loro funzione è impedire trasformazioni corporee irreversibili, alleviando la sofferenza legata alla disforia di genere. Ma sono impiegati senza, ad esempio, anche nel trattamento della pubertà precoce, un utilizzo che i detrattori spesso scelgono volutamente di ignorare.
E gli studi a supporto non mancano. Una ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics ha seguito adolescenti transgender in trattamento con bloccanti della pubertà per due anni, dimostrando un miglioramento sostanziale del loro benessere psicosociale e una riduzione della disforia di genere. Un altro studio, pubblicato su Pediatrics, ha evidenziato una diminuzione dei sintomi depressivi e dell’ansia nei giovani trattati con la triptorelina, mentre una ricerca del Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha confermato la piena reversibilità del trattamento: alla sua sospensione, lo sviluppo puberale riprende normalmente.
Le nuove linee guida delle società mediche tedesche, austriache e svizzere vanno dunque a raccogliere tutta la mole di letteratura scientifica per mettere dunque in chiaro un punto fondamentale: negare o ritardare questi trattamenti può causare danni irreversibili. “Se, in singoli casi, lo sviluppo progressivo della maturazione puberale crea una pressione temporale tale da mettere a rischio la salute mentale del paziente”, si legge nel documento, “l’accesso a chiarimenti psichiatrici o psicoterapeutici e alle opzioni di trattamento medico (i bloccanti della pubertà) deve essere garantito nel minor tempo possibile”.
Ma ciò che distingue questo documento da altri meno affidabili non è solo il contenuto: è la metodologia. A redigerlo sono stati specialisti di medicina, endocrinologia e salute mentale, con un approccio basato sulle evidenze, un consenso ampio e una rigorosa revisione della letteratura scientifica. Esattamente l’opposto del Cass Review, un documento che vorrebbe presentarsi autorevole ma che, alla prova dei fatti, risulta metodologicamente inconsistente.
Secondo gli esperti, le falle nella sua stesura sono infatti gravissime: una selezione arbitraria degli studi analizzati, l’assenza di esperti di salute transgender tra gli autori e, soprattutto, una conclusione precostituita secondo cui la psicoterapia dovrebbe sostituire le cure ormonali per gli adolescenti trans. Peccato che nessuno degli studi citati abbia mai dimostrato che la sola terapia psicologica sia sufficiente a ridurre la disforia di genere.
Nonostante ciò, tuttavia, il Cass Review è comunque diventato uno dei principali catalizzatori dell’ondata di disinformazione e odio che ha investito i percorsi affermativi per i minori. Commissionato nel 2020 e pubblicato nella primavera del 2024, è stato accolto dai media internazionali come un documento imprescindibile nel dibattito sulle cure transgender. Testate come The Guardian, BBC, New York Times e Wall Street Journal lo hanno presentato come il primo rapporto “scientifico” a mettere in discussione le terapie di affermazione di genere, con una visione però estremamente distorta.
Il risultato? Una narrazione tanto prevedibile quanto conveniente per la destra reazionaria: la comunità scientifica sarebbe “divisa”, le cure trans “controverse”, l’Europa si starebbe “tirando indietro”. Ma ora che 26 società mediche europee hanno pubblicato un documento che lo smentisce punto per punto, dove sono quegli stessi giornali? Perché i media anglofoni non hanno dato la stessa copertura al nuovo rapporto tedesco, austriaco e svizzero?
La risposta è evidente: questa volta la scienza non serve alla narrazione conveniente. A denunciarlo è stata l’attivista e giornalista transgender Erin Reed: “Quando il Regno Unito pubblica la Cass Review per vietare l’assistenza ai trans, riceviamo di tutto, dalle notifiche push del New York Times agli editoriali su tutti i principali giornali statunitensi. Ma quando Germania, Svizzera e Austria pubblicano linee guida pro-assistenza ai giovani trans, non un singolo articolo da nessuna parte tranne il mio?”.
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A diversi mesi dall’apertura del Tavolo tecnico interministeriale Schillaci-Roccella sui percorsi affermativi rivolti ai minori trans, emergono le prime indiscrezioni sul contenuto della relazione finale. Il documento, atteso per aprile, potrebbe confermare la possibilità di somministrare la triptorelina per bloccare – reversibilmente – lo sviluppo puberale nei giovani transgender che necessitano di più tempo per esplorare la propria identità di genere, ma con un monitoraggio più stringente.
Il farmaco, che viene utilizzato senza troppe polemiche anche in altri ambiti della medicina – tra cui proprio nel trattamento della pubertà precoce nell* bambin* – non dovrebbe dunque andare incontro a un ban definitivo. Tuttavia, il quadro complessivo resta tutt’altro che rassicurante. A oggi, le persone trans e non binarie non hanno avuto alcun ruolo nel dibattito istituzionale, e il rischio che il Tavolo si chiuda senza aver ascoltato le voci direttamente coinvolte è più concreto che mai.Bloccanti della pubertà, quali saranno le nuove linee guida?
