Sembrerebbe che il problema di Mps sia solo quello di accertare le responsabilità per i disastri del passato. La Banca avrebbe già voltato pagina. E’ guidata da un vertice capace, con un presidente e amministratore delegato che di fatto agiscono da commissari, in quanto l’ azionista di maggioranza Fondazione è praticamente esautorato; tutte le perdite sui derivati sono state fatte emergere e adeguatamente contabilizzate; lo Stato ha messo in sicurezza i ratio patrimoniali coi Monti bond; il vertice ha varato un piano triennale che dovrebbe riportare livelli di redditività accettabili, permettere di raccogliere capitali sul mercato, e quindi rimborsare i Monti bond nel 2016. A quel punto il salvataggio non sarà costato nulla al contribuente, e la Fondazione, grazie all’ aumento di valore della partecipazione nella banca, sopravviverà, seppur ridimensionata. E vissero felici e contenti. Di problemi, però, ne rimangono. Anche se il programma triennale raggiungesse l’ obiettivo stimato di 700 milioni di utili in tre anni, Mps riuscirebbe a pagare gli interessi sui Monti bond, ma non a rimborsarli alla fine del 2015. Avrebbe comunque difficoltà a rimborsarli, e rispettare al tempo stesso i coefficienti di Basilea III, se pure raccogliesse 1 miliardo sul mercato, come annunciato. In più, il piano si poggia su ipotesi ottimistiche. Si ipotizza che le perdite sul portafoglio di titoli (ben 25 miliardi che la banca non intende smobilitare), si stabilizzino grazie alla discesa dello spreada 200 punti, il livello che Banca d’ Italia ritiene coerente coi fondamentali (ma la realtà può essere peggiore); che tutte le perdite sui derivati siano veramente emerse, e che i 2,4 miliardi di strumenti immobilizzati a bilancio nel 2008 recuperino il loro valore. Si ipotizza inoltre che la banca riesca a spingere i ricavi soprattutto grazie al collocamento di polizze assicurative, aumentando così le commissioni per dipendente (ma non si fanno i conti col crollo del risparmio degli italiani). Si prevede una riduzione del rischio delle attività attraverso una contrazione dei prestiti, che a sua volta ridurrebbe le sofferenze; sperando però che il tasso di insolvenza non peggiori con la recessione. In un periodo di instabilità politica come questo, nel mezzo di una recessione,e alle prese con una grave crisi del debito pubblico, convienea tutti rimandare il problema al 2016 e credere nel lieto fine: i Monti bond pagheranno la cedola, verranno rimborsati e Mps non costerà nulla al contribuente. La verità è che anche nello scenario roseo del piano, si porrà il problema dello Stato azionista in Mps fra tre anni. A maggior ragione se le ipotesi del piano sono ottimistiche Di fatto lo Stato è già azionista, anche se giuridicamente il suo è un credito. Senza i bond, la banca avrebbe una patrimonializzazione insufficiente a operare: quindi i bond sono capitale a tutti gli effetti. I Monti bond coprono il rischio imprenditoriale della ristrutturazione (garantiscono il funzionamento della banca nel caso il piano non abbia successo) che è la funzione del capitale azionario. E se fossero veramente debito, con quella cedola astronomica, la banca l’ avrebbe facilmente collocato sul mercato. Ma non lo ha fatto perché nessuno crede che possa rimborsarlo; quindi è rischioso come il capitale. In questo modo però lo Stato paga un sussidio alla Fondazione e agli obbligazionisti di Mps: si accolla il rischio se le cose vanno male, ma lascia alla Fondazione tutti i benefici se vanno bene; e garantisce che non ci saranno sacrifici per gli obbligazionisti, che pure ricevono un interesse elevato per un rischio che non sopportano. Nessun dubbio sulla professionalità di Viola e Profumo: ma a quale azionista rispondono? Visto che lo Stato si sta accollando il rischio della ristrutturazione, come un’ azionista, sarebbe più efficiente e trasparente se convertisse subito i suoi bond in capitale. Non per gestire la banca, ma per assicurarsi che la ristrutturazione avvenga sempre nel suo interesse; ovvero che si massimizzi il valore delle azioni, per poi ricollocarle il prima possibile sul mercato. Invece di sfogliare la margherita fino al 2016
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Le canzoni spiegate
Per volerti bene non è mai troppo tardi

Per ottenere qualunque cosa nella vita bisogna volersi bene. Perchè se non ci si crede da soli a se stessi; la credibilità verso gli altri sarà zero.
Mi manca pagare qualcosa con le figurine

