La Corea del Sud voleva davvero la luna: un presidente anticorruzione, la pace con la Corea del Nord, il rilancio dell’economia che cancellasse il divario economico sempre più largo. E la Corea del Sud la sua luna l’ha avuta. La luna dei progressisti, Moon Jae-in, il leader del partito democratico, si avvia a diventare presidente. Dato in netto vantaggio dopo gli exit poll, Moon Jae-in, candidato del partito Democratico, è il nuovo presidente della Corea del Sud, elettop con 11,4 milioni di voti, pari al 40,2% del totale. L’annuncio della Commissione elettorale centrale è arrivato a spoglio concluso degli oltre 32 milioni di voti espressi, il 77,2% degli aventi diritto. Moon ha staccato il rivale conservatore Hong Joon-pyo fermatosi al 25,2%, mentre Ahn Cheol-soo, il leader del Peoplès Party, si è fermato a 21,5%. La proclamazione ufficiale avverrà domani mattina in una riunione della Commissione.
La Corea del Sud cancella così nove anni di governo conservatore. Dovevano essere dieci, gli anni passati a destra, se l’ultima esponente dei conservatori, qui da sempre fortissimi, non fosse stata costretta a lasciare in anticipo. Chissà: forse davvero un giorno la parabola incredibile di Park Geun-hye, la figlia del dittatore Park Chung-hee, diventata lei stessa presidente e poi finita a colpi di impeachment in prigione, potrà riassumere il punto più basso della storia della penisola più calda del mondo – e quindi anche quello da cui è ripartita la rinascita. L’incredibile affluenza ai seggi, oltre il 90% dopo l’exploit al 23% del voto anticipato di giovedì e venerdì, quando più di un sudcoreano su quattro s’è precipitato a votare, dà l’idea della voglia di partecipazione. Le elezioni sono arrivate del resto soltanto due mesi dopo la cacciata di Park, l’impeachment provocato dalla grande protesta di popolo che ha portato per quasi duecento giorni in piazza fino a due milioni di persone: tutti a chiedere l’abbandono di quella signora che in combutta con la sua amica sciamana è ora considerata dagli investigatori l’apice di quel sistema di corruzione che ha portato tra gli altri in carcere anche il padrone di Samsung Lee Jay-yong.
Il 64enne Moon è adesso l’uomo della speranza. La sua autobiografia si chiama “Destiny” e davvero sembra un destino che a guidare la nazione provata dagli scandali e dalle minacce della Corea del Nord sia questo figlio di fuggiaschi dal regime comunista che però è rimasto sempre di sinistra, attivista e avvocato dei diritti umani, e ha promesso anzi di riaprire al dialogo con Pyongyang. Ci aveva già provato quattro anni fa, Moon, che in politica è impegnato da un pezzo ed è stato il braccio destro di Roh Moo-hyun, il presidente che aveva proseguito l’apertura al Nord di Kim Dae-jung, il suo predecessore, la cosiddetta “Sunshine Policy”. Ma la sfida con Park, la figlia del dittatore, fu persa di un soffio: con gli immancabili dietrologisti pronti a evocare l’ombra dei brogli.
Lo sfidante che fino all’ultimo ha tentato di mettere nell’angolo Moon, ma che se anche di poco sarebbe finito solo terzo, si chiama Ahn Cheol-soo e dipinge sé stesso come l’uomo nuovo di cui la Corea ha bisogno. Anche la sua è una storia tutta da raccontare: medico trasformato in imprenditore, arricchitosi con la rivoluzione informatica, i suoi software l’hanno fatto miliardario, anche se proviene comunque da una famiglia ricchissima di suo. La sua vicenda – riassume il New York Times – ricorda quella di Donald Trump, e con Trump questo Dottore dei software ha in comune anche l’università, che il coreano ha preso negli Usa, alla Wharton School dell’università di Pennsylvania. Ahn s’è presentato come l’uomo nuovo, un centrista che per differenziarsi da Moon ha smorzato negli ultimi tempi l’obiezione che pure aveva manifestato per esempio al Thaad, il contestatissimo scudo antimissile voluto dagli Usa. E la novità è riassunta anche dal partito che s’è costruito su misura: il partito del popolo.
Hong Jun-pyo è invece il destrissimo che aveva promesso – se eletto – di incontrarsi proprio con Trump nientedimeno che sulla portaerei Carl Vinson, giusto per dare lassù a Kim Jong-un un messaggio che è il contrario di quello di Moon: con te non dialogheremo mai, anzi preparati al peggio. Hong è il leader del partito della Libertà che è quel che resta della formazione che fu della signora Park, ai tempi della sua elezione alla guida del potentissimo Saenuri, il colosso dei conservatori che dopo lo scandalo poi s’è diviso appunto tra Liberty Party e l’ancora più destrorso Bareun. Hong ha promesso dunque guerra a tutti: dal Nord agli omosessuali, non risparmiando (proprio lui che viene dal partito della ex presidente) una frecciatina alle signore di tutta la Corea, ricordando che il posto delle donne deve restare “la cucina di casa, a lavare i piatti”.
Consiglio che sicuramente non ha mai seguito Sim Sang-jung, la battagliera candidata del Justice Party e unica donna appunto in lizza. È la beniamina soprattutto di tanti giovani e rappresenta la sinistra qui più avanzata, soprattutto nel campo dei diritti civili, dopo perfino Moon frena sui matrimoni omosessuali: ma la voglia di cambiamento ha spinto i progressisti a raccogliersi comunque sotto l’insegna del leader, sperando nella spallata definitiva.
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