Durante la Prima Repubblica se si chiedeva ai partiti politici che collocazione si davano tutti avrebbero risposto centro o sinistra. Con pochissime eccezioni. A proclamarsi di destra con orgoglio c’erano solo il Movimento Sociale Italiano, l’Uomo Qualunque e tutti i partiti monarchici che si sono succeduti. A livello personale di vari politici si potevano trovare esponenti o addirittura correnti partitiche della Democrazia Cristiana o del Partito Liberale Italiano che si consideravano di destra; ma i partiti in questione si collocavano generalmente al centro. Andiamo adesso ad esplorare la storia dei missioni e dei monarchici del secondo dopoguerra alla creazione di Alleanza Nazionale.
Il 27 dicembre 1944 viene fondato e diretto da Guglielmo Giannini un nuovo settimanale, battezzato L’Uomo qualunque. Costa 5 lire a Roma e 6 lire fuori città; è un settimanale, ma ha il formato di un quotidiano e viene stampato su carta giallo-grigia. Inserito nella U maiuscola si vede un torchio che schiaccia una striminzita immagine di uomo: è il simbolo della classe politica che opprime il borghese, il travet, insomma l’uomo qualunque. Sotto la testata c’è una rozza vignetta dove un poveraccio scrive su un muro: Abbasso tutti. Ai piedi di pagina vi è un’autobiografia del direttore, ossia Giannini, intitolata Io. Il successo di questa pubblicazione si riscontra nelle tirature: dalle 25 000 del primo numero, si arriverà alle 850 000 del maggio del 1945. Una delle rubriche più seguite, intitolata Le vespe, è nutrita di pettegolezzi su uomini politici e intellettuali. Le vespe riprendevano l’omonima rubrica presente nel primo giornale che Giannini aveva fondato, a diciotto anni, Il domani, ma si percepiva anche l’influenza stilistica del giornale umoristico napoletano Monsignor Perelli cui lo scrittore aveva collaborato.
I nomi degli avversari vengono storpiati: Calamandrei è chiamato Caccamandrei, Salvatorelli diventa Servitorelli, Vinciguerra è Perdiguerra. I personaggi presi più di mira compaiono in una vignetta che ha per titolo PDF (ossia “pezzo di fesso”). È una forma di umorismo, o meglio di satira, piuttosto pesante, di grana grossa, che arriva a trasformare l’espressione “vento del nord” (ossia la spinta a un rinnovamento morale, prima che politico, venuta dalla vittoria della Resistenza) in “rutto del nord”. Ma è un umorismo che fa presa sugli scontenti (che sono milioni nel clima così difficile del dopoguerra), sugli epurati e su chi teme d’essere epurato. Scopo dell’ideatore era dare voce alle opinioni dell’uomo della strada, contrario al regime dei partiti e a ogni forma di statalizzazione. Fin dal primo numero la posizione del settimanale è chiara: contraria al fascismo, di cui condanna il centralismo decisionale, ma anche al comunismo e agli “antifascisti di professione”, accostati al primo fascismo per l’accento epurazionista dei primi anni del dopoguerra. Paradossalmente, quindi, il giornale è accusato di essere cripto-fascista e per questo motivo viene chiesta a più voci la soppressione della testata. Il 5 febbraio 1945 Giannini viene denunciato dall’alto commissario dell’epurazione, Grieco, senza esito alcuno.
Giannini, di matrice liberale e liberista, affermava nel 1945: «Non esiste e non può esistere una politica di massa». L’accelerazione alla nascita di un partito di massa viene però a crearsi con il governo di Ferruccio Parri (da Giannini ribattezzato “Fessuccio Parmi”), insediatosi il 21 giugno del 1945. Il neo Presidente del Consiglio viene accusato dal settimanale di Giannini di essere inadeguato alla carica ricoperta. Il successo di questa iniziativa è tale che, spontaneamente, numerosi simpatizzanti “amici dell’Uomo qualunque”, si uniscono in gruppi che assumono il nome di “nuclei qualunquisti”. L’8 agosto 1945 Giannini scrive di dover accogliere il «grido di dolore» – citazione di Vittorio Emanuele II – levantesi da ogni parte d’Italia. Il 7 novembre successivo viene pubblicato il programma del futuro Fronte qualunquista.
