Stiamo parlando del Pd targato Matteo Renzi. Quello che ereditò dalla Pierluigi Bersani e che portò al 41% di consenso alle Europee del 2014. Il Pd che tra il 2013 e il 2018 era diventato egemone nel centrosinistra. Caso più unico che raro in parlamento rappresentava quasi da solo tutta l’area di centrosinistra. Il punto è che all’interno del Pd c’è sempre stato di tutto e di più e un segretario come Matteo Renzi (ma anche Veltroni) è sempre stato osteggiato per la sua volontà di cambiamento.
C’è da precisare però che anche al centro del parlamento, il Pd di Renzi raccoglieva grandi consensi; essendo arrivato a far entrare nelle proprie fila più di metà dei parlamentari iniziali di Scelta Civica. Il resto fu diviso tra il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e una piccola formazione centrista Civici e Innovatori, che fini per fondersi con la creatura di Stefano Parisi Energie per l’Italia; che a sua volta abbandono la politica per scarso consenso.
Ma torniamo a sinistra del Pd di Renzi. E vediamo tutti gli smottamenti e le scissioni che la sua politica creò. Siamo nel 2015. Giuseppe Civati con cui ha iniziato l’avventura della Leopolda è ormai un suo oppositore, quando un oppositore della ditta all’interno del Pd. Giuseppe Civati, dopo la partecipazione alle primarie del 2013 del Partito Democratico (PD) vinte da Matteo Renzi, inizia a manifestare criticità nei confronti della linea del partito definendola pesantemente liberale, sfociando successivamente in una serie di voti contrari in Parlamento su altrettante leggi considerate fondamentali nell’agenda del Governo Renzi come quella del Jobs Act, la nuova legge elettorale, la riforma costituzionale e la riforma della pubblica amministrazione. Civati ha a lungo accusato il Presidente del Consiglio di essere un uomo di destra che sta spostando il PD verso principi di destra o lo sta trasformando nel “partito della nazione” centrista. Il 26 maggio 2015, dopo mesi di tensioni con il segretario del Partito Democratico e Presidente del Consiglio, Giuseppe Civati sceglie di lasciare il PD. L’uscita di Giuseppe Civati è stata immediatamente preceduta da quella di Luca Pastorino, membro della Camera dei deputati, che nel 2015 ha corso, con il sostegno di Civati, per la presidenza della regione Liguria, ottenendo il 9,41%. Segue poi l’uscita di Elly Schlein, membro del Parlamento europeo, del gruppo dei Socialisti e Democratici. Più tardi altri deputati, tra cui Beatrice Brignone, Andrea Maestri e Toni Matarrelli, si sono iscritti al partito. Nel corso degli anni la voce di Civati andrà a spegnersi fino a scomparire. Per elezioni 2022 ha tentato di essere ospitato nelle liste di Avs senza successo; perchè uno dei due contraenti (Sinistra Italiana) non voleva allearsi con lui.
Durante il governo Renzi tutti all’interno del suo partito (tranne i suoi fedelissimi) erano contro il premier. Caso più unico che raro in tutta la storia italiana. Se tra gli oppositori interni di Renzi ci fu chi lo continuò a contestare internamente, aspettando tempi migliori e chi decise di fuoriuscire dal partito. Tra questi ultimi si ricorda il caso di Corradino Mineo. Il 12 giugno 2014 viene decisa, ad esempio, a maggioranza da parte del gruppo PD al Senato la sua sostituzione da membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato con il capogruppo democratico al Senato Luigi Zanda. La sostituzione di Mineo segue di qualche giorno quella del popolare Mario Mauro; ambedue erano considerati critici della riforma del Senato presentata dal ministro Maria Elena Boschi, avendo votato e contribuito ad approvare l’ordine del giorno di Roberto Calderoli sull’elettività diretta dei senatori (su cui il governo aveva dato parere negativo). Mineo definì tale scelta un grave errore politico, messo in atto soltanto per blindare i numeri in Commissione. Nel dicembre 2014 è l’unico senatore del PD a negare la fiducia posta dal governo sul Jobs Act. Nell’ottobre 2015, dopo aver votato contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi, lascia il gruppo del Partito Democratico al Senato della Repubblica, aderendo al Gruppo misto.
