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Renzo Poppins

Renzo Poppins

Renzo Rubino

Renzo Rubino è quel cantante che fra i Giovani ha vinto il premio della Critica a Sanremo con “Il postino (amami uomo)” che io naturalmente non ho votato perché l’ho trovata una canzone tremenda nel suo kitsch ostentato e compiaciuto, indipendentemente dall’argomento trattato che è il mondo gay: lo dico subito perché su quel fronte non ho mai avuto dubbi, neanche quando non se ne parlava nemmeno ma già molti miei amici erano gay che dovevano tacere e mi usavano come amica/schermo (anche questo capitava, se eri un ragazzo/a in un paese piccolo).

Vabbé, questo era solo un preambolo. In verità, io di Rubino, e di quella canzone che era l’unica sua che conoscevo, ho parlato malissimo dovunque, fino a che a un certo punto (post Festival) mi è anche arrivata una reprimenda discografica che mi ha lasciata annichilita per la sua virulenza. Anche questo succede, nel magggico mondo del musicbusiness (mi han detto che l’ho rovinato sto ragazzo, in pratica).

Vabbé 2. Ho letto su una mail che mi è arrivata che oggi, compleanno della nostra povera Italia, è anche il compleanno di Renzo Rubino. Così ho messo su “Poppins”, l’album di Renzo Rubino che mi era arrivato. E mi sono sorpresa un po’.

Perché “Poppins” è, nel suo genere, un album alquanto ambizioso, che vorrebbe essere d’essai e si propone di essere il primo apertamente gay del pop italiano; anche se Rubino detesta il termine “pop”, avendogli intitolato un brano divertente che taglia a pezzi il genere, infarcito di citazioni dai laghi di Scanu e di “Figli delle stelle” (“Devi fare il semplice/devi essere semplice/devi fare una canzone pop”)

Alla fine, la canzone più brutta fra le tante (anche un altro paio, in verità, sono sconclusionate) è proprio “Amami Uomo”. Bravi i selezionatori di Sanremo che dovevano fare il botto con la prurigine, cambiano i team ma la logica è sempre quella.

Però poi Rubino rivela un’ ansia di originalità, una fuga dal prevedibile che lo rende interessante, anche se un po’ si rifà a Ivan Cattaneo e un po’ mi ricorda una fetta di mondo espressivo di Gennaro Cosmo Parlato, che se non sapete chi è peggio per voi.

Soffre di leziosità, come autore e come interprete, nelle sue canzoni da salotto o da cabaret, qualche volta esplicite come “Paghi al KG” (“Oh mamma vedi che mi sono perso/Hai messo al mondo un figlio un po’ diverso…”), qualche volta nuovamente polpettone come “Bigné”. Ma c’è un clima surreale che attraversa le onde della musica, e un’ambizione – come dicevo – che potrebbe dar frutti successivi. Mi è piaciuta molto la versione sua di “Milioni di scintille” di Modugno, rivoltata con esiti autorali.

Si dice che solo i cretini non cambino parere. Sulla canzone incriminata l’idea mia resta quella, sul resto aspettiamo che il ragazzo cresca.

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