Alla formazione dei nuclei qualunquisti, seguono la nascita di sedi sparse nella penisola italiana, tesseramenti e fondazioni di segreterie. In un primo momento Giannini cerca di far confluire quest’adesione popolare nel Partito Liberale Italiano, ma l’opposizione di Benedetto Croce fa naufragare questo progetto. A seguito di questo rifiuto, Giannini decide di fondare un suo partito. Il primo congresso del neonato Fronte dell’Uomo qualunque si tiene a Roma nell’aula magna della città universitaria, tra il 16 ed il 19 febbraio del 1946. Il partito viene formalmente costituito il 18.
Alle elezioni amministrative del 1946 il Fronte dell’Uomo Qualunque si presenta soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno; a Venezia si allea col Partito Nazionale Monarchico, mentre in alcuni casi è alleato col Partito Liberale Italiano.
Il 2 giugno 1946 si tengono le elezioni nazionali per l’Assemblea Costituente. Il Fronte dell’Uomo qualunque ottiene 1 211 956 voti, pari al 5,3% delle preferenze, e manda all’Assemblea 30 deputati diventando il quinto partito nazionale, dopo la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, il Partito Comunista Italiano e l’Unione Democratica Nazionale. Il 14 dicembre 1946 il partito adotta il nuovo nome di Fronte Liberale Democratico dell’Uomo Qualunque.
Nella concomitante campagna referendaria per la scelta tra monarchia e repubblica l’Uomo Qualunque era stata una delle poche formazioni a dare una esplicita indicazione di voto in favore della monarchia (anche se Giannini era repubblicano), tanto da attrarre alla lunga alcuni deputati del Blocco Nazionale della Libertà.
Nel frattempo si fa strada il Partito Nazionale Monarchico (PNM) è era stato fondato Alfredo Covelli. Il partito, particolarmente forte nel Sud Italia, raccoglieva al proprio interno istanze conservatrici, liberal-conservatrici, nazional-conservatrici, cristiano-democratiche e nazionaliste. Il Partito nasce il 13 giugno 1946 – una settimana dopo la sconfitta monarchica al referendum del 2 giugno 1946 e data della partenza in esilio in Portogallo dell’ultimo re d’Italia Umberto II di Savoia – dalla fusione della Concentrazione Nazionale Democratica Liberale con altri partiti e associazioni monarchici e conservatrici.
Il 3 dicembre 1946 avvenne la riunione con i rappresentanti di diversi gruppi neofascisti, il Fronte dell’Italiano, il Movimento Italiano di Unità Sociale, il Fronte del Lavoro e il Gruppo reduci indipendenti, per la stipula dell’atto costitutivo. Il 26 dicembre, nello studio del padre di Arturo Michelini, presenti anche Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Biagio Pace, avvenne la costituzione ufficiale del Movimento Sociale Italiano e la nomina della giunta esecutiva, formata da Giacinto Trevisonno, Raffaele Di Lauro, Alfonso Mario Cassiano, Giovanni Tonelli e Carlo Guidoboni. Su indicazione di Romualdi, Trevisonno fu scelto come segretario perché poco esposto nel regime fascista e decise di fondare un movimento invece che un partito.
A Parri succede alla guida del Governo Alcide De Gasperi, che attacca duramente la formazione di Giannini, definendola filofascista. Oltre ai grandi partiti radicati nel territorio, anche la Confindustria, guidata da Angelo Costa, è ostile al Fronte, per gli attacchi ricevuti da Giannini su presunti accordi tra la grande industria e il sindacato, controllato dai comunisti. Nel 1947 il partito assume un atteggiamento più conciliante verso il quarto governo di De Gasperi, che aveva segnato l’estromissione dei comunisti dalla compagine governativa e addirittura in seguito farà aperture verso il PCI.
Questo avvicinamento allo Scudo Crociato rappresenterà però la fine del successo popolare del Fronte dell’Uomo qualunque: alcuni sostenitori, delusi dal nuovo posizionamento dichiaratamente governativo, abbandonano il partito. In maggio, alle regionali in Sicilia, formano una lista, “Blocco Democratico Liberal Qualunquista”, che ottiene il 14,7%, mentre in parlamento ben 14 deputati qualunquisti escono dal gruppo formando una separata Unione Nazionale, in cui entrano i Liberal Qualunquisti.