O ad esempio c’è il caso di Stefano Fassina, che addirittura fece una scissione in piena regola e contribuì in seguito a costruire Sinistra Italiana, anche se in breve tempo si scisse anche da essa e scomparì da politica. Ma andiamo con ordine. Alle elezioni primarie del PD del 2013 appoggia la mozione di Gianni Cuperlo, considerato vicino a Massimo D’Alema, ma che risulterà perdente, arrivando secondo al 18,21% dei voti contro il 67,55% dei voti di Renzi. Il 4 gennaio 2014, in contrasto con la nuova linea politica intrapresa dal segretario del PD Renzi, presenta le sue dimissioni irrevocabili e lascia l’incarico di viceministro dell’economia. Durante la conferenza stampa al termine della riunione della segreteria del PD, Renzi aveva risposto con una battuta al giornalista che gli aveva fatto una domanda sul rimpasto e sulle ripetute richieste di chiarimento politico avanzate dal viceministro dell’Economia; il giornalista aveva pronunciato il nome di Fassina e Renzi lo aveva interrotto domandando: “Fassina chi?“; di tutta risposta Fassina commentò: «Le parole del segretario Renzi su di me confermano la valutazione politica che ho proposto in questi giorni: la delegazione del PD al governo va resa coerente con il risultato congressuale. Non c’è nulla di personale. Questione politica. Un dovere lasciare per chi, come me, ha sostenuto un’altra posizione». Il 4 maggio 2015 è tra coloro che votano no all’Italicum, la nuova legge elettorale approvata dalla Camera, dichiarando poi di non volersi ricandidare con il PD. Il successivo 23 giugno Fassina, durante un incontro con i militanti del circolo PD di Capannelle (Roma), annuncia la sua uscita dal Partito Democratico dopo mesi in rottura con le scelte di Renzi nella gestione del partito e del governo, culminate con la decisione di mettere la fiducia sulla riforma Buona scuola, e di voler costruire una “sinistra alternativa“. Il giorno successivo annuncia l’abbandono anche dal suo gruppo parlamentare alla Camera assieme a Monica Gregori. Successivamente lancia il movimento politico Futuro a Sinistra. Il 3 novembre 2015 aderisce al gruppo parlamentare Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà (SEL). Il 7 novembre viene fondata Sinistra Italiana, che nasce dalla fusione proprio di Sel e Futuro a Sinistra. Nello stesso mese, in vista delle elezioni amministrative del 2016, si candida a sindaco di Roma, trovando l’appoggio oltreché da Futuro a Sinistra anche da Sinistra Italiana-SEL, Rifondazione Comunista, Partito Comunista d’Italia, L’Altra Europa con Tsipras, Possibile e vari gruppi locali della capitale, dando vita alla lista “Sinistra X Roma“, ma al momento della presentazione ufficiale della candidatura, l’8 maggio 2016, le autorità competenti non ammettono la lista alle elezioni per alcune carenze formali; il 16 maggio successivo il Consiglio di Stato accoglie il ricorso di Fassina e consente la regolare partecipazione della lista alle elezioni comunali. Il 5 giugno 2016, in seguito alla riammissione della sua lista alla corsa elettorale, viene eletto consigliere comunale di Roma. La lista ottiene il 4,47% dei consensi.
Ma la scissione di quel periodo che viene più ricordata è quella di Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista perchè attorno a se raccoglieva il cuore di coloro che venivano definita “la ditta” e anche quella che era stata la guida dei Ds che avevano contribuito a creare il Pd nel 2007 e che fino all’avvento di Renzi avevano avuto il potere decisionale all’interno del partito. Il fatto che terremota il Pd è il risultato del referendum costituzionale del dicembre 2016 perso dal Pd di Renzi per la modifica della Costituzione. Preso atto del risultato Renzi decide di dimettersi dal governo; ma di restare segretario del Pd. Paolo Gentiloni va a Palazzo Chigi al suo posto. Nel febbraio del 2017 Renzi decise di dimettersi da segretario, candidandosi alle successive elezioni primarie del PD da tenersi dopo circa due mesi. Ciò non venne considerato sufficiente dalla maggior parte delle componenti di sinistra, che richiedevano, per garantire un maggiore dibattito fra le varie anime del partito, di tenere le primarie dopo l’estate, continuando a sostenere il Governo Gentiloni e respingendo qualsiasi richiesta di voto anticipato. Il 25 febbraio 2017 nasce quindi, Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista, i cui leader sono Roberto Speranza, Arturo Scotto, Enrico Rossi e Pier Luigi Bersani. Altri membri rappresentativi sono Massimo D’Alema, Claudio Fava, Guglielmo Epifani, Vasco Errani, Vincenzo Visco, Flavio Zanonato e Carlo Pegorer. Il 3 marzo 2017 Sergej Stanišev, presidente del Partito Socialista Europeo, dichiara di non voler accogliere nel PSE i membri del neonato Movimento Democratico e Progressista, poiché formato da scissionisti rispetto a un partito, il PD, già membro del PSE dal 2014. La dichiarazione viene contestata da Roberto Speranza, che la indica come sintomo della «crisi del socialismo europeo». In ogni caso, i tre eurodeputati di Articolo 1 – MDP fanno parte del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) nel Parlamento europeo. Il 1º luglio 2017 Mdp promuove una manifestazione in piazza Santi Apostoli a Roma, insieme a Campo Progressista di Giuliano Pisapia e ad altre forze politiche di centro-sinistra, per lanciare Insieme, un nuovo soggetto politico in vista delle elezioni politiche del 2018. Il 3 ottobre 2017 il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico si dimette e Roberto Speranza comunica che Articolo Uno passerà all’appoggio esterno al governo, sperando in una svolta radicale sulle politiche governative. Pochi giorni dopo, in seguito all’annuncio da parte di Speranza dell’indizione di un’assemblea per un nuovo soggetto politico in vista delle elezioni, avviene la rottura con Campo Progressista di Giuliano Pisapia, sancendo di fatto la fine di Insieme, il soggetto lanciato il 1º luglio. Nei giorni seguenti Articolo Uno non vota le tre questioni di fiducia poste dal governo Gentiloni sull’approvazione del Rosatellum (la nuova legge elettorale proposta da Ettore Rosato, capogruppo PD alla Camera), annunciando il 17 ottobre l’uscita dalla maggioranza e il passaggio all’opposizione.
