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Bulgaria. Elezioni. Sono bastati nove mesi per la fine del sogno di stabilità politica in Bulgaria. Con la rinuncia ufficiale da parte della vicepremier uscente, Mariya Gabriel, di assumere la carica di prima ministra del Paese, dopo la rotazione di nove mesi concordata con il liberale Nikolai Denkov nel giugno dello scorso, la Bulgaria si trova ora sull’orlo di una crisi di governo e dell’ennesimo ritorno a elezioni anticipate. Le seste in tre anni. Dimităr Borisov Glavčev è il Presidente della Corte dei conti della Bulgaria dal 26 luglio 2023. Dal 9 aprile 2024 al 16 gennaio 2025, egli ha altresì ricoperto, venendo posto in aspettativa non pagata dal suo ruolo effettivo, la carica di Primo ministro della Bulgaria ad interim su volere del Presidente Rumen Radev, che lo ha ufficialmente nominato il 29 marzo. Egli ha quindi successivamente presentato il proprio governo il 5 aprile. Le elezioni parlamentari in Bulgaria del giugno 2024 si sono tenute il 9 giugno, per la prima volta contestualmente alle elezioni europee, per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, il parlamento del paese. Le elezioni hanno visto, ancora una volta, la vittoria del partito “Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria” (GERB) che, con 68 seggi, si è confermato il partito egemone in Assemblea, seppur con una lieve flessione. In aggiunta a ciò, la tornata ha anche visto un forte aumento di consensi per il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS/HÖH) che, giunto secondo con 45 seggi, ha scavalcato la coalizione filo-europeista “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DB), giunta terza poiché vittima di una forte crisi di consenso, con appena 39 seggi.
Croazia. Elezioni. Nell’anno che potrebbe cambiare gli equilibri politici in Croazia, il primo ministro in carica ormai da otto anni, Andrej Plenković, deve affrontare una crescente pressione politica interna che rischia di mettere in difficoltà la sua Unione Democratica Croata (Hdz) non in una sola tornata elettorale, ma in tre: le elezioni europee di giugno, le legislative di settembre e le presidenziali di dicembre. Dopo settimane di proteste da parte di singole categorie professionali per l’insoddisfazione nei confronti delle politiche dell’esecutivo di Zagabria, sono stati i partiti di centro e sinistra a catalizzare la volontà di “difendere la democrazia” anche attraverso il ritorno immediato alle urne per favorire la nascita di un governo non guidato dall’Hzd a 13 anni dall’ultima volta. Il partito di centrodestra Unione democratica croata (HDZ), il principale partito al governo della Croazia, ha vinto le elezioni parlamentari che si sono tenute nel paese mercoledì. Ha ottenuto il 34 per cento dei voti e avrà 60 seggi in parlamento, 6 in meno rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni del 2020 e non abbastanza per avere la maggioranza: il parlamento croato ha 151 seggi e la maggioranza è di 76. Subito dopo le elezioni, il Primo ministro Plenkovic si è presto mosso in tale direzione, avviando un tavolo negoziale proprio con il Movimento Patriottico (DP), con cui, alla fine, è stato raggiunto un accordo, in data 9 maggio. Il giorno successivo, dunque, secondo la prassi costituzionale, una volta depositate 78 firme di parlamentari favorevoli alla nomina, ed ottenuto così il mandato di formazione di una maggioranza dal Presidente Zoran Milanović, sono stati avviati i preparativi in tal senso, recandosi il Premier presso il Sabor per ottenere la fiducia, dove, dopo dieci ore di dibattito, si è giunti all’approvazione della mozione con 79 favorevoli, 61 contrari ed 1 astenuto, permettendo così al governo, il 17 maggio, di entrare in carica con pieni poteri.
Belgio. Elezioni. Nel Paese, oltre che per le Europee, si è votato per eleggere rappresentanti federali e locali: il partito del capo del governo è calato in termini di seggi e preferenze, mentre le sigle di destra ed estrema destra hanno guadagnato terreno e sono cresciuti i separatisti. De Croo: “Mi assumo le mie responsabilità, da domani sarò un primo ministro dimissionario. Farò di tutto per agevolare la transizione a un mio successore. Il Paese ha bisogno rapidamente di un nuovo governo. Ma i liberali sono forti, torneremo” È stato un annuncio commosso quello del premier del Belgio Alexander De Croo che, alla luce dei risultati delle elezioni legislative nazionali che si sono svolte insieme alle Europee, ha detto: “Da domani sarò un premier dimissionario”. Visibilmente emozionato, asciugandosi le lacrime, De Croo parlando alla platea dei militanti liberali del suo partito ha aggiunto: “Per noi è una sera particolarmente difficile, abbiamo perso”.
Portogallo. Elezioni. I risultati delle elezioni legislative in Portogallo, al di là del testa a testa tra il Partito Socialista (centrosinistra) e Alleanza Democratica (la coalizione di centrodestra guidata dal Partito Socialdemocratico, PSD), dicono che il partito di estrema destra Chega è arrivato al terzo posto con poco più del 18 per cento, raddoppiando il risultato del 2022 e ottenendo 48 seggi al parlamento. I giornali portoghesi stanno scrivendo che Chega è stato «il grande vincitore» delle elezioni di domenica, che probabilmente porteranno alla formazione del parlamento più frammentato della storia del paese. Con questi risultati formare un governo non sarà semplice. Chega, che in portoghese significa “Basta”, è un partito nazionalista, populista, euroscettico e ultraconservatore fondato nel 2019 da André Ventura, che prima di fare politica era diventato piuttosto famoso come commentatore di calcio. Chega si presentò per la prima volta alle elezioni in occasione delle europee del 2019, quando insieme ad altri partiti ottenne l’1,6 per cento dei voti e nessun seggio. Alle legislative portoghesi dello stesso anno prese l’1,3 per cento e l’unico seggio guadagnato fu assegnato a Ventura, eletto nella circoscrizione di Lisbona. Nel 2022 il partito passò al 7,3 per cento (e a 12 seggi). In Portogallo è entrato ufficialmente in carica il nuovo governo del primo ministro Luis Montenegro, a tre settimane dalle elezioni parlamentari del 10 marzo. Insieme ai suoi 17 ministri, il premier ha prestato giuramento ieri sera (2 aprile) al Palazzo Ajuda a Lisbona, in quello che sarà un esecutivo di minoranza sulla cui tenuta ci sono molti dubbi. L’astensione dei socialisti è stata fondamentale per ottenere la fiducia della Camera. Chiedendo all’opposizione di ”lasciare che il governo possa lavorare”, Montenegro ha detto che ”guardiamo il futuro con speranza”.