Dopo aver tentato un’alleanza con la Democrazia Cristiana e il MSI, Giannini si avvicinò al leader comunista Palmiro Togliatti, definito due anni prima «verme, farabutto e falsario». Tra l’altro, Antonio Pallante, che il 14 luglio 1948 attenterà alla vita di Togliatti, apparteneva al gruppo qualunquista siciliano scissionista. Molti simpatizzanti dell’Uomo Qualunque, allibiti da questa scelta filo-PCI, abbandonarono l’ex-commediografo che, messo alle strette, rinunciò al patto d’amicizia con il PCI per stringerne un altro con il PLI.
Tuttavia Trevisonno si dimise il 15 giugno 1947 perché la giunta esecutiva aveva deciso di accettare nelle sue file anche deputati della Costituente dissidenti provenienti dall’Uomo Qualunque.
Il partito, di cui Giorgio Almirante fu così il successivo segretario, eletto dal nuovo comitato centrale, ricevette inizialmente l’appoggio del generale fascista Rodolfo Graziani, ed ebbe il suo battesimo elettorale in un clima pesante nel settembre 1947 alle comunali di Roma, quando il MSI riuscì a eleggere tre consiglieri comunali, che furono pure determinanti nell’eleggere sindaco il democristiano Salvatore Rebecchini.
In vista delle elezioni politiche del 1948, il partito di Giannini entrò nel Blocco Nazionale: l’accordo fu siglato il 10 gennaio 1948, insieme al sopracitato PLI e all’Unione della Ricostruzione di Nitti. Tale scelta originerà una scissione e fra i dimissionari spiccherà il segretario generale del Fronte Vincenzo Tieri che fonderà il Partito Qualunquista Italiano. Un’altra componente del partito esce dal Fronte per confluire nel Partito Nazionale Monarchico.
Il “Blocco Nazionale” ottenne 19 deputati e 7 senatori, di cui però di riferimento del partito solo 4 deputati (dai 30 della Costituente) tra cui lo stesso Giannini e la sorella Olga, e 3 senatori, oltre a Roberto Bencivenga (di diritto). Con l’insuccesso elettorale il Fronte ha di fatto concluso la sua funzione e i qualunquisti confluiranno nei mesi successivi chi nel Partito Nazionale Monarchico e chi nel PLI; qualche altro esponente aderirà al neonato Movimento Sociale Italiano.
Intanto aderì al MSI il primo parlamentare nella Costituente: nel febbraio 1948 fu accettata l’adesione del palermitano Guido Russo Perez. Furono le elezioni politiche dell’aprile 1948 il primo test nazionale, quando ottenne il 2,01 % dei voti alla Camera dei deputati, eleggendo sei deputati: lo stesso Almirante, Roberto Mieville, Arturo Michelini, Giovanni Roberti, Guido Russo Perez e Luigi Filosa; e lo 0,89 % al Senato della Repubblica. Subito dopo il voto aderì al MSI il senatore Enea Franza, eletto nelle liste di una lista civica, “Democrazia del Lavoro”. Ma Filosa restò deputato fino al giugno 1949. Aveva infatti fatto ricorso il primo dei non eletti nella circoscrizione di Catanzaro, Luigi Palmieri, denunciandolo per attività clandestina fascista. Palmieri subentrò, ma fu espulso dal partito. Filosa tornerà deputato nel 1953.
Il primo congresso del Msi si svolse a Napoli tra il 27 e il 29 giugno 1948 e il comitato centrale approvò tre relazioni. Con la relazione Politica interna e costituzionale il MSI si opponeva all’istituzione delle Regioni come previsto dalla Costituzione; con la relazione Politica Estera rifiutava il trattato di Parigi; e con la relazione Politica sociale ed economica venne proposta la sintesi tra il corporativismo e la socializzazione e la programmazione nazionale in contrapposizione al libero mercato. Nei confronti del fascismo la posizione venne sintetizzata dalla frase di Augusto De Marsanich «Non rinnegare e non restaurare». Le due correnti del partito, i socializzatori, rivoluzionari e reduci di Salò, e i corporativisti, moderati, raggiunsero una convergenza nel confermare alla segreteria un esponente della destra, Almirante.