Ma la scissione dal Pd più clamorosa in assoluto è quella della legislatura successiva. Quella cioè fatta proprio da Matteo Renzi il 18 settembre 2019, che stanco di essere continuamente ostacolato dagli oppositori interni decide fare ai assieme ai parte dei suoi fedelissimi una scissione, facendo così nascere Italia Viva. Al Senato ci sono già 8 nomi certi: lo stesso Renzi, Francesco Bonifazi, Teresa Bellanova, Davide Faraone, Ernesto Magorno, Tommaso Cerno, Eugenio Comincini, Laura Garavini. A cui dovrebbero aggiungersi Nadia Ginetti, Leonardo Grimani, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Francesco Giacobbe, Andrea Ferrazzi e Mauro Laus. E siamo a 15 senatori. Alla Camera, invece, i sicuri sono Giachetti, Nobili, Anzaldi, Carè, Librandi, Boschi, Di Maio, Mor, Marattin, Fregolent, Scalfarotto, Rosato, Migliore, Annibali, Del Barba, Paita, Gadda, De Filippo, Rossi.
Da quel momento nel Pd si susseguono tre segreterie Martina, Zingaretti e Letta, che faticano a dare un’anima al Pd post renziano. Nonostante Italia Viva di Renzi non riesce ad avere i consensi sperati, anche per la campagna di inchieste di tutti i tipi create da giudici vicini politicamente alla ditta volti a cancellare politicamente Matteo Renzi, l’ex premier è sempre protagonista arrivando a determinare prima la formazione del Conte I, in cui pretese che il Pd restasse in panchina e poi la formazione del Conte II in cui per contrastare Matteo Salvini che andava vagheggiando in costume in spiaggia di voler avere i piani poteri fece rientrare il Pd (e Iv) al governo e tutto questo essendone ormai un esterno. Esempio di come Renzi fu ostacolato politicamente e ci fu una campagna giudiziaria volta a screditarlo è stato un editoriale pubblicato sulla rivista di Magistratura Democratica, Questione Giustizia, da Nello Rossi, nel quale si afferma, con riguardo all’ormai noto incontro di Matteo Renzi con il principe saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’assassinio del giornalista Khashoggi: «Se l’Italia vuole conservare un accettabile grado di credibilità nel contesto internazionale, deve stringere un cordone sanitario intorno a sortite come quella “araba” di Matteo Renzi, ricordandogli che essere stato presidente del Consiglio comporta oneri anche quando si è cessati dalla carica e che essere parlamentari di una Repubblica democratica non è compatibile – eticamente e politicamente – con l’adulazione dei despoti». Renzi, intervistato da Il Giornale ha così replicato: «L’uso dell’espressione cordone sanitario nei confronti di una persona che ha un ruolo nelle istituzioni parlamentari, che ricopre una carica importante in un partito della maggioranza di governo e che in passato è stato anche presidente del Consiglio, lo trovo a dir poco allucinante».
Il colpo di scena si ebbe l’11 giugno 2023, quando il segretario di Articolo 1 Roberto Speranza attraverso annunciò il rientro del suo partito del Pd; facendo capire che quella scissione era stata fatta solo per avversione verso Renzi e non per progetti incompatibili. Non essendo Renzi più nel Pd da parecchi anni e non avendo loro successo da soli; ecco che potevano rientrare da dove erano partiti.
Questa storia termina il 12 marzo 2023 quando al termine di primarie del partito Democratico viene eletta Elly Schlein. Un’ex parlamentare europea che era transitata nel Pd per sbaglio; che aveva creato il movimento Occupy Pd; che aveva aderito alla scissione anti Renzi di Possibile e che poi era diventata nuova segretaria del partito non per il voto degli iscritti; ma per quello dei non iscritti (quello dei militanti del M5S) a scapito di Stefano Bonaccini. Ed è Elly Schlein a cambiare decisamente i connotati al Pd, che da quel momento in poi è altra roba dalla ditta, da Renzi e sicuramente anche dalla sinistra riformista in Italia.
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