Unione Europea. Elezioni. Ursula von der Leyen punta a un secondo mandato alla guida della Commissione europea. L’attuale leader dell’esecutivo europeo ha confermato oggi (19 febbraio) la sua disponibilità a raddoppiare alla guida di Palazzo Berlaymont ed è stata indicata all’unanimità dal partito dell’Unione Cristiano-Democratica di cui fa parte come spitzenkandidat del Partito Popolare europeo (Ppe). “Vorrei candidarmi per un secondo mandato e sono molto grata alla Cdu per avermi proposto oggi come candidata di punta alle prossime elezioni europee”, ha dichiarato von der Leyen, in conferenza stampa a Berlino insieme al presidente della Cdu, Friederch Merz, dopo la riunione del Consiglio direttivo del partito che l’ha indicata all’unanimità. Il capodelegazione del Pd al Parlamento Europeo Brando Benifei ha vinto il premio di miglior eurodeputato della legislatura in tandem con l’europarlamentare romeno Dragos Tudorache, per il lavoro svolto come co-negoziatori della prima legge al mondo per la regolazione dell’Intelligenza Artificiale, l’AI Act europeo. Un “attacco alle fondamenta della nostra democrazia”. Così i socialdemocratici in Germania hanno definito l’aggressione subita venerdì sera (3 maggio) dall’eurodeputato uscente e candidato principale dell’Spd nello Stato tedesco della Sassonia, Matthias Ecke, mentre stava affiggendo manifesti elettorali a Dresda. “È un segnale d’allarme inequivocabile per tutti i cittadini di questo Paese”, si legge nella dichiarazione rilasciata dal partito all’indomani del pestaggio. Come si apprende dagli stessi organi dell’Spd, dopo il pestaggio Ecke “è gravemente ferito e deve essere operato”. La polizia ha spiegato alla stampa che il politico 41enne è stato aggredito e preso a calci da quattro uomini, gli stessi che poco prima avrebbero picchiato nella stessa strada un volontario dei Verdi che stava anche lui affiggendo manifesti elettorali per il suo partito. In tutta Europa la destra e l’estrema destra avanzano pesantemente, tanto da provocare terremoti politici in molti paesi. In Francia il presidente Emmanuel Macron manda il paese a elezioni anticipata. In Germania la destra estrema di Alternative für Deutschland (Afd) sorpassa il Partito socialista del cancelliere Olaf Scholz. In Austria la destra estrema è il primo partito. L’Italia elegge 76 eurodeputati su un totale di 720 componenti del Parlamento europeo e dove si vota anche per le amministrative in 3.700 Comuni, tra cui Firenze, Bergamo e Bari, e per le regionali in Piemonte. Per i popolari europei non si cambia, ancora von der Leyen e ancora Metsola. Si è tenuta la conferenza dei gruppi politici del Parlamento europeo con la presidente Roberta Metsola. Durante l’incontro, i leader hanno analizzato il voto e hanno espresso sostegno al candidato di punta (Spitzenkandidat), cioè il processo di definizione del presidente della Commissione europea a partire dal nome formulato dalle famiglie politiche. Manfred Weber, il presidente del Ppe, ha ribadito che Ursula von der Leyen è la loro candidata alla guida dell’esecutivo Ue. I numeri provvisori che escono dalle urne di tutta Europa stanno a poco a poco disegnando un quadro estremamente chiaro: Il Partito Popolare Europeo ha stravinto le elezioni, l’Alleanza dei Socialisti e democratici ha tenuto, i liberali si leccano le ferite ma rimangono ancora la terza forza al Parlamento europeo. Deposte le armi, è già il tempo dei calcoli: S&d e Renew si dicono pronti a sostenere una maggioranza europeista. Una ‘maggioranza Ursula’ bis. La rosa dei nomi si sta dunque definendo in modo abbastanza preciso in questi giorni, in attesa del primo vertice (informale) tra i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi Ue in programma a cena lunedì prossimo (17 giugno). Sarà lì che i leader si confronteranno di persona sui nuovi equilibri post-elettorali e su come tradurli a livello di incarichi ai vertici delle istituzioni Ue. I popolari europei hanno già confermato che, dopo la convincente prova elettorale dei partiti nazionali affiliati al Ppe, si aspettano di ottenere sia la presidenza della Commissione sia quella del primo “turno” di due anni e mezzo del Parlamento, in linea di perfetta continuità con la fine della nona legislatura. Questo vale anche per quanto riguarda i nomi, che sono rispettivamente quello della tedesca Ursula von der Leyen e della maltese Roberta Metsola. Il Partito Popolare Europeo (Ppe) batte un colpo e accoglie tra le sue fila un nuovo manipolo di eurodeputati per far salire a 190 i membri del gruppo nella decima legislatura del Parlamento Europeo. È quanto deciso nel corso della riunione costituiva del gruppo di centro-destra all’Eurocamera, che nella prima sessione di oggi (18 giugno) ha approvato l’ingresso di sei nuove delegazioni nazionali per un totale di 14 deputati, dai Paesi Bassi alla Danimarca, dalla Germania alla Repubblica Ceca, fino ai 7 eurodeputati ungheresi dell’opposizione di centro-destra guidati proprio dal loro leader Péter Magyar. Nonostante le sue posizioni estremamente dure contro la Russia, per la cui giustizia è una ricercata, Kaja Kallas dovrebbe essere la prossima Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la Sicurezza. La prima ministra estone Kaja Kallas, tra gli esponenti dell’Unione europea che si è schierata più duramente nei confronti della Russia, è pronta a ricoprire il ruolo di Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza. Una nomina che, in questo senso, potrebbe rappresentare un segnale all’indirizzo di Mosca. Il 41 per cento degli europei intervistati da Ipsos afferma di avere una valutazione positiva nei confronti del presidente francese Emmanuel Macron. In Romania questa percentuale arriva addirittura al 57, in Germania al 53 e in Italia crolla al 31, con il 41 per cento che invece dichiara di avere un’opinione negativa. Se i dati per il capo di Stato francese sono più che positivi fuori dall’esagono, all’interno dei confini nazionali la situazione è ben diversa: il 62 per centro disapprova Macron e solo il 28 lo sostiene. A favorire l’opinione del presidente francese fuori dalla Francia secondo Francesco Nicoli, ricercatore presso il Think tank Bruegel, è la sua leadership europea e il fatto d’avere le idee chiare su come debba essere il futuro dell’Ue.
Unione Europea. Il dopo elezioni. “La Commissione è sempre disponibile ad aiutare nel quadro di questi contatti bilaterali che sono stati presi dall’Italia con l’Ungheria”. Il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders assicura che anche l’esecutivo dell’Unione è cosciente di quello che sta capitando in Ungheria a Ilaria Salis, la cittadina italiana detenuta da oltre una anno nelle carceri Ungheresi. La giovane, che si è sempre professata innocente, è apparsa in Aula in Tribunale a Budapest in catene: manette ai polsi e alle caviglie, tenuta tra agenti in giubbotto antiproiettile e passamontagna con una catena legata alla vita. L’accusa è pesantissima: aggressione e lesioni giudicate mortali (in concorso con altri ragazzi) a due militanti neonazisti durante una manifestazione, la “Giornata dell’onore”, l’undici febbraio scorso. Fatto sta che però queste vittime sono guarite in pochissimi giorni e non hanno neanche sporto denuncia. Mercoledì il governo dell’Ungheria è tornato a commentare il caso di Ilaria Salis, l’insegnante italiana detenuta a Budapest da più di un anno con l’accusa di aver aggredito dei militanti neonazisti. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, e il portavoce del governo di Viktor Orbán, Zoltan Kovacs, hanno criticato duramente il racconto che sui media italiani si sta facendo del caso e i tentativi di mediazione del governo italiano. Szijjártó ha ribadito un orientamento del governo ungherese già noto, ma lo ha fatto con toni assai perentori: e le sue parole sono state clamorose anche perché sono arrivate pochi minuti dopo la conclusione di un colloquio tra lui e il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani nel suo ufficio alla sede del ministero, il palazzo della Farnesina, a Roma. La polizia le ha tolto il braccialetto elettronico che la costringeva ai domiciliari. La liberazione di Salis, che da fine maggio era agli arresti domiciliari a Budapest dopo essere rimasta per 15 mesi in carcere, è stata decisa in conseguenza della sua elezione al Parlamento Europeo, dove era stata candidata alle elezioni dell’8 e del 9 giugno con Alleanza Verdi e Sinistra (AVS). Salis ha ottenuto quasi 170mila preferenze. Se il caso della neo-eletta eurodeputata italiana Ilaria Salis si è chiuso in modo meno traumatico del previsto, tra Grecia e Albania è appena iniziata la partita giudiziaria sull’immunità parlamentare di un nuovo membro greco del Parlamento Europeo, condannato a marzo in primo grado a due anni di carcere per compravendita di voti alle elezioni comunali del maggio 2023. Il sindaco di etnia greca del comune albanese di Himarë, Fredis Beleri, è risultato il terzo candidato più votato in Grecia alle elezioni europee del 9 giugno tra le fila del partito al potere Nuova Democrazia e ora sarà una Corte d’appello speciale a Tirana a prendere la decisione definitiva sulla sua scarcerazione.

Danimarca. Nuovo monarca. La regina di Danimarca, Margherita II, ha annunciato nel suo tradizionale discorso di Capodanno, che abdicherà il 14 gennaio, dopo 52 anni di regno. “Il 14 gennaio 2024, 52 anni dopo essere succeduta al mio amato padre, mi dimetterò da regina di Danimarca. Lascerò il trono a mio figlio, il principe ereditario Frederik”, ha annunciato durante il discorso. Figura molto popolare, la sovrana, vedova dal 2018, ha subito a febbraio un importante intervento chirurgico alla schiena che le ha impedito di comparire in pubblico fino ad aprile. “L’operazione ha fatto nascere pensieri sul futuro, sul fatto che fosse giunto il momento di trasferire le responsabilità alla prossima generazione”, ha detto la regina 83enne. Salita al trono in seguito alla morte del padre nel 1972, la regina, intellettuale e poliglotta, ha contribuito a modernizzare la monarchia. Dopo la morte della lontana cugina Elisabetta II, Margrethe è l’ultima sovrana a regnare in Europa.
Malta, Nuovo presidente. Si svolgerà giovedì 4 aprile presso il Palazzo presidenziale a Valletta la cerimonia di giuramento di Myriam Spiteri Debono come undicesimo Presidente della Repubblica di Malta. L’evento segnerà l’inizio del mandato del neo-eletto capo di Stato, e si terrà in presenza di una folta rappresentanza istituzionale e della società maltese. Spiteri Debono lascerà la sua residenza privata di Birkirkara attorno alle 9:15 del mattino per raggiungere la Concattedrale di San Giovanni a Valletta, dove si terrà una messa solenne celebrata dall’Arcivescovo di Malta, monsignor Charles J. Scicluna. Da lì, accompagnata dal consorte, Spiteri Debono si recherà a piedi al Palazzo presidenziale attraversando St George’s Square, per prestare giuramento che verrà siglato da Anglu Farrugia. Seguirà il primo discorso del nuovo Presidente di Malta che si affaccerà poi sul balcone del Palazzo per salutare il pubblico riunito in piazza attorno alle 12:40.
Finlandia. Nuovo Presidente. Domenica si è tenuto in Finlandia il primo turno per eleggere il nuovo presidente del paese, una figura rilevante perché detiene diversi poteri in politica estera e di sicurezza, diversamente da quanto succede per esempio in Italia, in cui il presidente della Repubblica ha un ruolo per lo più cerimoniale. Il nuovo presidente finlandese sarà sicuramente diverso da quello uscente, visto che il conservatore Sauli Niinisto, arrivato alla fine del suo secondo mandato, per legge non può più ricandidarsi. Si è votato dalle 9 ora locale (8 ora italiana) alle 20, anche se si presume che circa la metà dei voti sia già stata espressa attraverso il voto anticipato che si è svolto dal 17 al 23 gennaio, come successo anche alle elezioni presidenziali del 2018. I risultati dovrebbero arrivare entro la mezzanotte di domenica e verranno ufficializzati il 30 gennaio. Domenica sera Alexander Stubb, ex primo ministro del partito di centrodestra Coalizione nazionale, ha vinto le elezioni presidenziali in Finlandia. Il suo sfidante, il parlamentare dei Verdi Pekka Haavisto, ha dichiarato la propria sconfitta e si è congratulato con Stubb poco prima delle nove di sera, mentre gli ultimi scrutini erano ancora in corso. Stubb ha ottenuto il 51,6 per cento dei voti, contro il 48,4 di Haavisto.