Con la scomparsa della lista dell’Uomo Qualunque, il MSI aumentò discretamente i suoi consensi soprattutto nel Sud Italia, dove piccola borghesia e proprietari terrieri lo sostennero in risposta alle occupazioni e alle proteste contadine dei braccianti sostenuti dal PCI. La divisione fra le prime due correnti maggioritarie divenne così più marcata, poiché al sud i voti erano il doppio di quelli del nord, con punte del 15% a Napoli, Lecce, Catania e Reggio Calabria.
Dal 1948 al 1950 vi furono i primi arresti «eccellenti» per la sospetta ricostituzione del partito fascista: prima delle elezioni Romualdi, in seguito le incriminazioni di Julius Evola, Pino Rauti, Fausto Gianfranceschi, Clemente Graziani, Egidio Sterpa, Mario Gionfrida, Cesco Giulio Baghino, Franco Petronio e Cesare Pozzo.
La rottura delle due componenti portò in minoranza il socializzatore Almirante e nel 1950 fu eletto nuovo segretario Augusto De Marsanich propugnatore di una linea atlantista, cattolica e favorevole all’accordo con i monarchici, diede il via all’inserimento del partito nel panorama politico italiano. Nonostante questo nel 1951 fu impedito al MSI di celebrare il suo terzo congresso (che poté svolgersi solo dopo un anno a L’Aquila). A livello interno era diviso tra una “destra”, corrente prevalentemente meridionale, conservatrice, borghese e atlantista, su posizioni corporative in materia economica, e una “sinistra”, formata da chi rivendicava l’eredità della Repubblica Sociale Italiana, in materia economica su posizioni “socializzatrici” e a favore di una terza via tra socialismo e capitalismo.
Al 1950 risale la fondazione della CISNAL, sindacato vicino al MSI, il cui presidente Giovanni Roberti era deputato missino, con segretario l’ex deputato del PNF Giuseppe Landi.
Alle elezioni amministrative del 1951 e del 1952 vi fu l’apparentamento del MSI col Partito Nazionale Monarchico e l’alleanza ottenne un buon successo, conquistando molte città del sud Italia come Napoli, Caserta, Lecce, Bari, Foggia, Reggio Calabria, Catania, Trapani, Latina, Pescara, Campobasso e Salerno. Grazie ai suoi appelli alla creazione di una coalizione anticomunista e alla sua svolta moderata, il partito ottenne anche la considerazione di papa Pio XII che, per scongiurare una vittoria alle amministrative di Roma del Fronte Democratico Popolare, spinse per un’alleanza elettorale tra DC e MSI, la cosiddetta «Operazione Sturzo», destinata però a non essere perseguita a causa del rifiuto di Alcide De Gasperi.
Al III congresso del partito, svoltosi a L’Aquila tra il 26 e il 28 luglio del 1952, venne proclamato irrinunciabile l’ingresso di Trieste in Italia e De Marsanich venne inoltre confermato segretario nazionale. Pochi giorni dopo uscirono gli esponenti della corrente di sinistra repubblichina Gruppi Autonomi Repubblicani con Giorgio Pini, uno dei fondatori del MSI, che fondarono il Raggruppamento Sociale Repubblicano.
Sciolto il partito, alle elezioni politiche del 1953 Guglielmo Giannini si candidò nella lista laziale della Democrazia Cristiana raccogliendo 13 439 preferenze e risultando il 12º dei non eletti. Poco dopo le elezioni Amintore Fanfani formò un governo di centro-sinistra con il Partito Socialista Democratico Italiano e Giannini, contrario a tale formula politica, individuò come possibili interlocutori prima il MSI e poi il Partito Nazionale Monarchico. L’ MSI, invece, schierato contro la cosiddetta legge truffa, conquistò il 5,84% alla Camera e il 6,07% al Senato, passando da 7 a 38 seggi in Parlamento. L’espansione del MSI era avvenuta grazie all’appoggio del ceto medio, moderato e borghese del Italia ai danni della DC.
Dopo le politiche del 1953, al IV Congresso del partito tenutosi a Viareggio nel gennaio del 1954, divenne segretario del MSI Arturo Michelini. Michelini rappresentava la corrente borghese e moderata, legata maggiormente ai ricordi del Ventennio rispetto a quelli, tragici e sanguinosi, del fascismo repubblicano, desiderosa d’inserire il neofascismo nell’alveo della destra per facilitare l’entrata nel gioco politico e parlamentare italiano di quegli anni, caratterizzati dalla guerra fredda e dal timore, dentro e fuori d’Italia, d’una presa del potere da parte dei comunisti.
