Centrosinistra

[Storia] I cattolici che nel dopoguerra entrarono nel Pci

Sinistra Cristiana - Movimento dei Cattolici Comunisti
Sinistra Cristiana – Movimento dei Cattolici Comunisti

I cattolici filo-marxisti, inizialmente, si organizzarono in un gruppo composto, oltre che da Rodano, anche da Ossicini, Marisa Cinciari, le sorelle Laura e Silvia Garroni, Romualdo Chiesa, Mario Leporatti e Tonino Tatò. Nella primavera del 1941, Franco Rodano, don Paolo Pecoraro e Adriano Ossicini elaborarono il “Manifesto del Movimento cooperativista”, in cui si sostenne la necessità di un immediato impegno dei cattolici contro il fascismo, tentando di conciliare i concetti di proprietà e di libertà con quelli di un socialismo umanitario. Dopo di ciò, il gruppo si costituì in Partito Cooperativista Sinarchico (PCS) e cominciò a collaborare clandestinamente e dall’esterno con il Partito Comunista Italiano. Nel 1942, il PCS divenne Partito Cristiano Comunista: aderirono al movimento Felice Balbo e Fedele D’Amico; Ossicini, insieme a Lucio Lombardo Radice (PCI) e Amedeo Coccia, fondò il giornale clandestino Pugno chiuso.

Il 5 maggio 1941, all’università, gli studenti del PCC organizzarono un lancio di “stelle filanti” recanti scritte antifasciste; furono arrestati Mario Leporatti, Giorgio Castaldo, Tullio Migliori e Romualdo Chiesa; quest’ultimo, pur essendo trattato con durezza, non fece alcun nome e venne scarcerato.

Il 18 maggio 1943, a seguito di una retata furono arrestati e incarcerati Rodano, Ossicini e la Cinciari. Pur essendo violentemente malmenato per alcuni giorni, Ossicini ammise soltanto di aver espresso critiche alla legislazione razziale del fascismo in un colloquio avuto alcuni giorni prima con monsignor Domenico Tardini, in quanto contrastante – a suo parere – con la dottrina cristiana. Non essendo emersi elementi probanti del suo coinvolgimento nella lotta antifascista e grazie all’intercessione del Vaticano, Ossicini fu pubblicato il 23 luglio successivo, in attesa di essere condannato al confino politico. La caduta del fascismo vanificò anche tale evenienza ma fu ammonito da papa Pio XII a non commettere ulteriori errori per il futuro.

Il 10 settembre 1943, con i tedeschi alle porte, due gruppi di volontari, aderenti al movimento, si dettero appuntamento in Via Galvani, per armarsi e combattere in difesa di Roma. Il primo gruppo, formato da studenti, era comandato da Romualdo Chiesa; il secondo, di operai di Monte Mario, era comandato da Adriano Ossicini e da Armando Bertuccioli. Il movimento ebbe il battesimo del fuoco a porta San Paolo e, immediatamente dopo la resa di Roma, prese il nome di Movimento dei Cattolici Comunisti.

Il 30 settembre Giulio Andreotti con lettera agli esponenti del movimento espresse “a nome del Papa” la contrarietà a una collaborazione sic et simpliciter tra cattolici e Partito Comunista. Contemporaneamente De Gasperi e Spataro formularono a Ossicini e Rodano la richiesta di far confluire il movimento nella Democrazia Cristiana; Ossicini rifiutò e Rodano prospettò addirittura un ingresso del movimento nel PCI; ciò creò la prima frattura tra i due.

Il nuovo soggetto politico chiese di aderire al Comitato di Liberazione Nazionale ma non venne ammesso per l’opposizione della Democrazia Cristiana; gli si consentì, peraltro, di essere rappresentato, in seno al comitato, dal Partito Democratico del Lavoro di Meuccio Ruini. Il movimento si dotò anche di un giornale clandestino, Voce Operaia, pubblicato a cura di Amedeo Coccia.

Nella sagrestia della chiesa di Santa Maria in Cappella fu ricavato un deposito di armi del MCC. Ossicini svolse anche alcune azioni nel viterbese, nelle Marche e ai Castelli romani; il 1º febbraio 1944 fu arrestato in una retata in via del Corso. Condotto in questura, riuscì a evadere beffando la polizia fascista.

Romualdo Chiesa, dopo essere sfuggito tre volte alla cattura, fu arrestato dai tedeschi il 15 febbraio 1944, a seguito di una denuncia da parte di una spia delle SS. Condotto nel carcere di via Tasso, venne torturato per giorni, fino quasi a perdere la vista. Il 24 marzo venne portato nelle cave di pozzolana lungo la via Ardeatina, dove venne fucilato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, conseguenza dell’azione partigiana in via Rasella.