Belgio. Visita Re al Parlamento Ue. Il re dei belgi Filippo ha tenuto oggi (10 aprile) davanti al Parlamento europeo il discorso d’inizio lavori per la plenaria che si svolgerà a Bruxelles il 10 e l’11 aprile. È la prima volta che Filippo parla davanti ai membri dell’Eurocamera. Il futuro dell’Europa è stato il focus principale nell’orazione del monarca. 37 anni dopo Baldovino, un re belga torna a tenere un discorso all’Eurocamera, e lo fa parlando metà in fiammingo e metà in francese, le due principali lingue ufficiali del paese (c’è anche il tedesco) “Abbiamo dimostrato di essere uniti nei momenti difficili: sull’Ucraina, dopo la Brexit e nella lotta alla pandemia. Ma l’Unione deve andare oltre la gestione delle crisi, serve una visione a lungo termine“, ha dichiarato re Filippo davanti a un emiciclo pieno solo per metà. Per il monarca l’Europa deve essere più forte e deve saper rispondere alle sfide delle autocrazie con una maggiore democratizzazione delle sue istituzioni.
Slovacchia. Presidenziali. Vittoria a sorpresa – al primo turno delle elezioni presidenziali – per Ivan Korcok, ex ministro degli Esteri slovacco filo-UE che ha ottenuto il 42,5% dei voti (con il 99,9% delle schede scrutinate) contro il 37,1% di Peter Pellegrini, 48 anni, presidente del parlamento e capo del partito di governo junior Hlas (Voce). I due andranno al ballottaggio il prossimo 6 aprile. Pellegrini è sostenuto dal primo ministro populista Robert Fico, che ha messo in dubbio la sovranità dell’Ucraina. Korcok è fermamente filo-ucraino come la presidente uscente Zuzana Caputova, che ha scelto di non candidarsi per un secondo mandato. In Slovacchia, dove sabato si è votato al ballottaggio delle elezioni presidenziali, è stato eletto Peter Pellegrini, il candidato sostenuto dal governo filorusso e populista guidato dal primo ministro Robert Fico. Pellegrini ha ottenuto il 53 per cento dei voti, mentre l’altro candidato, l’europeista Ivan Korcok, ex diplomatico negli Stati Uniti ed ex ministro degli Esteri, ha ottenuto il 46 per cento. Entrerà in carica da giugno, quando prenderà il posto della presidente attuale, Zuzana Čaputová.
Ungheria. Nuovo Presidente. Katalin Novák ha annunciato le dimissioni. Venerdì erano scoppiate le proteste dopo che la presidente aveva concesso la grazia a un uomo condannato come complice in un caso di abusi sessuali su minori. La presidente dell’Ungheria Katalin Novák si è dimessa in seguito all’indignazione per la grazia concessa a un uomo condannato per abusi sessuali su minori. “Ho commesso un errore… Oggi è l’ultimo giorno in cui mi rivolgo a voi come presidente”, ha detto Novák in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato. Il presidente attuale della Corte costituzionale, Tamas Sulyok, 68 anni, è stato scelto per succedere a Katalin Novak, presidente della Repubblica dimissionaria per lo scandalo in seguito alla concessione di una grazia ad un condannato per crimini nei confronti di minori. Lo ha annunciato in una conferenza stampa il capogruppo del partito di maggioranza governativa Fidesz, Mate Kocsis dopo una riunione del gruppo.

Francia. Nuovo governo. Il più giovane primo ministro della Quinta repubblica francese e il primo dichiaratamente omosessuale. L’Eliseo ha ufficializzato poco dopo le 12.30 di oggi l’incarico al 34enne Gabriel Attal per formare un nuovo governo in sostituzione di quello di Elisabeth Borne (62 anni), che ieri ha rassegnato le sue dimissioni dopo due anni di incarico. Il presidente Emmanuel Macron, che a quanto si è appreso in mattinata aveva parlato per circa due ore con Attal, si è rivolto direttamente a lui in un tweet pubblicato pochi minuti dopo l’annuncio ufficiale: “So di poter contare sulla tua energia e sul tuo impegno per relizzare il progetto di rilancio e rigenerazione che ho annunciato. In linea con lo spirito del 2017: superare e osare. Al servizio della Nazione e del popolo francese”.
Irlanda. Nuovo governo. Il Parlamento della repubblica d’Irlanda ha votato oggi (9 aprile) Simon Harris come nuovo Taoiseach (Primo ministro). A 37 anni il leader del partito di centro-destra Fine Gael sarà il più giovane di sempre a guidare il Paese. Simon Harris succede a Leo Varadkar, che aveva annunciato improvvisamente le sue dimissioni il 20 marzo scorso. Harris, ex ministro dell’istruzione, si è candidato alla successione come leader del Fine Gael senza trovare opposizioni all’interno del partito. Con 37 anni, Simon Harris sarà il taoiseach più giovane di sempre, superando il record di 38 anni stabilito dallo stesso Varadkar nel 2017.

Germania. Nuovo partito. Inizialmente istituito come associazione registrata il 26 settembre 2023, è costituito fondamentalmente da dissidenti del partito di sinistra Die Linke. Il partito è incentrato, anche nel nome, attorno alla persona della sua fondatrice, Sahra Wagenknecht, personalità politica di lungo corso ed ex esponente di punta della Linke, spesso definita come populista. Tra la seconda metà degli anni 2010 e l’inizio degli anni 2020 sorgono dissidi tra la corrente guidata da Sahra Wagenknecht e altri esponenti della Linke su tematiche come la politica migratoria, le vaccinazioni contro il COVID-19, la posizione della Germania sul conflitto russo-ucraino e l’invasione russa, che fanno presagire una possibile defezione dei primi dal partito.
Ungheria. Nuovo partito. Tornano le enormi manifestazioni di piazza in Ungheria contro il primo ministro Viktor Orbán, ma questa volta alla loro testa c’è una personalità politica che si sta ritagliando uno spazio sempre più ampio di consenso nel Paese in vista delle elezioni europee di giugno. Péter Magyar, ex-dirigente del partito al potere Fidesz e politico di spicco del partito centrista Rispetto e Libertà (Tisza), ha radunato ieri (5 maggio) a Debrecen, la seconda città del Paese, circa diecimila persone per lanciare la sua campagna elettorale in vista del voto del 9 giugno in cui tenterà di insidiare il padre/padrone dell’Ungheria e mettere i bastoni tra le ruote al governo semi-autoritario alle urne. Secondo quanto riportato da Politico, è stato lo stesso presidente del Ppe, Manfred Weber, a confermare la disponibilità a collaborare al Parlamento Europeo con Péter Magyar, ex-dirigente del partito al potere Fidesz e politico di spicco del partito centrista Tisza (Rispetto e Libertà). “Le nostre porte sono aperte”, ha dichiarato il politico tedesco, sottolineando che sarebbe “molto felice” di offrire una casa europea al più credibile sfidante di Orbán. Diversi media ungheresi confermano le indiscrezioni di Politico e ricordano in particolare che per Magyar l’affiliazione politica europea è cruciale non solo per ottenere incarichi di rilievo a Bruxelles, ma anche per affermarsi come forza politica strutturata sul piano nazionale. È per questo motivo che è attesa appena dopo le elezioni europee (in programma in Ungheria il 9 giugno) la richiesta formale di adesione al gruppo del Ppe da parte di Tisza.
Slovacchia. Attentato premier. Robert Fico, il premier slovacco, è stato ferito da colpi di arma da fuoco davanti alla Casa della Cultura, nella cittadina di Handlova, a decine di chilometri da Bratislava. È stato portato in ospedale, mentre l’aggressore è stato preso ed arrestato, dopo aver esploso i colpi. Ad affermarlo i media slovacchi. Secondo i testimoni presenti sul posto, Fico si è avvicinato alle persone che lo salutavano e poi sono stati sparati diversi colpi. Fico è caduto a terra. Il presunto aggressore è stato preso e arrestato dalla polizia. La polizia ha transennato la zona, il centro culturale è stato evacuato. La sicurezza si è occupata della sicurezza degli altri membri del governo. Nel suo messaggio ai cittadini slovacchi Fico ha respinto l’ipotesi di un attacco per mano di “un pazzo solitario”, arrivando addirittura a perdonarlo perché “è evidente che era solo un messaggero del male e dell’odio politico, che l’opposizione politicamente fallita e frustrata ha sviluppato in Slovacchia in proporzioni ingestibili“. Se tutti i partiti nel Paese avevano deciso di sospendere l’escalation di violenza verbale durante la campagna elettorale delle europee per non aumentare il rischio di altri attentati, è stato il primo ministro a spezzare questa promessa proprio nell’ultimo giorno prima del silenzio elettorale. Annunciando che sarà in grado di tornare al lavoro come capo del gabinetto “gradualmente a cavallo tra giugno e luglio”, Fico ha preso di mira esplicitamente l’opposizione guidata alle urne lo scorso anno dall’ex-vicepresidente del Parlamento Ue, Michal Šimečka: “Se continua così, l’orrore del 15 maggio continuerà e ci saranno altre vittime, non ne dubito nemmeno per un secondo”.