In politica estera era sicuramente filo-atlantico e proprio durante la segreteria di Michelini il movimento accettò l’Alleanza Atlantica; si contrapponeva alla corrente micheliniana quella di coloro che avevano partecipato alla guerra dalla parte della Repubblica Sociale, radicale quanto ai modi e ai metodi di lotta politica, tendenzialmente antiborghese, socialisteggiante e anticapitalista sul piano sociale ed economico; a guidarla era Giorgio Almirante. A seguito dell’elezione di Michelini la componente spiritualista ed evoliana di Pino Rauti, Clemente Graziani e Sergio Baldassini, per segnare la lontananza dal neosegretario, si riunì nella corrente di Ordine Nuovo, che però rimase inizialmente all’interno del MSI.
Il 2 giugno 1954 la componente interna del Partito Nazionale Monarchico del sindaco di Napoli, Achille Lauro, favorevole ad un’alleanza con la Democrazia Cristiana, linea però osteggiata dal segretario Covelli che preferiva un’alleanza di destra col Movimento Sociale Italiano, esce dal partito e ne fonda uno nuovo: il Partito Monarchico Popolare. Inoltre Lauro, ricco armatore navale, non intendeva più finanziare con il proprio patrimonio un partito che si era data un’organizzazione costosa e di cui non aveva il pieno controllo.
In occasione del V congresso del Msi, tenutosi nel 1956 a Milano, dove Michelini veniva confermato segretario, si verificò la scissione dal partito di un gruppo di dirigenti guidati da Pino Rauti, con la trasformazione della propria corrente nel Centro Studi Ordine Nuovo, uscendo dal MSI. Nel 1957, inoltre, la componente di sinistra del partito capeggiata da Ernesto Massi, dopo le varie derive borghesi e conservatrici, uscì anch’essa dal partito dando vita, avvalendosi del contributo del Raggruppamento Sociale Repubblicano di Giorgio Pini, al Partito Nazionale del Lavoro, attivo fino agli anni ’60.
Dal 1956 il MSI siciliano entrò nell’area di maggioranza e di governo, dapprima dall’esterno con la giunta di Giuseppe La Loggia (DC) e in un secondo momento, dal 1958, partecipando alla prima incisiva fase del milazzismo, stagione politica iniziatasi quando il democristiano Silvio Milazzo fu eletto presidente della Regione Siciliana dai partiti di destra e di sinistra. Nel primo governo Milazzo entrarono anche esponenti missini e il MSI governò insieme al PSI e al PCI, con l’assenso di Michelini e Togliatti, fino alle elezioni regionali del giugno 1959. Nelle successive giunte Milazzo, conclusesi nel 1960, il MSI tornò all’opposizione.
Alle elezioni politiche del 1958 il PMP ottenne un risultato migliore del PNM, con il 2,6% dei voti alla Camera (e con 14 deputati e 5 senatori), contro il 2,2% del rivale (con 11 deputati e 2 senatori). Giannini, invece, fu candidato alla Camera a Roma nel Partito Monarchico Popolare di Achille Lauro ma non fu eletto, ponendo fine alla sua attività politica. Il quotidiano L’Uomo Qualunque continuò le sue pubblicazioni fino alla morte di Giannini, avvenuta nel 1960.
Dopo quella data, sfumata anche la speranza del PMP di inserirsi nell’area governativa, iniziò un progressivo riavvicinamento dei due partiti monarchici, che si concluse nel 1959 con la loro unificazione nel Partito Democratico Italiano (PDI), divenuto poi, nel 1961, Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM).
Una frazione del PMP, contraria alla riunificazione e guidata da Antonio Cremisini, fondò il Movimento Monarchico Italiano e confluì nel MSI.
Il nuovo movimento disponeva di 24 deputati (13 del PMP e 11 del PNM) e 7 senatori (5 del PMP e 2 del PNM). Si creò una direzione composta dagli esponenti presenti alla riunione decisiva, che avrebbe retto il partito fino al primo congresso, da tenersi entro la fine del 1959. Achille Lauro fu nominato presidente del nuovo gruppo alla Camera, mentre Alfredo Covelli fu posto a capo della commissione che guidò il partito fino al congresso. Al nuovo gruppo aderì anche un esponente proveniente dall’MSI, Nicola Foschini, mentre ne uscirono Roberto Cantalupo, Antonio Cremisini e Roberto Lucifero d’Aprigliano. Con la riunificazione tra i due tronconi monarchici venne a cadere anche il patto d’unità d’azione che legava il PNM con il Movimento Sociale Italiano.
