Giustizia

Lega, i 49 milioni li ha rubato il partito, quindi anche tu ….

Lega, il nuovo simbolo

Lega, il nuovo simbolo

Qualcuno, in difesa di Matteo Salvini e della Lega, ha detto nelle scorse ore che la sentenza del tribunale del Riesame di Genova sul sequestro preventivo dei fondi attuali e futuri del partito, è “uno dei momenti più bui della nostra democrazia”. Sorprende, ma non troppo in questo Paese di facce tostissime, che invece non si noti l’inverso: uno dei momenti più bui per il funzionamento delle nostre istituzioni avvenne proprio in quel lasso di tempo, 2008-2010, in cui dei soldi dei cittadini venne fatto scempio da una delle formazioni ora al governo (e di molte altre). Un partito che, per il solo gioco delle persone e della galassia di sigle e associazioni che gli ruota intorno, tenta oggi di lavarsi le mani rispetto a quella fase penosa. Senza tuttavia spiegare dove, come e quando quei fondi siano stati spesi o eventualmente spostati. La democrazia l’ha ammazzata chi ha finanziato spese personali con i rimborsi elettorali, per giunta non dovuti. Non chi decide di recuperarli.

Non solo, dunque, di quei soldi fu fatto un uso scorretto, per usare un eufemismo e senza scomodare multe, assicurazioni e vetture di Bossi jr. e gli affari in Tanzania e a Cipro dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Il punto, come dimostra la memoria depositata nel giudizio di primo grado dall’avvocatura dello Stato che sosteneva e sostiene le tesi dei pm, è che la Lega non avrebbe dovuto ottenere i rimborsi perché i bilanci di quel triennio – ma la gestione era opaca fin dal 2004 – furono falsificati attraverso “artifici e raggiri”.

Ecco perché il processo venne spacchettato in tre parti: a Genova il filone sulla truffa che vedeva indagati Bossi senior, Belsito e tre revisori dei conti e sull’appropriazione indebita di Belsito, a Milano quello sull’appropriazione indebita della “family”. L’estate scorsa le sentenze sia a Milano (per Bossi due anni e tre mesi) che Genova (due anni e mezzo).

Dunque i soldi per le spese della famiglia Bossi, per cui sono stati condannati il fondatore, i figli Renzo e Riccardo e Belsito, costituiscono un capitolo successivo o semmai parallelo ai rimborsi non dovuti per le elezioni di quegli anni in virtù di “false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute”, giudicati da Genova.

Al netto delle vicende processuali, è dunque evidente che le responsabilità accertate del clan del senatur non ripuliscono affatto il retroterra della Lega: chiunque vi fosse alla guida all’epoca, quel partito si è appropriato di soldi che non gli spettavano. E che da un anno la procura intende recuperare. Con la beffa, per la Lega, di aver perfino sprecato le carte a sua disposizione in sede processuale: il recupero dei fondi, per esempio, non avvenne nel caso simile dell’ormai estinta Margherita. Contrariamente a quanto deciso dall’attuale dirigenza del Carroccio forse nell’estremo tentativo di salvare il proprio passato, in quel caso il partito si costituì parte civile contro l’allora tesoriere Luigi Lusi reo di essersi intascato 25 milioni di euro. Così, di quella truffa deve risponderne l’attuale partito.

Dal turbopropagandistico, com’è tipico sui migranti e sui temi della sicurezza, quando parla di questa vicenda Salvini oscilla fra le minacce e il tono apocalittico. Ieri, per esempio, ha scritto sui social network qualcosa tipo “temete l’ira dei giusti” (un passaggio che nella Bibbia non esiste, come hanno erroneamente scritto in molti: la sola ira contemplata dalle sacre scritture è quella di Dio, ma forse suonava bene). Parlando, come sempre, di “presunti errori di dieci anni fa”. In gran parte, insomma, fa la vittima, un po’ attacca (“Non mollo e lavoro ancora più duro, sorridente e incazzato”) e soprattutto cerca di marcare incessantemente la distanza con la precedente dirigenza leghista, facendo del partito di Bossi un compartimento stagno. Peccato che, lo provava l’Espresso, fra la fine del 2011 e il 2014 prima Maroni e poi lo stesso vicepremier abbiano incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro ingombrante predecessore. “E lo hanno fatto – spiegava il settimanale alla fine dello scorso anno – quando ormai era chiaro a tutti che quei denari rischiavano di essere sequestrati”.

Ora non c’è più scampo: il tribunale del Riesame, che ha bocciato ogni rilievo dei legali della Lega e accolto in pieno le indicazioni della Corte di Cassazione, ordina che quei soldi siano recuperati sequestrando anche le “somme di denaro che sono state depositate o verranno depositate su conti correnti e depositi bancari intestati o comunque riferibili alla Lega Nord”. Fino a raggiungere quota 49 milioni di euro: i fondi, ammesso che siano trovati, verranno congelati in attesa dei successivi gradi di giudizio. Un colpo che apre anche la strada al filone d’indagine, quello che ipotizza il riciclaggio di 10 milioni di euro nella fase Maroni-Salvini.

Basterà alla Lega mettere in piedi un altro partito e modificare il nome ripararsi dalle pendenze giudiziarie con un ritocco di cosmesi? Ma nel nuovo contenitore il segretario, i dirigenti e gli eletti non rimarrebbero gli stessi? Davvero la magistratura si farebbe prendere in giro in questo modo?

Sono fatti risalenti alla Lega di Umberto Bossi” ha detto l’altro vicepremier Luigi Di Maio, sposando anche lui la strategia della presunta distanza dalla vecchia gestione. Eppure stupisce, in bocca ai paladini dell’“onestah”, che non si voglia comprendere come le sentenze dimostrino la pesante eredità sulle spalle del partito. Che siano fatti risalenti a Bossi non c’è dubbio ma che la truffa ai danni dello Stato sia avvenuta, e che tutti ci abbiano rimesso, è altrettanto palese e non può essere cancellato solo perché è trascorso del tempo o qualche faccia è cambiata. Due movimenti che rivendicano un pedigree specchiato e il rispetto per gli italiani dovrebbero offrirsi, congiuntamente, di risarcire gli italiani versando quei 49 milioni e chiudendo la storia. Invece di continuare a separare dimensioni spaziotemporali ricoprendosi d’ipocrisia.

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