Francia. Coalizione sovranisti. Dopo la vittoria in Francia del Rassemblement National (Rn) alle elezioni europee, il presidente Emmanuel Macron ha sciolto il Parlamento e convocato nuove elezioni per il 30 giugno (primo turno) e 7 luglio (secondo turno). Nella storia della quinta repubblica francese è la chiamata alle urne con meno preavviso, e ha colto impreparati sia gli apparati dello Stato preposti a organizzare lo svolgimento del voto sia i partiti che cercano nuove alleanze. Se la sinistra ha firmato un’intesa per correre assieme, la destra sta ancora provando ad accordarsi. Ha fatto scalpore l’annuncio fatto da Éric Ciotti, presidente del partito Repubblicano (Lr), di voler trovare un’intesa con il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Sarebbe la prima volta che il partito figlio delle ideologie del presidente Charles De Gaulle si presenta alle elezioni alleato dell’estrema destra. La tensione all’interno del Partito repubblicano era alta dopo che il suo presidente, Éric Ciotti, aveva annunciato la decisione di correre alle prossime elezioni per il parlamento (30 giugno e 7 luglio) con il Rassemblement national di Marin Le Pen e Jordan Bardella. Molti repubblicani non avevano gradito questa scelta, così oggi (12 luglio) il comitato politico ha deciso per l’espulsione dal partito del proprio presidente. Durante un’intervista alla televisione francese BFMTV, il leader e fondatore della formazione d’estrema destra Reconquête, Éric Zemmour ha annunciato l’espulsione di Marion Maréchal e dalle persone a lei vicine nel partito. Alle elezioni europee il partito d’estrema destra (che correva con il nome La France Fière) è riuscito ad ottenere il 5,5 per cento dei consensi, eleggendo 5 eurodeputati, che sono andati ad accrescere il gruppo dei conservatori e riformisti (Ecr). Zemmour si è sempre speso per unificare la destra francese e farla correre con un’unica lista e, vedendo l’approssimarsi delle elezioni, aveva dato il compito a Marion Maréchal di negoziare con il Rassemblement National. La neo-eurodeputata però non è riuscita a trovare un intesa, accusando Zemmour di avere troppe pretese e annunciando di voler sostenere i candidati unitari del Rassemblement national e del Partito repubblicano. La dichiarazione di Maréchal ha scatenato l’ira di Zemmour che si è detto “ferito e disgustato” decidendo per espellerla dal partito.
Unione Europea. Scioglimento partito politico. Quando i sondaggi elettorali danno l’estrema destra europea sulla cresta dell’onda in vista delle elezioni di giugno, è all’interno del gruppo Identità e Democrazia che il più grande successo alle urne potrebbe naufragare. È stata l’ex-presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National, Marine Le Pen, ad aprire una prima frattura con gli alleati tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD), e solo le prossime settimane potranno chiarire se questa divergenza sarà insanabile o se rientrerà in virtù di una prospettiva di più lungo termine a Bruxelles: “Dovremo discutere insieme di differenze così importanti e vedere se hanno conseguenze sulla nostra capacità di allearci nello stesso gruppo” al Parlamento Europeo, ha avvertito ieri (25 gennaio) Le Pen nel corso di una conferenza stampa a Parigi. L’ultradestra di Alternative für Deutschland è nella bufera: è stato arrestato in Germania Jian Guo, l’assistente del capolista dell’Afd alle elezioni europee del 6-9 giugno, Maximilian Krah. Con l’accusa di spionaggio a favore della Cina. Secondo il comunicato diffuso dalla procura federale, Guo avrebbe “spiato gli oppositori cinesi in Germania e condiviso informazioni sul Parlamento europeo con un servizio di intelligence cinese“. L’eurodeputato e candidato di punta di AfD ha reagito immediatamente con un post su X, annunciando che interromperà il rapporto di lavoro con l’assistente “se le accuse si riveleranno vere“. La tempesta perfetta, che si abbatte su un partito che secondo i sondaggi più recenti avrebbe potuto – dopo il 9 giugno – divenire il terzo partito in assoluto in Germania, conquistando fino al 16 per cento dei voti e eleggendo 15 deputati a Bruxelles. Rottura nella destra radicale del Parlamento europeo. Il partito di Marine Le Pen, Rassemblement National, che sarà probabilmente uno dei più rappresentati nella prossima assemblea tra le forze nazionaliste, ha rotto ufficialmente con i colleghi tedeschi dell’Afd, ed ha annunciato che non sarà più nello stesso gruppo parlamentare, Identità e Democrazia (ID).
Unione Europea. Nuovo partito politico. Ora Giorgia Meloni e Marine Le Pen incassano anche la sponda politica di uno dei punti di riferimento incontrastati da oltre dieci anni nel campo sovranista europeo. Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, si è schierato apertamente a favore di un’alleanza post-elezioni europee di giugno tra la prima ministra italiana e presidente del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e la figura più carismatica dell’estrema destra francese di Rassemblement National: “Se riusciranno a lavorare insieme, all’interno di un unico gruppo o di una coalizione, saranno una forza per l’Europa“. I nazionalisti hanno questo problema. Sono uniti a parole, ma alla prova dei fatti si dividono proprio per i contrasti nazionali insiti nei propri programmi e nella propria ideologia. Ne è l’ennesima prova il modo in cui Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orbán, ha chiuso la porta all’ingresso nella famiglia politica dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr), dopo mesi di corteggiamenti reciproci con la premier italiana e presidente del Partito Ecr, Giorgia Meloni. Il motivo è tutto nazionalista e legato all’annuncio arrivato nel tardo pomeriggio di ieri (19 giugno) dal gruppo della destra conservatrice al Parlamento Ue sull’ingresso dei 5 nuovi membri del partito ultranazionalista romeno Alleanza per l’Unione dei Romeni (Aur). Mentre Renew Europe faceva piani per provare il controsorpasso al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) come terza forza al Parlamento Ue, da Praga è arrivata la doccia gelata per i liberali europei. “Sulla base dei negoziati siamo giunti alla conclusione che Renew e Alde hanno semplicemente posizioni diverse rispetto al movimento Ano“, sono le parole dell’ex-premier ceco e leader del controverso partito populista di orientamento liberal-conservatore Ano 2011 (Azione dei Cittadini Insoddisfatti), Andrej Babiš, che oggi (21 giugno) alla Camera dei Rappresentanti della Repubblica Ceca ha chiuso definitivamente l’esperienza del suo partito sia nel Partito dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (Alde) sia nel gruppo di Renew Europe all’Eurocamera.
Spagna. Elezioni regionali. La vittoria del Partito Socialista (Psc) alle elezioni regionali in Catalogna apre scenari imprevedibili che potrebbero impattare sul fragile compromesso che tiene in piedi il governo nazionale di Pedro Sanchez. Per la prima volta dal 2003, nella regione autonoma della Spagna non c’è margine per una maggioranza dei partiti indipendentisti, ma è proprio con loro che il Psc dovrà trattare per trovare i numeri per governare a Barcellona.
Unione Europea. Nomina contestata. È già stato battezzato ‘Piepergate’ l’ultimo grattacapo per Ursula von der Leyen, che fa traballare ancora di più la presidente della Commissione in corsa per la succedere a se stessa al Berlaymont. La nomina dell’eurodeputato Markus Pieper, attuale membro del Parlamento Europeo in quota Cdu (Unione Cristiano-Democratica di Germania, lo stesso partito della leader dell’esecutivo Ue), a inviato Ue per le piccole e medie imprese (Pmi) sta sollevando un polverone politico a Bruxelles, tanto da portare quattro commissari europei a rivolgersi con una lettera alla stessa presidente von der Leyen per chiedere spiegazioni e – con tutta probabilità – gli eurodeputati a organizzare un dibattito apposito alla mini-plenaria della prossima settimana.

Francia. Aborto. Un voto storico che consentirà l’iscrizione nella Costituzione francese della “libertà garantita” delle donne del ricorso all’aborto. La Francia diventa così il primo Paese a inserire espressamente l’interruzione volontaria della gravidanza in Costituzione. In piazza del Trocadéro, a Parigi, migliaia di persone sono esplose in un boato di gioia davanti al maxischermo, collegato in diretta con Versailles. È stato accolto così il via libera dei parlamentari all’inserimento nella Costituzione francese del diritto all’interruzione di gravidanza.Dopo l’annuncio, la Tour Eiffel si è illuminata per marcare l’evento, con la scritta “Mon corps, mon choix”, “Mio il corpo, mia la scelta”. Al Congresso nella reggia di Versailles, 780 dei 925 parlamentari francesi, deputati e senatori, hanno detto sì all’inserimento del diritto all’aborto nella carta costituzionale. Il Parlamento Europeo continua a spingere per includere il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, seguendo l’esempio di Parigi che il 4 marzo lo ha inserito nella Costituzione nazionale. “Decidere del proprio corpo è un diritto fondamentale, non c’è uguaglianza se le donne non possono farlo, è impossibile senza diritto all’aborto”, ha messo in chiaro l’eurodeputata danese Karen Melchior (Renew Europe), presentando l’iniziativa in sessione plenaria questa mattina (14 marzo).

Svezia. Ingresso Nato. Uno scambio di documenti giovedì negli Stati Uniti ha sancito l’entrata della Svezia nella Nato. “La Russia è e rimarrà una minaccia” ha dichiarato il primo ministro Ulf Kristersson. La Svezia è entrata ufficialmente nella Nato giovedì, diventandone il 32esimo membro, due anni dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. “Abbiamo degli alleati e il loro sostegno militare. La Svezia oggi è un Paese più sicuro” ha detto il primo ministro Ulf Kristersson a Washington, dove ha consegnato al governo degli Stati Uniti gli ultimi documenti necessari all’accesso nell’Alleanza atlantica.
Spesa difesa. A febbraio il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, si aspettava che la quota di membri dell’Alleanza Atlantica in grado di raggiungere il target del 2 per cento di spesa in difesa rispetto al Pil salisse a 18. Solo quattro mesi più tardi, il nuovo report Spesa per la difesa dei Paesi Nato (2014-2024) pubblicato nella tarda serata di ieri (17 giugno) mostra che in realtà sono 23 su 32 i Paesi che hanno superato la soglia minima (l’Islanda è esclusa dalle statistiche, in quanto unico membro senza un esercito), rispetto agli 11 del 2023. L’Italia è ora in minoranza – uno degli 8 membri sotto l’asticella – con l’1,49 per cento di spesa per la difesa, con un aumento di 0,3 punti percentuali nell’ultimo anno.
Ipotesi reintroduzione leva. Rintrodurre la leva militare per rinforzare gli eserciti europei? Questa è la domanda che si stanno ponendo diversi Stati nell’Unione europea, a partire da Germania e Italia. L’invasione russa dell’Ucraina ha rimesso al centro della discussione in Europa lo stato e le prospettive future delle forze armate. Una delle soluzioni che emerge da varie parti nell’Ue per rimpolpare gli eserciti è l’introduzione della leva obbligatoria. In alcuni Paesi la naja, con sfaccettature diverse, è già in vigore: Cipro, Grecia, Austria, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia e Danimarca.