L’esordio elettorale avvenne alle regionali siciliane del giugno 1959. Il PDI ottenne il 4,7%, con 3 seggi all’Assemblea Regionale Siciliana, con un forte arretramento rispetto alle elezioni del 1955, in cui i due partiti monarchici, presentatisi separati, avevano ottenuto complessivamente il 12,7% e 9 seggi. Il calo elettorale, nonostante i monarchici fossero in maggioranza nel governo milazzista, fu spiegato con la presenza dell’Unione Siciliana Cristiano-Sociale, ritenuta il principale bacino d’attrazione dei voti monarchici. D’altra parte, alle amministrative il PDI si alleò in qualche comune col Movimento Sociale, e nelle comunali di Bari conquistò il 22,6% e 14 seggi, risultando così il secondo partito dopo la Democrazia Cristiana.
A marzo del 1960 l’esponente democristiano Fernando Tambroni ricevette l’incarico di formare un governo per sostituire quello guidato da Antonio Segni, appena dimessosi. L’obiettivo politico era quello di superare l’emergenza attraverso un “governo provvisorio”, in grado di consentire lo svolgimento delle XVII Olimpiadi a Roma e di approvare il bilancio dello Stato. Il MSI garantì il sostegno a un governo monocolore guidato dal democristiano. Il partito aveva già votato la fiducia ai governi Zoli e Segni II, ma questa volta fu l’unico a sostenere il governo Tambroni, oltre alla Democrazia Cristiana. Da parte delle opposizioni questa inedita alleanza fu interpretata come un avvio di svolta autoritaria e si creò un clima di grave imbarazzo per il quale la DC, in difficoltà nei confronti degli altri partiti che minacciavano di fare insorgere il Paese, costrinse Tambroni alle dimissioni; inaspettatamente (ma in modo proceduralmente corretto), il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi respinse queste dimissioni, principalmente perché nessun altro democristiano, vista la temperatura rovente del dibattito politico, accettava di sostituirlo e di comporre nuove alleanze.
Il MSI restava dunque il sostegno essenziale di quel governo e l’occasione fu sfruttata per proporsi all’attenzione generale, organizzando un congresso a Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza; si disse allora che la scelta di questa città da parte del movimento fosse stata intenzionalmente provocatoria. L’11 aprile, per esplicito invito del suo stesso partito, Tambroni rassegnò le dimissioni e il Presidente della repubblica Giovanni Gronchi assegnò l’incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare e il presidente Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l’appoggio dei missini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato. Anche in questo caso il PDI non concesse la fiducia a Tambroni. La Camera del Lavoro di Genova, appoggiata dall’opposizione di sinistra, il 30 giugno 1960 indisse un corteo per protestare contro la convocazione a Genova del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano che causò duri scontri tra manifestanti e forze di polizia. In conclusione il MSI rinunciò a tenere quel congresso; tuttavia questo non fu sufficiente e altri scontri tra polizia e manifestanti di sinistra, come a Roma e Palermo, non furono meno violenti e provocarono una decina di morti, culminando con la strage di Reggio Emilia il 7 luglio 1960.
Il 16 maggio al primo consiglio nazionale dopo la riunificazione, la minoranza del riunito partito dà vita al Partito monarchico italiano. La scissione è guidata dal parlamentare avellinese Emilio Patrissi, che giudica troppo appiattita agli interessi del PLI di Giovanni Malagodi l’azione del segretario nazionale Alfredo Covelli. Aderiscono al nuovo partito i parlamentari Giancarlo Alliata di Montereale e Antonio Cremisini. In seguito ai tumulti scoppiati tra la fine di giugno e l’inizio di luglio 1960 contro lo svolgimento del congresso del MSI a Genova, il governo Tambroni ebbe vita corta e fu sostituito dal terzo governo Fanfani, che il 3 agosto ottenne la fiducia al Senato, con 126 voti favorevoli, 58 contrari e 36 astenuti, tra cui i monarchici. Lo stesso atteggiamento fu tenuto alla Camera. Il governo ottenne l’astensione anche del Partito Socialista Italiano, mentre votarono contro solo il PCI e l’MSI.
