
Nichi Vendola
Sta male il centro-destra, che non riesce a ritrovare la perduta unità. Sta male il centro, spappolato fra chi guarda verso destra, chi guarda verso sinistra e chi vorrebbe guardare esclusivamente al centro. Sta male, però, anche la sinistra, sofferente per il suo più che secolare malanno: il frazionismo. A sinistra del Pd c’è un solo partito organizzato e capace (finora) di attrarre elettori in percentuali che non abbiano lo zero prima della virgola: Sel. Nonostante gli abbandoni e la lenta corrosione, nonostante fallimenti politici (nel 2013 l’alleanza col Pd non andò oltre le prime settimane della legislatura, senza più ricomporsi), nonostante alleanze poco proficue (la lista Tsipras alle europee), il partito c’è ancora, ha un capo con indubbia presenza mediatica quale Nichi Vendola, conta su presenze disseminate fra le Camere, le regioni e gli enti locali. Però convive con una galassia di movimenti, gruppi, partiti, sigle, personaggi, che vorrebbero costruire un partito unico della sinistra, per sfidare Matteo Renzi collocandosi appunto sulla sinistra.
Le urne politiche sono lontane; invece le amministrative bussano, per di più con rinnovi di comuni retti tuttora da sindaci non organici al Pd ma semmai etichettabili in un’altra sinistra, da Milano a Cagliari a Napoli. Vendola ha lanciato dal manifesto un appello a «l’unità possibile», per far partire con urgenza «il processo unitario». L’unico punto chiaro è la chiusura al renzismo, con l’impegno a non tornare «indietro», cioè all’alleanza con Renzi, così da non agevolarlo nell’insediare nelle città “il suo partito della nazione». Per il resto, si vagola nel buio. C’è un palese dissidio con Pippo Civati, il quale «in ogni città in cui passa lascia una scia di polemiche e divisioni». Viene così confermato che il distacco di Civati (di Stefano Fassina, di Sergio Cofferati e di altri meno noti) ha recato un duplice vantaggio a Renzi: se ne sono andati personaggi che nel partito gli recavano fastidio, indebolendo quindi il fronte dei dissidenti interni (la cui pochezza politica è infine emersa con il voto sulla riforma costituzionale); inserendosi nel movimentato mondo della sinistra esterna al Pd, in luogo di rafforzarlo, lo rendono ancor più caotico e rissoso. È probabile che finisca col prevalere una logica territorialmente diversificata: in ciascuna città i movimenti della sinistra agiranno a modo proprio, talora costituendo un fronte unico, talaltra distinguendosi, talvolta alleandosi col Pd, talvolta scegliendo un proprio nome come candidato sindaco.
A Matteo Renzi fa comodo avere alla propria sinistra opposizioni spappolate, incapaci di unirsi, incerte sulle alleanze locali. Palesemente, il proprio obiettivo è estendere la presenza di propri fedeli a capo degli enti locali, almeno ove possibile. Non va però dimenticato come egli rivendichi costantemente la propria appartenenza al mondo della sinistra (del resto, dove altrimenti potrebbe collocarsi un lapiriano?): quindi, ove sia il caso, un’intesa con movimenti di sinistra non gli spiacerebbe.
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