Invasione Ucraina. Accordo sugli obiettivi, ma a definire cifre e modalità saranno i capi di stato e governo. Gli ambasciatori dei 27 Stati membri Ue riuniti questa mattina al Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue) hanno raggiunto un accordo di massima sul mandato negoziale sullo strumento per il sostegno finanziario all’Ucraina da qui al 2027. Un accordo al momento solo parziale, dal momento che, spiegano fonti europee, i rappresentanti degli Stati membri hanno concordato solo l’architettura generale dello strumento finanziario. Cifre e modalità di finanziamento (ad esempio, la ripartizione tra prestiti e sovvenzioni) dovranno stabilirle i leader Ue al Vertice Ue straordinario sul bilancio che si terrà il primo febbraio. C’è l’intesa. A sorpresa, quando si temeva una giornata di lunghi stalli, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha reso noto questa mattina (primo febbraio) con un post su X che “tutti i 27 leader hanno concordato un pacchetto di sostegno aggiuntivo di 50 miliardi di euro per l’Ucraina all’interno del bilancio dell’Ue“. Un accordo che permette così di raggiungere la tanto auspicata “soluzione a Ventisette” e superare le resistenze del premier ungherese, Viktor Orbán, al supporto finanziario a Kiev all’interno della revisione intermedia del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp). Sabato 24 febbraio, in occasione del suo viaggio a Kiev per il secondo anniversario dall’invasione russa dell’Ucraina, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha firmato insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky un accordo di cooperazione sulla sicurezza tra Italia e Ucraina. Nonostante l’accordo abbia una certa importanza simbolica e politica, non prevede impegni specifici o vincolanti da parte del governo italiano. Il testo è composto da 20 articoli e ribadisce tra le altre cose l’impegno dell’Italia per i prossimi dieci anni a sostenere l’Ucraina nel suo sforzo di resistenza contro l’aggressione russa e nell’integrazione con l’Unione Europea. È rinnovabile, ma ogni partner può revocarlo inviando una comunicazione scritta con sei mesi di preavviso.
Confine Finlandia-Russia. La Russia attacca l’Europa con i richiedenti asilo, ammassando migranti lungo la frontiera russo-finnica, minacciando di inondare Finlandia e Unione europea di nuovi flussi. Mentre il Cremlino muove truppe e mezzi in Ucraina, contemporaneamente apre un altro fronte a nord, per mettere in difficoltà l’Ue senza bisogno di dover ricorrere alla forza. Così denuncia Mari Rantanen, ministra degli Interni della Finlandia, al suo arrivo a Bruxelles per i lavori del consiglio Affari interni. “A partire dall’autunno sono arrivate più di 1.300 persone, che sono state portate al confine”, denuncia la ministra. “Ma non dobbiamo guardare solo ai numeri, dobbiamo guardare a quello che c’è dietro questi numeri, cosa succede e come queste persone arrivano ai nostri confini”. Il governo di Helsinki vede una strategia chiara e voluta, una macchinazione del Cremlino per dividere il blocco dei 27 con un tema sempre delicato e divisivo. Una strategia già usata dalla Bielorussia di Alexsandr Lukashenko, alleato del presidente russo Vladimir Putin e che già in passato ha cercato di mettere sotto pressione l’Ue ammassando immigrati alla frontiera dei Paesi baltici.
Disinformazione russa. La guerra russa in Ucraina non ha i successi sperati, e sempre più da Mosca partono minacce, ed azioni reali, contro la vita quotidiana dei cittadini europei. E’ un ripiego, un modo per creare il massimo disturbo possibile ai Paesi che stanno sostenendo Kiev contro l’invasione. Non si tratta di minacce strettamente militari, ma gli effetti di attacchi informatici o il lancio di una forte campagna di disinformazione possono essere dirompenti nella vita quotidiana degli europei. Non c’è insomma la necessità di prepararsi a una guerra, che non è alle viste per l’Unione, assicura l’alto rappresentante per la Politica estera Josep Borrell. La presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, alza il livello di attenzione sui rischi che correranno i 27 Paesi membri Ue alle urne a giugno, garantendo allo stesso tempo che “non abbiamo paura, sappiamo come lavorare insieme per fermarli“. Contro disinformazione, interferenze straniere ed estremisti, la leader dell’Eurocamera indica il lavoro su cui focalizzarsi quando mancano poco più di 60 giorni dall’appuntamento elettorale del 6-9 giugno per il rinnovo dei membri del Parlamento Ue: “Se dobbiamo correggere qualcosa, facciamolo, ma costruendo invece di distruggere“, perché l’Unione “non è perfetta, ma è la migliore garanzia per tutti i nostri cittadini”. L’Ue non è mai stata così bersaglio della disinformazione. E non ne ha mai avuto così paura. “Vediamo un aumento sensibile sia della quantità che della qualità di queste campagne“, ha lanciato l’allarme un alto funzionario Ue. A meno di un mese dalle elezioni europee, Bruxelles ha schierato le sue guardie del corpo: in prima linea il Servizio Europeo d’Azione Esterna, ma anche l’Osservatorio sui Media Digitali (Edmo). E l’entrata in vigore del Digital Services Act, la legge europea che regola gestione e rimozioni dei contenuti illegali online.
La mattina del 27 febbraio, quando ancora circolavano notizie non definitive sulla data e il luogo dei funerali di Navalny, Della Vedova e Quartapelle si erano attivati per chiedere agli uffici consolari dell’ambasciata russa a Roma il visto, in pratica una targhetta che viene incollata dalle autorità di un paese straniero sul passaporto di chi intende andare in quel paese e vale come autorizzazione per entrarci. Il giorno dopo anche Scalfarotto si è unito all’iniziativa, inoltrando anche lui la stessa richiesta all’ambasciata.

Unione Europea. Immigrazione. “La Commissione non ha alcun piano per una lista nera di Paesi terzi” che non collaborano in materia di immigrazione. Parola di Ylva Johanson, commissaria per gli Affari interni, che così risponde a un’interrogazione parlamentare. Non ci sarà dunque una replica del modello che prende di mira i paradisi fiscali extra-europei. La parola d’ordine, semmai, è “cooperazione”. Solo attraverso questa strada si ritiene possibile trovare una soluzione credibile ed efficace alla gestione dei flussi di richiedenti asilo. La politica del team von der Leyen, spiega Johannson, prevede “partenariati globali con i paesi terzi, che spaziano dalle cause profonde della migrazione alla prevenzione delle partenze irregolari, alla lotta al traffico di migranti, all’aumento dei rimpatri e all’incoraggiamento della migrazione legale”. Questo tipo di partenariati “sono essenziali affinché il sistema di migrazione e asilo dell’Ue funzioni“. Niente scontri, dunque, né misure punitive che possano generare situazioni di conflitto che non gioverebbero all’Unione e ai suoi Ventisette. Si potrebbe dire che sarà un voto obtorto collo, ma le responsabilità del Parlamento Europeo sul risultato finale del Patto migrazione e asilo affondano le radici nelle stesse scelte dell’ultimo anno dei negoziatori dei singoli file di cedere su quasi tutte le linee rosse iniziali, pur di portare a casa un accordo con i 27 governi Ue nel campo della migrazione e dell’asilo. Perché l’impostazione secondo cui ‘un Patto mal fatto è sempre meglio di nessun Patto’ ha permesso al Consiglio dell’Ue di imporre quasi in toto la sua linea negoziale e ha portato oggi gli eurodeputati – alla vigilia del voto finale in sessione plenaria – a smettere di esultare per un “accordo storico” e parlare esclusivamente di “responsabilità politica” nell’approvare l’intesa del 20 dicembre 2023, per avere un quadro armonizzato a livello europeo dopo anni di iter legislativo e in tempo per le elezioni di giugno.
Italia-Albania. Hub immigrati. La Corte Costituzionale albanese ha convalidato l’accordo sui migranti stipulato a novembre con l’Italia, che prevede una collaborazione nella gestione delle persone soccorse nel mar Mediterraneo. Lo scorso dicembre la Corte aveva annunciato che avrebbe esaminato due ricorsi presentati contro l’accordo, sospendendo temporaneamente il processo di ratifica che era già stato avviato dal parlamento del paese, e che ora potrà proseguire. L’accordo in questione era stato presentato a inizio novembre dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dal suo omologo albanese Edi Rama, e prevede che l’Albania ospiti nel proprio territorio due centri italiani per la gestione dei migranti. L’Italia si farebbe carico di tutti i costi legati alla costruzione dei centri, al trasporto e alla sistemazione dei migranti, pagando anche eventuali spese mediche; le autorità italiane dovrebbero essere responsabili dell’interno delle strutture, mentre le autorità albanesi della sicurezza all’esterno dei centri e durante il trasferimento dei migranti. Sull’accordo erano stati avanzati molti dubbi, relativi sia a problemi logistici che alla costituzionalità di alcune sue parti.