Dopo la caduta di questa legislatura in seguito ai fatti di Genova, il MSI fu isolato dalla scena politica. Fu creata, nel dibattito politico, la locuzione «arco costituzionale» per indicare in pratica tutti partiti che avevano preso parte ai lavori della Costituente, meno il MSI, nato nel 1948; tale locuzione però si fondava anche sul rigetto, da parte del movimento, dei valori antifascisti contenuti nella Carta. Negli anni successivi il MSI sarebbe dunque stato palesemente tenuto fuori dai giochi di potere della politica nazionale, con la sola eccezione degli atti e delle prassi costituzionali e parlamentari. I suoi voti, però, furono determinanti nell’elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Leone, nel dicembre 1971, come già lo erano stati per quella di Antonio Segni, nel 1962.
Il 4 marzo 1961 si aprì il congresso del partito al Palazzo dei Congressi dell’Eur di Roma. Il confronto tra le correnti fu teso, tanto che vi furono anche dei tumulti. Il problema principale da affrontare fu quello del nuovo nome del movimento: s’era proposto di rinserire nella denominazione il termine “monarchico”. Inoltre, gli esponenti della corrente di sinistra Rinnovamento, d’opposizione, criticarono la composizione dell’assemblea, troppo legata alle scelte dei due esponenti principali, Lauro e Covelli.
La situazione si fece più tesa la notte del 6 marzo, tanto che i delegati del partito furono espulsi dal Palazzo dei Congressi. I nomi proposti alla scelta dell’assemblea erano due: Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica o il ritorno a Partito Nazionale Monarchico, scelta sostenuta dalla minoranza di destra. Lauro e Covelli respinsero l’idea d’usare il solo aggettivo monarchico, giacché tale scelta avrebbe allontanato un possibile accordo di governo con la Democrazia Cristiana. La diatriba degenerò in scontri tra i congressisti, che costrinsero all’intervento della forza pubblica e causarono 7 feriti.
La mozione di maggioranza, Stella e Corona, ottenne i voti dei rappresentanti di 604.587 iscritti al partito, la mozione della sinistra Rinnovamento ne ebbe 105.783, Rinascimento (di destra) 100.587 ed infine Unità Monarchica 43.506. Nel voto sulla denominazione del partito, il nome PDIUM ottenne 603.391 voti e Partito Nazionale Monarchico ne ebbe 223.007. Il numero degli iscritti al partito superava quanto ottenuto alle elezioni amministrative dell’inizio di novembre. Nella sua relazione, Alfredo Covelli chiuse nei confronti del Movimento Sociale Italiano e si disse che il partito era disponibile a un avvicinamento al Partito Liberale Italiano, escludendo qualsiasi alleanza di governo della quale avessero fatto parte il Partito Socialista Democratico Italiano e il Partito Repubblicano Italiano. Stella e Corona ebbe diritto ai due terzi dei 105 delegati che formavano il comitato centrale. Intanto, il 4 febbraio, Achille Lauro fu rieletto sindaco di Napoli in seguito ai risultati delle elezioni del novembre 1960. La seconda giunta Lauro durò fino al settembre 1961, quando un gruppo di dissidenti abbandonò il gruppo del PDIUM.
Tra il 26 e il 28 gennaio 1962 si tenne l’VIII congresso della Democrazia Cristiana: Aldo Moro, appoggiato da Fanfani, dai dorotei, dalla Base e anche dagli andreottiani, e con la sola opposizione del gruppo di Mario Scelba, ottenne la maggioranza dei voti dei delegati sulla base di una cauta apertura nei confronti del PSI, vista come necessaria di fronte alle esigenze della nuova Italia industrializzata.
Il 10 marzo la Camera votò la fiducia al nuovo governo, Fanfani IV, che poté ancora contare sull’astensione dei socialisti e che fu definito di centro-sinistra, essendo composto, oltre che dalla DC, anche da membri del PSDI e del PRI. In quest’occasione il PDIUM decise per il voto contrario, così come i liberali, oltre che i missini e i comunisti. Nel corso della discussione, Alfredo Covelli propose nuovamente al PLI la costituzione di un cartello di forze di destra. Tra il 5 e l’8 aprile 1962 si tenne il IX congresso del Partito Liberale Italiano: il segretario Giovanni Malagodi respinse l’offerta del PDIUM e invece propose un’alleanza con la DC.