Dopo la liberazione di Roma, gli spazi politici del movimento si restrinsero per il rafforzarsi della DC come unica rappresentanza dei cattolici italiani; tale linea era condivisa dallo stesso Togliatti.

Il 9 settembre 1944, il MCC divenne Partito della Sinistra Cristiana, con la confluenza del movimento cristiano-sociale di Gabriele De Rosa ma, tra il gennaio e il maggio del 1945, L’Osservatore Romano riaffermò che solo la DC aveva titolo di rappresentare i cristiani in politica.

Il 7 dicembre 1945, un congresso straordinario decretò lo scioglimento definitivo della Sinistra cristiana; Rodano, Balbo, De Rosa, Tonino Tatò, Marisa Cinciari, Giglia Tedesco e Luciano Barca entrarono nel PCI; essi costituirono una corrente minoritaria ma fondamentale del partito, evolutasi anche, dopo lo scioglimento del PCI, nei partiti che da esso sono scaturiti. Ossicini abbandonò temporaneamente la politica poi, dal 1968 al 1992, fu eletto al Senato come indipendente di Sinistra, nelle liste del PCI.

La confluenza nel partito di Togliatti segnò la rottura dei cattolici comunisti con un altro gruppo politico della sinistra cristiana, il Partito Cristiano Sociale di Gerardo Bruni, che mantenne una posizione di autonomia a sinistra.

Nato all’inizio come movimento di partigiani cristiani durante la Resistenza partecipò con altri gruppi alle prime riunioni per contribuire a costituire la Democrazia Cristiana. Il fondatore Bruni tuttavia verificò un contrasto insanabile con gli altri gruppi ed esponenti democristiani, troppo moderati e su posizioni vicine al capitalismo, e se ne distaccò. Il movimento si trasformò in partito in occasione delle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno 1946. Il partito si schierò per la Repubblica, si presentò con un proprio simbolo, un badile e un libro aperto con una croce sullo sfodo, raccolse 51.088 voti pari allo 0,22% a livello nazionale e elesse un rappresentante nella persona dello stesso fondatore Gerardo Bruni.

Il manifesto del 1946 delineava l’identità del partito nel “socialismo cristiano” mettendo paletti molto chiari e indicando la via dell’assoluta autonomia, pur in una collocazione chiara a sinistra:

«Non siamo della Democrazia Cristiana perché non accettiamo nessun compromesso con il mondo capitalistico ingiusto ed oppressivo, in un partito in cui convivono ricchi e poveri, capitalisti e lavoratori, sono sempre i poveri ad avere la peggio.
Non siamo Comunisti perché non siamo marxisti o materialisti, perché non vogliamo dittature, né uno Stato padrone delle nostre cose, perché non ammettiamo dipendenze straniere.
Non siamo nel Partito Socialista perché malgrado nuove correnti non si è ancora chiaramente liberato della vecchia mentalità materialistica, perché non ha ancora trovato la sua strada vitale ed autonoma.
Siamo Socialisti Cristiani. Socialismo cristiano non significa socialismo di “destra”, significa primato dello spirito, rispetto della persona e dei suoi fini naturali ed eterni, significa assoluta fedeltà ad un programma di radicale rinnovamento politico ed economico.
Alla Costituente noi difenderemo con fermezza, accanto agli altri cattolici, i nostri principi cristiani e sosterremo la nostra causa socialista, che è la causa di tutti i lavoratori.»

La scelta dell’autonomia rispetto agli altri ‘partiti di sinistra’ ed in particolare rispetto al PCI distingueva il Partito Cristiano Sociale dal Partito della Sinistra Cristiana (già “Movimento dei Cattolici Comunisti”) di Franco Rodano confluito nel PCI fin dal 1945. Alla Costituente Bruni tra l’altro, come Nenni e a differenza di Togliatti, era contrario all’inserimento del Concordato nella Costituzione e votò contro. Il partito si presentò alle elezioni politiche del 1948 schierandosi a sinistra, ma rifiutando di entrare nelle liste del Fronte Democratico Popolare. Con le poche forze di cui disponeva e l’ostracismo della Democrazia Cristiana (Bruni nel 1947 perse il lavoro nella Biblioteca Vaticana per le sue posizioni politiche) il partito raccolse 72.854 voti pari allo 0,28% ma nessun seggio in parlamento. In seguito a questa sconfitta il partito si sciolse e il fondatore Bruni continuò la sua attività in alcuni movimenti della sinistra cristiana e gruppi socialisti indipendenti, tra cui nel 1953-57 l’esperienza dell’Unione Socialista Indipendente.

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