Unione Europea. Green Deal. Imballaggi, standard di emissioni per i camion e qualità dell’aria. Sono ancora numerosi i file del Green Deal, l’agenda di crescita verde varata dalla Commissione europea nel 2019 a inizio legislatura, su cui manca un accordo politico a livello di Unione europea. E spetterà alla nuova presidenza del Belgio alla guida dell’Ue – in carica dal primo gennaio e fino al 30 giugno – cercare di portarne quanti più possibile a traguardo, prima della scadenza della legislatura alla fine dell’anno. Non è un report rassicurante quello pubblicato oggi (25 gennaio) dal Sustainable Development Solutions Network, la rete di esperti creata dalle Nazioni Unite per monitorare l’implementazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg). L’Europe Sustainable Development Report 2023/24, arrivato alla sua quinta edizione, mostra che tra i 38 Paesi Ue, Efta e candidati all’adesione Ue “ci sono progressi, ma non alla velocità necessaria e con ineguaglianze che rimangono irrisolte“. Così riassume la situazione sul continente alla luce del nuovo report il vicepresidente del Sustainable Development Solutions Network, Guillaume Lafortune, parlando a un pool ristretto di giornalisti europei – tra cui Eunews – durante un incontro presso la sede del Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese) a Bruxelles. Un target climatico intermedio al 2040 “ambizioso” e attuazione del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’. Sono undici in tutto i Paesi Ue che ieri (25 gennaio) hanno indirizzato alla Commissione europea una lettera per chiedere un target di riduzione delle emissioni intermedio ambizioso, in vista della proposta che Bruxelles dovrebbe presentare il prossimo 6 febbraio. Undici delegazioni, senza l’Italia. Incoraggiamo “vivamente la Commissione europea a raccomandare, nella sua prossima comunicazione, un obiettivo climatico ambizioso per il 2040. Allo stesso tempo, dobbiamo garantire una corretta attuazione del pacchetto legislativo “Fit for 55”, si legge nella lettera, firmata dai ministri dell’ambiente, del clima e dell’energia di Austria, Bulgaria, Germania, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo. La stretta dell’Ue sui valori consentiti d’inquinamento dell’aria è arrivata proprio mentre in pianura Padana diverse città stanno superando da giorni i limiti massimi previsti attualmente. Ma per l’accordo politico raggiunto dal Consiglio dell’Ue e dall’Eurocamera – che punta a dimezzare le sostanze più inquinanti entro il 2030 – il Nord Italia avrà più tempo: dieci anni in più, a causa delle “specifiche condizioni climatiche e orografiche”. 329 voti a favore, 275 contrari e 24 astenuti (su 628 votanti). E’ un margine risicato ma consistente quello con cui l’Europarlamento riunito in sessione plenaria a Strasburgo ha adottato oggi (27 febbraio) la prima Legge Ue sul ripristino della natura, nonostante le minacce del centrodestra europeo di affossare il dossier diventato nei mesi scorsi simbolo del Green Deal. Via libera definitivo alla legge sull’industria a zero emissioni nette, più nota come ‘Net Zero Industry Act‘. A larga maggioranza (361 voti favorevoli, 121 contrari e 45 astensioni) l’Aula del Parlamento ha approvato il regolamento che intende rafforzare la produzione delle tecnologie necessarie per la decarbonizzazione, rispondendo agli obiettivi di clima ed energia incardinati nel Green Deal.
L’Ue verso il divieto del commercio dei prodotti provenienti da lavoro forzato sul mercato europeo. Durante la sessione della plenaria del Parlamento europeo tenuta oggi (23 aprile) a Strasburgo, l’Eurocamera si è espressa largamente a favore della proposta, con 555 voti positivi, 6 contrari e 45 astenuti la Plenaria ha approvato la mozione. Il Parlamento europeo ha votato per bloccare tutti i prodotti frutto di lavoro forzato, provenienti sia dal mercato interno che da fuori dall’Ue. Non solo, saranno colpiti anche i beni che sfruttano i lavoratori nelle sue componenti marginali (come l’imballaggio) o nella catena logistica. La votazione di oggi rappresenta l’ultimo passo compiuto dall’Ue nella lotta alle condizioni di lavoro inique. L’accelerata per vietare la vendita di prodotti derivati da lavoro forzato è arrivata su impulso della Commissione, che già nel settembre 2022, aveva posto la questione come prioritaria.
Slovacchia. Nuovo codice penale. La tanto contestata riforma del Codice Penale in Slovacchia ha superato la prova del voto in Parlamento e ora è pronta per entrare in vigore nel giro di un mese. Non sono bastate settimane di incessanti proteste di piazza da parte delle opposizioni liberali e centriste per scongiurare i piani del nuovo governo formato da forze socialdemocratiche e di estrema destra e guidato da Robert Fico di modificare il Codice Penale e indebolire lo Stato di diritto nel Pese. Una questione di particolare interesse anche per l’intera Unione Europea, le cui istituzioni stanno studiando le implicazioni e le conseguenze sugli standard del rispetto delle regole e valori comuni con la nuova legislazione nazionale.

Grecia. Matrimonio egualitario. Promossa dal governo conservatore nonostante l’opposizione frontale della influente Chiesa ortodossa, la riforma è passata con 176 voti favorevoli, 76 contrari e 2 astensioni, grazie ai voti di diversi partiti di opposizione. Il premier greco: “Migliora la vita dei concittadini” Il Parlamento greco ha approvato la legge sul matrimonio omosessuale e l’adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso, una misura promossa dal governo conservatore nonostante l’opposizione frontale della influente Chiesa ortodossa. Con 176 voti favorevoli, 76 contrari e 2 astensioni, la riforma è stata approvata con scioltezza, grazie ai voti di diversi partiti di opposizione. Una parte dei 158 deputati del partito di governo, i conservatori di Nuova Democrazia (ND), ha votato contro, si sono astenuti o hanno lasciato la Camera. La Grecia diventa così il 20° Paese in Europa e il primo cristiano ortodosso a permettere il matrimonio di coppie dello stesso sesso.
Cechia. Unioni civili. La camera bassa del Parlamento della Repubblica Ceca ha bocciato l’ipotesi del matrimonio egualitario, di cui si parla frequentemente dal lontano 2018, estendendo le unioni esistenti – chiamate partnership – alle coppie dello stesso sesso. Il nuovo disegno di legge, approvato con 123 voti favorevoli e 36 contrari, darà più diritti alle coppie dello stesso sesso rispetto a prima, ma non si potrà ancora parlare di matrimonio. Sarebbe stato il primo Paese dell’Est Europa ad approvarlo. Niente matrimonio egualitario, ma una legge sulle unioni civili più inclusiva e dettagliata. Il parlamento della Repubblica Ceca ha ampliato la vecchia legge del 2006, approvata dopo 4 tentativi andati a vuoto nel 1998, 1999, 2001 e 2005, garantendo ora alle coppie dello stesso sesso unite civilmente anche i diritti di proprietà e di successione, nonché l’adozione del figlio biologico del partner.
Germania. Autodeterminazione genere. Il parlamento tedesco ha ufficialmente approvato una storica “legge sull’autodeterminazione” che renderà più semplice per le persone trans e non binarie di età pari o superiore a 14 anni cambiare legalmente nome e genere sui documenti ufficiali. In precedenza, le persone che volevano vedere riconosciuto legalmente il proprio genere dovevano fare i conti con una legge vecchia di 40 anni, che richiedeva alle persone trans valutazioni di esperti medici “sufficientemente familiari con i problemi particolari del transessualismo”. Persone costrette ad affrontare un percorso lungo e spesso invasivo, che richiedeva valutazioni infinite nonché un processo giudiziario. Proprio come accade nel nostro paese.
Svezia. Autodeterminazione genere. Con 234 voti favorevoli, 94 contrari e nessun astenuto, il parlamento svedese ha deciso di abbassare l’età minima legale per la transizione chirurgica di genere da 18 a 16 anni, facilitando anche la procedura di adeguamento del genere sui documenti ufficiali e le procedure rivolte all* maggiorenni. Il paese nordico è già pioniere nella riassegnazione legale del genere sin dal 1972. La coalizione di centrodestra guidata dal primo ministro conservatore, Ulf Kristersson, è però apparsa divisa sull’argomento: mentre moderati e liberali hanno mostrato un ampio sostegno al nuovo regolamento, i piccoli partiti democristiani si sono invece messi in opposizione. Non sorprende il disappunto dei Democratici Svedesi, partito populista con radici nell’estrema destra che sostiene il governo in parlamento senza farne parte, e che ha fortemente contestato il disegno di legge.
Lituania. Autodeterminazione genere. Tirata d’orecchie per la Lituania: nei giorni scorsi, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha sollecitato il governo a prendere misure decisive per regolamentare più chiaramente le procedure di riassegnazione di genere, facendo seguito a una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) risalente a più di 15 anni fa. Paese fortemente influenzato dal proprio retaggio sovietico poiché parte della Federazione Russa fino ai primi anni 90’, la Lituania è stato indipendente dal 1991, e parte dell’Unione Europea dal 2004, nell’ambito di uno dei più significativi allargamenti nella storia dell’UE, che ai tempi segnò l’adesione di 10 nuovi stati membri. Un momento cardine nel processo di integrazione europea, simbolo della riunificazione dopo decenni di divisione durante la Guerra Fredda. La Lituania si trovò allora a fare i conti con la pesante influenza sovietica sulle proprie politiche, e andò incontro a un profondo processo di rinnovamento per adeguare i propri regolamenti a quelli dell’UE – anche in ambito di diritti delle minoranze e comunità lgbt.
Unione Europea. Dichiarazione europea sui diritti della comunità lgbt. l’Italia non ha aderito a una dichiarazione del Consiglio dell’Unione Europea che aveva l’obiettivo di promuovere nei paesi membri politiche di uguaglianza e rispetto dei diritti umani verso le persone della comunità lgbt. Ne sono nate molte critiche al governo italiano di Giorgia Meloni, soprattutto da membri dei partiti dell’opposizione. Il Consiglio dell’Unione Europea è l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 paesi membri e detiene il potere legislativo insieme al parlamento. La dichiarazione era stata proposta dalla presidenza di turno belga in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia: è un documento dal valore perlopiù simbolico e senza particolari effetti concreti, che ribadisce concetti e valori già affermati in diversi trattati europei. Decidere di non aderire è insomma una presa di posizione politica, più che il tentativo di evitare imposizioni di qualche tipo: non hanno firmato il documento Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, 9 paesi su 27.
Unione Europea. Omofobia. Oltre il 30% dei Paesi del mondo ancora oggi criminalizza gli atti omosessuali consensuali. A confermarlo è un report di ILGA World, Laws on Us il titolo, che ha documentato quanto avvenuto nei 193 stati membri delle Nazioni Unite, in diversi Paesi fuori dalle Nazioni Unite e in una serie di giurisdizioni subnazionali, tra gennaio 2023 e aprile 2024. Pubblicato poco prima del Pride Month, che inizia sabato 1 giugno, il rapporto mostra come il 32% della popolazione mondiale continui a criminalizzare gli atti consensuali tra persone dello stesso sesso – inclusi 60 Stati membri delle Nazioni Unite.
Unione Europea. Definizione di stupro. Trovare una definizione comune del reato di stupro sulla base dell’assenza di consenso. La proposta di direttiva sulla lotta alla violenza di genere entra nella fase finale del negoziato, con un incontro domani (6 febbraio) a Strasburgo tra i negoziatori di Europarlamento e Consiglio Ue che potrebbe portare a un accordo politico storico per l’Unione. “Chiediamo che gli Stati membri dicano sì all’inclusione del reato di sesso senza consenso come stupro”, incalza in un post su X (ex Twitter) l’eurodeputata svedese Evin Incir (S&D), che insieme all’irlandese Frances Fitzgerald (Ppe) è co-firmataria della posizione dell’Eurocamera. E accusa di frenare l’accordo “due uomini liberali e uno illiberale – il presidente Macron in Francia, il ministro della Giustizia Buschmann in Germania e il primo ministro ungherese Viktor Orbán”, aggiunge.

