Europa

Kosovo, coalizione Pan vince elezioni

Le elezioni parlamentari in Kosovo del 2017 si tennero l’11 giugno; indette in anticipo rispetto allo scioglimento naturale della legislatura, previsto per il 2018, ebbero luogo dopo la mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro Isa Mustafa, approvata da 78 parlamentari contro 34.

L’esito elettorale vide la vittoria della Coalizione PAN, alleanza di centrodestra costituita da PDK, AAK e NISMA; la formazione di centro-sinistra Vetëvendosje! si attestò come la seconda forza politica del Paese, seguita dalla Coalizione LAA, di centrosinistra, formata da LDK e da AKR.

Il Parlamento si compone di 120 seggi: 100 sono eletti col sistema proporzionale; 20 sono riservati alle minoranze nazionali.

IN KOSOVO suona l’ora dei falchi. Alle elezioni politiche anticipate i “guerrieri”, i leader storici del movimento indipendentista armato Uck, hanno avuto la meglio sui “moderni”, le colombe europeiste. Nuove tensioni si annunciano dunque nei Balcani, e non è escluso che creino problemi e difficoltà anche alla Kfor, la forza di pace multinazionale che è sotto comando italiano e composta essenzialmente da soldati e carabinieri italiani.

Secondo i primi risultati ed exit poll, la coalizione formata dal Pdk, Partito democratico del Kosovo del presidente e capo della guerra di secessione-indipendenza dalla Serbia Hashim Thaci, dall’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) e dal movimento Nisma di Fatmir Limaj, avrebbe ottenuto circa il 40 per cento dei voti. Ciò significa, in base agli accordi tra le tre forze politiche, che il nuovo premier sarà il leader di Aak, Ramush “Rambo” Haradinaj, un duro assolto due volte dal tribunale internazionale dell’Aja (che ha giudicato i crimini commessi nelle guerre che portarono alla fine della Jugoslavia), ma tuttora accusato dalla Serbia di massacri, per cui Belgrado ha spiccato mandato di cattura internazionale contro di lui. Stasera “Rambo” Haradinaj si è dichiarato vincitore, affermando che dopo tale risultato è dovere governare. Senso di svolta politica apparentemente non favorevole a ogni negoziato con la Serbia e nell’ambito regionale. Responso popolare indicato chiaramente anche nei risultati ottenuti da altre forze politiche. Come la coalizione nazionalista e radicale “Autodeterminazione”con Albin Kurti come capolista, arrivata al 30 per cento, mentre il cartello di Lega democratica del Kosovo (Ldk dell’ex premier Isa Mustafa dimessosi mesi fa dopo un voto di sfiducia), Alleanza per il Kosovo di Begjet Pacolli e Alternativa avrebbe ottenuto oltre il 20 per cento.

La coalizione del candidato vincitore “Rambo” Haradinaj era stata denominata da molti in campagna elettorale “coalizione di guerra”, per la presenza ai suoi vertici di numerosi ex capi della Uck – Ushtria clirimtare e Kosoves, esercito di liberazione del Kosovo, che si batté contro l’armata serbo-jugoslava di Milosevic e come quest’ultima si macchiò, secondo accuse di varie fonti indipendenti di violenze contro i civili. Se l’esito finale del voto sarà quello indicato dai primi risultati ed exit poll, e se Haradinaj diventerà il nuovo capo del governo nella capitale Pristina, non si annuncia nulla di buono per la continuazione di ogni tipo di dialogo o tentativo di dialogo con la Serbia, che appunto lo accusa di crimini di guerra e nelle scorse settimane aveva chiesto invano alla Francia (dove “Rambo” era stato arrestato in base al mandato di cattura internazionale di Belgrado) la sua estradizione. Alla fine Parigi aveva deciso di rilasciarlo. A più riprese Haradinaj ha dichiarato di non voler rispettare gli accordi per un dialogo su una progressiva normalizzazione dei rapporti conclusi tra Kosovo e Serbia a Bruxelles nel 2013 con gli auspici dell’Unione europea. Ha anche detto di essere apertamente contrario alla creazione della nuova comunità delle municipalità dove vive la minoranza serba in Kosovo, la quale di fatto per la sua sicurezza conta soprattutto sui militari italiani. Tale comunità era un punto chiave dell’accordo di Bruxelles ma secondo Haradinaj sarebbe contraria alla Costituzione del Kosovo.

Il Kosovo era provincia autonoma della Serbia nella Repubblica federativa di Jugoslavia, ma dopo la morte del padre della patria jugoslavo postbellico maresciallo Tito, l’uomo forte dei nazionalisti serbi Slobodan Milosevic prese il potere a Belgrado e revocò lo status di autonomia. Manifestazioni di protesta furono duramente represse, la Uck cominciò una cruenta lotta armata. I militari serbi si resero colpevoli di massacri e pulizia etnica, ma anche l’Uck adottò tattiche simili e secondo diverse fonti internazionali si finanziò sia con l’aiuto della malavita sia col traffico d’organi dei prigionieri di guerra sul mercato nero internazionale dei trapianti. L’intervento Nato (fu l’ultimo di quelli dell’Alleanza contro il tentativo di Milosevic di negare l’indipendenza a Croazia, poi Bosnia, poi appunto Kosovo e la loro separazione dalla Jugoslavia che egli aveva stravolto) portò nel 2008 alla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, poi alla caduta di Milosevic rovesciato a Belgrado da una pacifica rivoluzione giovanile europeista e alla fine della Jugoslavia. Alcuni Paesi, anche Stati importanti come Russia, Spagna, Israele, non riconoscono il Kosovo. La Ue preme da tempo per soluzioni pacifiche e negoziate Belgrado-Pristina, ma senza essere ascoltata dal Kosovo. Il quale è uno dei paesi piú poveri d’Europa, con la metà della popolazione (1,8 milioni di abitanti) con meno di trent’anni, fortissime povertà ed emigrazione (almeno 400mila), gravi problemi di ordine pubblico e corruzione e un duro scontro tra forze di sicurezza locali e i numerosi predicatori islamisti, che vi reclutano molti foreign fighters per il cosiddetto Isis o Stato islamico. La Serbia del presidente eletto europeista Aleksandar Vucic e l’Albania del leader riformatore Edi Rama scommettono su dialogo e cooperazione, ma a Pristina specie da dopo questo voto sembra suonare un’altra musica.

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