La mattina del 1º dicembre 2013 in risposta alla brutalità poliziesca della notte precedente tra le 500000 e 1000000 di persone marciarono in segno di protesta nel centro di Kiev e nel primo pomeriggio alcuni manifestanti presero d’assalto gli edifici amministrativi. Il palazzo dell’amministrazione statale di Kiev lungo la Chreščatyk fu occupato da una cinquantina di persone guidate dalla giornalista e attivista Tetjana Čornovol, in piazza dell’Indipendenza invece fu occupata la casa della Federazione dei sindacati dell’Ucraina, mentre lungo la via Bankova circa 500 persone lanciarono pietre e oggetti incendiati contro la sede dell’ufficio del Presidente dell’Ucraina. La violenze fomentate dai titušky e dagli estremisti di destra provocarono la reazione sproporzionata della Berkut che impiegò manganelli, gas lacrimogeno e granate stordenti arrestando una decina persone e ferendone oltre un centinaio. In seguito alle violenze, il 3 dicembre 2013 il parlamento votò una mozione di sfiducia nei confronti del governo di Mykola Azarov, che fu però respinta, mentre nei giorni successivi il procuratore generale e il ministero dell’interno guidato da Vitalij Zacharčenko avviarono un’indagine interna per fare chiarezza sulla risposta della Berkut. Invocando la liberazione dei manifestanti arrestati il 1º dicembre, le proteste proseguirono per tutta la settimana e l’8 dicembre diverse centinaia di migliaia di persone si riunirono nel centro di Kiev, dove alla sera alcune di queste abbatterono simbolicamente il monumento a Lenin.
In seguito a un incontro non programmato avvenuto in Soči tra il presidente ucraino Viktor Janukovyč e l’omologo russo Vladimir Putin, l’attività repressiva si intensificò. Il 9 dicembre alla periferia di Kiev furono dispiegate ulteriori unità delle truppe del ministero degli affari interni come il 47º Reggimento speciale “Tigre” e bloccate alcune fermate centrali della metropolitana. Fu poi perquisita la sede centrale di Bat’kivščyna e furono emanate misure restrittive contro i principali leader di opposizione, tra cui Vitalij Klyčko (UDAR). Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre 2013 la Berkut fu inviata a rimuovere le barricate in via Instytuts’ka e per sgomberare il municipio della capitale. Gli interventi non ebbero successo, si contarono una quarantina di feriti e nello scontro furono coinvolti anche alcuni parlamentari dell’opposizione. Le proteste proseguirono per tutto il mese di dicembre, causando una prima vittima e coinvolgendo oltre 10000 forze dell’ordine.
La mancata fine delle proteste culminò in una serie di leggi anti-protesta approvate dalla Verchovna Rada il 16 gennaio 2014, con ulteriori disordini nella vicina Via Hruševskoho. Le leggi anti-protesta erano un gruppo di 10 norme che limitavano la libertà di parola e riunione e vennero definite dagli attivisti del Maidan e dall’opinione pubblica come leggi sulla dittatura. In risposta a queste leggi le proteste e le manifestazioni diventarono più violente.
Dal 23 gennaio in varie oblast’ occidentali dell’Ucraina, gli edifici del Governatore e dei consigli regionali vennero occupati da attivisti di Euromaidan. Qualche giorno dopo vennero ritirate le leggi anti-manifestazione e iniziarono le consultazioni di Janukovyč con l’opposizione, che chiedeva una riforma costituzionale ed elezioni anticipate. Nelle città russofone di Zaporižžja, Sumy e Dnipropetrovs’k, i manifestanti tentarono di prendere possesso delle sedi del governo locale, ma le forze dell’ordine reagirono duramente.










