Canzone simbolo della generazione degli anni novanta, di chi cioè era adolescente in quel decennio. Si canta la pesantezza di essere diventati grandi, le responsabilità e la perdita della gioia e dell’innocenza. “Avevo voglia di parlare con te, non so nemmeno per dirti cosa; delle porte fatte con le magliette o di Sergio che non si sposa. Avevo voglia di giocare con te, a chi sputa più lontano. Rompere i vetri delle fabbriche, farci sgridare da qualcuno. Ah, che noia essere grandi, andare ai compleanni, parlare di soldi e dei figli degli altri. Ah, è tardi e devo già andare”. Sono belli invece i ricordi dell’adolescenza. “E mi manca aspettare l’estate, comprare le caramelle colorate. E mi manca la strada in due in bici; mi manco io, mi manchi tu. E mi manca una bella canzone; pagare qualcosa con le figurine. E mi manca la biro tra i denti; mi manco io, mi manchi tu. Ti manco io, e ti manchi tu”. “Avevo voglia di parlare con te, te lo ricordi il tuo primo pallone. Finiva sotto le macchine; però col vento sapeva volare. Lo sai che voglia di giocare che ho, anche di piangere e soffiarmi il naso; poi sprofondare nell’erba più alta. Tornare a casa sporco di prato”. La disillusione di un tempo che non potrà più tornare indietro. “Ah, e invece siamo già grandi, con il dovere di dare risposte e firmare e non lanciare sassi. Ah, ti voglio ancora bene”.
Grazie per avermi spezzato il cuore

Una storia è finita e lei quasi lo ringrazia di averla fatta soffrire; perchè in questo modo ha trovato la forza di uscire da questa situazione e dimenticarlo. “Grazie per avermi spezzato il cuore, finalmente la luce riesce a entrare. Strano a dirsi ho trovato pace in questa palude; mentre una sera scagliava invece musicali promesse di apocalisse”. L’intento di dimenticarsi è comune. “Grazie per l’invito a dimenticare le notti. Alle porte del sogno (le albe) incontrarti e parlare (il vino, le lotte). Dimenticare (i giorni). Alle porte del sogno (le luci) invitarti a ballare (le stande d’albergo, le voci). Dimenticare ai bordi del cielo toccarti e suonare. Dimenticare il vento, gli scherzi, le foglie, le ombre, l’odio”. “Dimenticare alle porte del sogno incontrarti e parlare. Dimenticare alle porte del sogno invitarti a ballare. Dimenticare ai bordi del cielo toccarti e volare. Dimenticare alle porte del sogno baciarti e restare”. E infine, la beatitudine di essersi lasciati. “Strano a dirti ho trovato pace alle porte del sogno. Rivedo i porti, le nebbie, gli inverni le ombre, le inutili piogge. Le albe, le lotte, le luci, i giorni. Le notte, le stanze d’albergo. L’orgoglio”.
Il cielo limpido non fa per me

Marjorie Biondo – Le margherite (2000) Il suo primo singolo, “Quello che tu hai”, è stato pubblicato nel novembre 1999 e contiene tutti i riferimenti musicali della giovane artista. Partecipa al Festival di Sanremo 2000 nella sezione “Giovani”, classificandosi nona, e subito dopo esce il suo album di esordio omonimo. L’album, un mix di rock dalle sfumature forti irlandesi […]
Non lo posso sopportare questo silenzio innaturale

Problemi di coppia. Una coppia cerca di superarli e lui la invita al dialogo. “Sai che cosa penso che non dovrei pensare, che se poi penso sono un animale e se ti penso tu sei un’anima. Forse è questo temporale che mi porta da te e lo so non dovrei farmi trovare senza un ombrello anche se ho capito che per quanto io fugga torno sempre a te”. “E me ne vado in giro senza parlare senza un posto a cui arrivare. Consumo le mie scarpe e forse le mie scarpe sanno bene dove andare. Che mi ritrovo negli stessi posti; proprio quei posti che dovevo evitare. E faccio finta di non ricordare e faccio finta di dimenticare. Ma capisco che per quanto io fugga torno sempre a te”. Anche se hanno provato a lasciarsi, ma finiscono sempre per ritrovarsi insieme. Lui, però le dice anche di non stare insieme per abitudine, ma di lottare per il loro amore. “Che fai rumore qui e non lo so se mi fa bene, se il tuo rumore mi conviene. Ma fai rumore, sì che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale tra me e te”. Anche se talvolta questo vuol dire litigare. “Ma fai rumore sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale e non ne voglio fare a meno oramai di quel bellissimo rumore che fai”.







































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