Unione Europea. Media Freedom Act. La legge Ue per tutelare l’indipendenza dei media è a un passo dal traguardo. Oggi (13 marzo) l’Eurocamera ha confermato a larga maggioranza il supporto al testo del regolamento uscito dai triloghi interistituzionali: limiti all’uso di spyware contro i giornalisti e all’utilizzo di metodi coercitivi per rivelare le fonti, migliori garanzie di indipendenza editoriale dei media pubblici e meccanismi per impedire alle grandi piattaforme di rimuovere arbitrariamente contenuti. Perché sia legge, manca solo il via libera finale degli Stati membri. Il nuovo regolamento, approvato dall’emiciclo di Strasburgo con 464 voti favorevoli, 92 voti contrari e 65 astensioni (tra le quali Lega e Fratelli d’Italia), obbligherà i Paesi Ue a proteggere l’indipendenza dei media e contrastare qualsiasi forma di ingerenza nelle decisioni editoriali. “Per la prima volta avremo un regolamento che verrà recepito integralmente negli Stati membri”, ha esultato la relatrice del testo per l’Eurocamera, Sabine Verheyen. Contro il Media Freedom Act solo i Conservatori e Riformisti (Ecr) e Identità e Democrazia (Id), si astengono le delegazioni di Fratelli d’Italia e della Lega. “Incredibile ma vero – li ha subito bacchettati l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Laura Ferrara -, evidentemente rimpiangono l’Unione sovietica dove non esisteva il pluralismo e per loro è più importante usare la Tv di Stato come una appendice della loro propaganda”.
Grecia. Stato di diritto. Una lettera durissima, firmata da 17 organizzazioni europee e indirizzata direttamente alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per cercare di mettere un punto al deterioramento dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali in Grecia. Capi d’accusa pesanti su “gravi e persistenti violazioni” di quanto previsto dai Trattati Ue – da uno scandalo di sorveglianza all’interferenza del governo nei media, fino all’ambiente di lavoro “complessivamente insicuro” e al sistema giudiziario penale utilizzato per minacciare i gruppi della società civile e gli attivisti – per cui l’esecutivo comunitario è esortato ad attivarsi per indagini approfondite ed eventuali misure punitive. Tra cui la sospensione dell’erogazione dei fondi Ue.
Slovacchia. Stato di diritto. Le preoccupazioni per lo stato di diritto in Slovacchia sono emerse oggi (11 aprile) durante il dibattimento al Parlamento Europeo. Didier Reynders, commissario alla Giustizia, ha esposto agli eurodeputati i timori della Commissione sugli sviluppi provenienti da Bratislava. La riforma della giustizia, l’intervento dello Stato nella televisione pubblica e la libertà dei giornalisti sono state le tematiche che più hanno preoccupato Bruxelles. “In Polonia sappiamo bene quant’è difficile riparare i danni fatti dai populisti”, ha detto l’eurodeputato dei socialisti (S&D) Łukasz Kohut, invitando la Slovacchia a cancellare le sue riforme prima che sia troppo tardi. Nonostante gli avvisi della Commissione di fermarsi, il governo del nazionalista Robert Fico ha proseguito nell’abolizione dell’ufficio del procuratore speciale, ruolo a cui spettava investigare sui reati più gravi (come quelli legati alla criminalità organizzata e la corruzione di alto livello). La riforma della giustizia preoccupa per come il governo abbia indebolito il ruolo della magistratura, rischiando d’incrinare lo stato di diritto. Reynders ha avvertito che “non esiteremo a intraprendere azioni per tutelare il diritto unionale”, sottolineando come la riforma cozzi con i principi europei. Un “giorno nero” per il servizio pubblico in Slovacchia. Con queste parole, il direttore della Radio e Televisione della Slovacchia (Rtvs), Lubos Machaj, si appresta a fare le valigie: il Parlamento di Bratislava ha approvato la controversa riforma del servizio pubblico messa a punto dal governo populista di Robert Fico, che sostituirà la Rtvs con una nuova emittente pubblica in mano all’esecutivo. Il provvedimento è stato votato ieri sera (20 giugno): 78 deputati si sono espressi a favore della soppressione della Rtvs, mentre le opposizioni in segno di protesta hanno abbandonato l’aula prima del voto. La legge entrerà in vigore a partire da luglio, una volta firmata dal neo presidente della Repubblica, il nazionalista Peter Pellegrini, in carica dal 15 giugno. Il leader del principale partito d’opposizione Slovacchia Progressista (PS), Michal Šimečka, ha definito la legge vergognosa e ha dichiarato di volerla impugnare davanti alla Corte Costituzionale.
Italia. Stato di diritto. La cancellazione di un intervento dello scrittore Antonio Scurati sul 25 aprile previsto per sabato sera nel programma di Rai 3 Chesarà di Serena Bortone ha provocato un caso politico e attirato sulla dirigenza della Rai e sul governo di Giorgia Meloni estese accuse di censura. Il testo del monologo definiva Fratelli d’Italia «gruppo dirigente post-fascista» e accusava esplicitamente il partito di Giorgia Meloni di voler «riscrivere la storia» e di disconoscere la Resistenza e l’antifascismo, ma l’intervento è stato annullato senza spiegazioni chiare. Dopo la denuncia di quanto successo e una giornata di polemiche, sabato sera la conduttrice di Chesarà Serena Bortone ha letto comunque in onda l’intervento, che nel frattempo è stato estesamente condiviso sui social. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana e diversi sindacati internazionali dei giornalisti hanno chiesto alla Commissione europea di avviare un’indagine sugli attacchi alla stampa da parte del governo di Giorgia Meloni. La data sul calendario per una prima valutazione era quella del 3 luglio, giorno previsto per la possibile pubblicazione del Rapporto annuale sullo stato di diritto nei Paesi membri. Ma a Bruxelles non sembrano avere fretta. L’adozione del rapporto potrebbe slittare più avanti e arrivare solo una volta chiusi i giochi per la rielezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea.