Al netto delle informazioni trapelate, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive. Si sa che, sull’impostazione del Cass Review britannico – che nel Regno Unito ha portato al ban dei bloccanti della pubertà – il Tavolo tecnico ha lavorato in tre sottogruppi, occupandosi rispettivamente:
dei rischi suicidari nei giovani con disforia di genere;
dell’inquadramento diagnostico;
dei trattamenti.
La relazione finale dovrebbe sintetizzare queste analisi e fornire indicazioni sull’uso della triptorelina e degli ormoni per la transizione. Eppure, il precedente più vicino non lascia spazio a facili ottimismi. Nel 2024, il rapporto dell’ispezione ministeriale all’ospedale Careggi aveva anticipato un approccio fortemente patologizzante, ponendo l’accento sulla necessità di un rigido controllo psichiatrico e lasciando intravedere l’intenzione di restringere l’accesso ai trattamenti. Un impianto che, se confermato, potrebbe rendere il percorso di affermazione di genere ancora più ostico, rallentando ulteriormente i processi decisionali per i giovani transgender. Nonostante una nuova revisione della revisione scientifica condotta da 26 società mediche europee abbia fortemente consigliato un approccio tempestivo.
Secondo quanto trapelato, il Tavolo tecnico proporrebbe l’istituzione di un registro nazionale per raccogliere dati sulla somministrazione della triptorelina e degli ormoni utilizzati nella transizione. Un’idea che, se da un lato potrebbe sembrare una misura di trasparenza, dall’altro potrebbe trasformarsi in un ulteriore strumento di controllo, volto più a ostacolare l’accesso ai trattamenti che a garantirne la sicurezza.
A pesare sulle decisioni future c’è anche il parere espresso lo scorso dicembre dal Comitato nazionale di bioetica, che aveva già chiarito come la triptorelina fosse un’opzione terapeutica lecita, previo un percorso medico altamente strutturato e prudente. Cosa che già accade: la diagnosi e la somministrazione del farmaco sono già affidate a équipe multidisciplinari. Il modello in vigore si basa però su un approccio affermativo, che accompagna il giovane transgender nel proprio percorso di autodeterminazione senza costringerlo a dover “dimostrare” la propria identità di genere attraverso iter psichiatrici di tipo riparativo. Un modello che, evidentemente, entra in rotta di collisione con l’impostazione del governo, più incline a trattare l’incongruenza di genere come una condizione da correggere piuttosto che da riconoscere e accompagnare nei percorsi affermativi.
Il punto però resta: il Comitato non ha mai messo in discussione l’utilizzo della triptorelina. E questo rappresenta un ostacolo non da poco per chi, dentro e fuori le istituzioni, vorrebbe ridurre drasticamente l’accesso ai trattamenti per i minori transgender.
Nel frattempo, l’ospedale Careggi – struttura di riferimento per il trattamento dell’incongruenza di genere nei minori – prosegue la sua attività, nonostante le tensioni dell’ultimo anno. L’ispezione disposta dal Ministero della Salute tra il 2023 e il 2024 aveva acceso un dibattito feroce, culminato in interrogazioni parlamentari e polemiche strumentali.
L’indicazione ministeriale più rilevante, ovvero la presenza obbligatoria di uno psichiatra nel team del centro, è stata attuata senza che l’operatività venisse interrotta. Negli ultimi mesi, l’ospedale ha ripreso la somministrazione della triptorelina, con due nuovi pazienti in trattamento.
I numeri complessivi restano invariati: negli ultimi cinque anni, solo nove minorenni sono stati trattati con il farmaco, mentre altri 75 pazienti lo hanno ricevuto dopo lo sviluppo puberale. Numeri che smontano qualsiasi narrazione allarmistica su un presunto “boom” di giovani in transizione. Ma le pressioni politiche hanno avuto conseguenze. Il centro ha perso due figure chiave, la psicologa e l’endocrinologa che lo coordinavano prima dell’ispezione.Un dibattito senza le persone trans
Se le prime indiscrezioni raccolte da Repubblica sembrano dunque confermare la continuità dell’uso della triptorelina, è però impossibile ignorare una questione di metodo: ancora una volta, le soggettività trans sono state escluse dalla discussione.
Il Tavolo tecnico, istituito nel maggio 2024 con la partecipazione di 29 esperti scelti dai ministeri della Salute e della Famiglia, ha lavorato per quasi un anno senza alcun confronto con le associazioni che si occupano di diritti e salute delle persone transgender. Nessuna consultazione, nessuna audizione, nessuno spazio di intervento per chi è direttamente coinvolto.
E così, mentre il governo mantiene il più assoluto riserbo sui lavori del Tavolo, le indiscrezioni arrivano alla stampa prima che ai diretti interessati. Una dinamica che la comunità trans denuncia da tempo: non solo il potere decisionale sulle loro vite resta in mano a tecnici e politici, ma il processo stesso si svolge in totale opacità, senza trasparenza e senza alcuna accountability.
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