Ungheria. Fondi Ue. Ma per l’Ungheria il flusso di denaro da Bruxelles inizia a riempire le casse pubbliche. Dopo le decisioni tra fine novembre e metà dicembre 2023 prese dalla Commissione Europea, Budapest sta ricevendo le prime tranche di pagamento dei fondi Ue che finora erano rimasti congelati per questioni relative al mancato rispetto dello Stato di diritto. E al termine della prima settimana del nuovo anno, l’ammontare dei pagamenti ricevuti dall’Ungheria ha già superato il miliardo di euro. In primis Budapest ha ricevuto 779,5 milioni (su 900 previsti) come pre-finanziamento del capitolo RePowerEu da 4,6 miliardi di euro relativo al Piano nazionale di ripresa e resilienza, approvato dall’esecutivo comunitario il 23 novembre 2023. Il pagamento è della scorsa settimana, ma l’annuncio da parte della Commissione è arrivato solo ieri (4 gennaio): “Accelererà la realizzazione degli obiettivi del piano RePowerEu di risparmio energetico, produzione di energia pulita e diversificazione delle forniture energetiche, al fine di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina”. A differenza del Pnrr generale, l’esborso dei pre-finanziamenti del capitolo RePowerEu è automatico e non vincolato dal rispetto dei ‘super-obiettivi’ sullo Stato di diritto. La seconda tranche da 120,5 milioni di euro “deve essere versata entro 12 mesi dall’erogazione della prima”, hanno reso noto i servizi della Commissione. A Bruxelles diventano sempre più esplicite le tensioni tra le istituzioni comunitarie sulla decisione della Commissione Europea di scongelare oltre 10,2 miliardi di euro dei fondi della politica di coesione, della pesca e degli Affari interni. È in programma per mercoledì mattina (17 gennaio) un dibattito alla sessione plenaria del Parlamento Ue proprio sulla ‘situazione in Ungheria e i fondi Ue scongelati’ – al termine di quello sulle dichiarazioni di Commissione e Consiglio sul vertice dei leader del 14-15 dicembre e sulla preparazione del Consiglio straordinario del primo febbraio – mentre i gruppi politici di maggioranza affilano i coltelli contro lo stesso gabinetto von der Leyen che sostengono. Dal 2010 in poi, da quando è tornato al governo per la seconda volta, infatti, Viktor Orban ha posto le basi per un governo che di democratico ha poco: ha cambiato la Costituzione, controlla i media, discrimina le minoranze, soprattutto quello lgbt e con un colpo di mano ha creato circoscrizioni che rendono Fidesz, il suo partito, l’unico in grado di vincere. Ma com’è potuto accadere che l’Ungheria diventasse il paese illiberale di oggi? Vediamo insieme il percorso da democrazia a democrazia illiberale. L’ufficio per la sovranità dell’Ungheria è contrario al diritto dell’Unione europea ed è in violazione dello Stato di diritto. La Commissione europea boccia l’Ungheria, e avvia una procedura d’infrazione per un provvedimento considerato incompatibile con norme, principi e valori comunitari. Nel mirino la legge sulla difesa della sovranità nazionale, adottata dal parlamento ungherese il 12 dicembre 2023 ed entrata in vigore il 22 dicembre 2023. Una legge che non va.
Polonia, Fondi Ue. La Corte suprema della Polonia annulla e riscrive la giustizia del Paese degli ultimi anni: tutti i pronunciamenti emessi dai giudici nominati “illegalmente” nel Tribunale costituzionale sulla scia della riforma voluta dal partito di governo Diritto e giustizia (PiS) non sono validi. La sentenza dell’Alta corte polacca rischia di produrre un vero e proprio terremoto, visto che si tratta di riconsiderare sentenze e decisioni, inclusa quella che ha visto il divieto dell’aborto, reso impossibile con la sola eccezione di stupro, incesto o rischio per la vita della madre, e oggetto di scontri con l’Unione europea. Non è stato un passaggio di testimone senza traumi per la Polonia, dopo le elezioni di ottobre dello scorso anno che hanno consegnato al popolare Donald Tusk la guida del governo. Perché nonostante l’uscita di scena (almeno momentanea) dell’ex-premier ultraconservatore, Mateusz Morawiecki, il partito Diritto e Giustizia (PiS) che per otto anni è stato al potere può ancora contare su una figura istituzionale di primissimo piano: il presidente della Repubblica, Andrzej Duda. A nemmeno un mese dall’entrata in carica del nuovo gabinetto Tusk, la tensione tra i due leader polacchi è già altissima sul tema che per anni ha reso difficilissimi i rapporti tra Varsavia e Bruxelles – il rispetto dei principi dello Stato di diritto – come stanno dimostrando gli episodi di cronaca politica delle ultime ore nel Paese. Il dossier ‘fondi Ue’ per la Polonia si è sbloccato ufficialmente. La Commissione Europea ha dato oggi (29 febbraio) il semaforo verde al flusso di finanziamenti europei a Varsavia dal Next Generation Europe e dalla politica di Coesione, per un valore complessivo pari a 137 miliardi di euro. Un annuncio atteso da giorni, dopo i colloqui a tre di venerdì scorso (23 febbraio) tra la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, il primo ministro polacco, Donald Tusk, e l’omologo belga e presidente di turno del Consiglio dell’Ue, Alexander De Croo, a Varsavia. Piena fiducia da parte della Commissione europea alle buone intenzioni del governo polacco di Donald Tusk. In seguito al piano d’azione presentato da Varsavia a febbraio per rispondere all’annosa controversia sullo Stato di diritto e sull’indipendenza del sistema giudiziario, l’esecutivo Ue ha annunciato la propria intenzione di chiudere la procedura secondo l’articolo 7 del Trattato Ue. Quella per cui Bruxelles ha tenuto congelati per anni oltre cento miliardi di fondi comunitari destinati alla Polonia.
Unione Europea. Giustizia penale. Per gli Stati membri dell’Ue presto sarà più semplice trasferire i procedimenti penali da una capitale all’altra. A nemmeno un anno dalla presentazione della proposta della Commissione Ue per combattere più efficacemente la criminalità transfrontaliera, i co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue hanno raggiunto nella tarda serata di ieri (6 marzo) l’intesa provvisoria sulla nuova legge per il trasferimento dei procedimenti penali, con tutta una serie di norme che ne regolano le condizioni di applicazione e che eviteranno “inutili procedimenti paralleli” nei confronti dello stesso indagato in diversi Stati membri dell’Unione.

Unione Europea. Riforma del mercato farmaceutico europeo. Potrebbe finire presto l’Europa in cui i farmaci, in particolare antibiotici e oncologici, sono sempre meno e costano sempre di più, e in cui le piccole industrie farmaceutiche sono messe ai margini da un sistema di brevetti che va a tutto vantaggio dei colossi del Big Pharma. La proposta della Commissione europea di rinnovare la legislazione farmaceutica dell’Ue avanza: oggi (10 aprile) l’Eurocamera ha detto sì alle norme per promuovere l’innovazione, migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e l’accessibilità economica dei medicinali. Il pacchetto legislativo messo sul tavolo dall’esecutivo von der Leyen ad aprile 2023 consiste in una nuova direttiva – adottata dagli eurodeputati con 495 voti favorevoli, 57 contrari e 45 astensioni – e un regolamento – adottato con 488 voti favorevoli, 67 contrari e 34 astensioni -. Il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha affermato in aula che “l’obiettivo è sempre stato garantire l’accesso equo e tempestivo ai medicinali per tutti i cittadini europei e al contempo promuovere l’innovazione e la competitività per la nostra industria”. Due obiettivi che – “diversamente da certe argomentazioni” – secondo Schinas sono “sia compatibili che praticabili”.
Unione Europea. Relazione Draghi. Il percorso verso la definizione delle priorità della competitività europea è pronto al via, con due rapporti da dettagliare e un’agenda strategica da mettere a terra. Se l’inizio di questo percorso è affidato a Enrico Letta e al suo rapporto sul futuro del Mercato unico, il crocevia passerà da un altro ex-premier italiano, Mario Draghi e la sua relazione sul futuro della competitività europea. E per la prima volta dall’assegnazione dell’incarico da parte della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è stato proprio Draghi a indicare le direttrici del suo lavoro, che si imposta non in concorrenza ma in linea di continuità con il testo che sarà presentato al Consiglio Europeo straordinario in programma domani e dopodomani (17-18 aprile) e che influenzerà il capitolo ad hoc delle conclusioni del vertice dei leader Ue.
Italia. Decreto Elezioni. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che modifica il numero di mandati consecutivi consentiti ai sindaci dei comuni medio-piccoli. I sindaci dei comuni fra i 5 e i 15mila abitanti potranno fare tre mandati consecutivi (attualmente erano al massimo due) mentre nei centri sotto i 5mila abitanti viene eliminato ogni limite. La decisione del governo è stata accolta positivamente dall’ANCI, l’associazione dei comuni italiani, ma anche dalla Lega, che negli ultimi tempi aveva fortemente sostenuto questa misura. Il partito di Matteo Salvini vorrebbe estendere i mandati anche per tutti gli altri sindaci e per i governatori delle Regioni, ma le altre forze della maggioranza di governo, Fratelli d’Italia e Forza Italia, si sono finora mostrate meno propense ad approvare questa modifica.
Italia. Vertici. Il futuro dell’Europa sul tavolo del colloquio tra Giorgia Meloni e Charles Michel a Palazzo Chigi. Lo sfondo è l’Agenda strategica 2024-2029, che sarà presentata a giugno, ma si parla soprattutto del prossimo Consiglio europeo, l’ultimo prima delle elezioni. Charles Michel parla di un “ottimo incontro” e non fa pronostici sul futuro delle istituzioni. Non si sbilancia neanche con chi gli chiede di un possibile ruolo di Mario Draghi: “Gli elettori faranno una loro scelta e poi, in base ai risultati, potremo andare a vedere l’orientamento del Consiglio europeo e concordare un’agenda sugli sviluppi futuri”, risponde. I leader dei Ventisette iniziano ad arrivare alla sede del Consiglio europeo, ed il clima sembra quello di tentare di stemperare le tensioni con il governo italiano sul tema più caldo sul tappeto, le nomine per i posti di vertice. Tra i primi ad entrare al palazzo Justus Lipsius è il premier polacco Donald Tusk, il quale, interpellato dai giornalisti, diche di non aver “ancora parlato con Meloni”, ma aggiunge che “penso che oggi ne avremo l’occasione”. L’esponente del Ppe, membro del tavolo che ha indicato i nomi per i tre “top jobs” tiene però a sottolineare che “una cosa deve essere chiara: nessuno rispetta la premier Meloni e l’Italia più di me”. Però, spiega “a volte serve una piattaforma per rendere più fluide le decisioni e abbiamo raggiunto una posizione comune tra le forze maggiori al Parlamento Europeo. Le nostre negoziazioni nella piattaforma politica sono servite per facilitare il dialogo”, ma, rimarca, “la decisione è di Meloni e degli altri leader”.

Unione Europea. Eurofestival 2024. Edizione difficoltosa. E non per colpa dell’organizzazione svedese. Forti contestazioni all’artista israeliana per la guerra in corso e esclusione dalla finale per l’artista olandese (nonostante si sia qualificato dalla semifinale) per una presunta aggressione a una cameraman dello staff dell’organizzazione (fatto su cui la polizia svedese indaga).Bellina la canzone dell’Italia che con Angelina Mango non ha sfigurato; ma sapendo tutte le canzoni che hanno partecipato allo scorso Festival di SanRemo qualcuno avrebbe meritato di più. I favoriti della vigilia erano nell’ordine Croazia, Svizzera, Ucraina, Italia, Israele e Francia. E direi che anche se c’è stata qualche sorpresa ci hanno preso abbastanza gli scommettitori.












