Il 2 maggio s’iniziarono le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il PDIUM sostenne candidati di bandiera, decisi di concerto coll’MSI, per le prime quattro votazioni: il parlamentare dell’MSI Augusto De Marsanich, poi il proprio esponente Achille Lauro, e alla terza votazione lo storico Gioacchino Volpe, ancora esponente dell’MSI. Alla quarta votazione fu il turno del monarchico Orazio Condorelli, mentre dalla quinta votazione i voti andarono ad Antonio Segni, candidato della DC. Segni fu eletto al nono scrutinio, con 443 voti, quindici in più del quorum richiesto, grazie quindi all’apporto decisivo delle destre. L’elezione di Segni non modificò però il quadro politico generale, sempre caratterizzato dalla maggioranza politica di centrosinistra.
Nel 1963, in occasione del VII Congresso del Movimento Sociale Italiano, tenutosi a Roma, Michelini sconfisse nuovamente la minoranza di «sinistra» guidata da Giorgio Almirante ed organizzatasi nella nuova corrente Rinnovamento. Indetto l’VIII Congresso a Pescara nel 1965, Romualdi presentò una propria mozione, ma Michelini e Almirante votarono una mozione unitaria e Michelini, grazie all’appoggio degli almirantiani, fu riconfermato segretario.
Le elezioni del 28 e 29 aprile 1963 segnarono una pesante sconfitta per il PDIUM, che ottenne l’1,75% alla Camera, con 8 seggi, e l’1,56% al Senato, con 2 seggi. Il calo fu evidente rispetto alle elezioni del 1958, quando i due partiti monarchici, presentatisi divisi, avevano ottenuto, quale somma dei voti, il 4,86% alla Camera (diminuzione del 3,11%) e il 5,12% al Senato (calo del 3,56%). In Piemonte, Veneto, Liguria e Sardegna, al Senato, il partito presentò candidati comuni col Movimento Sociale Italiano, contribuendo all’elezione di un senatore del MSI nel collegio di Sassari.
Il PDIUM ottenne, alla Camera, il 6,5% nella circoscrizione di Napoli-Caserta (dove elesse tre deputati), il 5,8% a Benevento-Avellino-Salerno (dove elesse un deputato), il 3,74% a Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano (1 seggio), il 3,21 a Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta (1 seggio) e il 2,41 a Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna (1 eletto). L’unico seggio non ottenuto in regioni meridionali fu quello della circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, dove il PDIUM ottenne l’1,80%. Ottenne poi il 2,42% in Molise, il 2,3% a Bari-Foggia, l’1,80% in Calabria, e l’1,68% nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli, senza però ottenere seggi. Al Senato il partito ottenne un seggio in Campania (il 7,30% su base regionale: Achille Lauro fu eletto nel collegio Napoli IV, dove conquistò il 19,84% dei suffragi) e uno in Sicilia (il 3,59% su base regionale: Salvatore Ponte fu eletto nel collegio Palermo II con l’11,54%). In Calabria prese il 2,37%, il 2,05% in Puglia, poco più del 2,5% negli Abruzzi-Molise e il 2,78% nel Lazio, senza ottenere, in queste circoscrizioni, nessun seggio.
I commentatori giudicarono che i voti perduti dai monarchici si fossero riversati verso il Partito Liberale Italiano, che aveva ottenuto un grande successo elettorale, facendo appello all’elettorato conservatore e borghese, contrario alla cosiddetta apertura a sinistra (cioè all’allargamento della maggioranza parlamentare ai socialisti, coi nuovi governi di centrosinistra).
Il primo governo nato nella legislatura, il governo Leone, ottenne la fiducia alla Camera l’11 luglio e venne sostenuto dalla Democrazia Cristiana e dall’astensione di socialisti, socialdemocratici, repubblicani e monarchici. Votarono contro i comunisti, i liberali e i missini. Il governo Leone ebbe durata breve, sicché proprio per esso si coniò l’espressione giornalistica scherzosa “governo balneare”, destinata a una certa fortuna.
Nel dicembre 1963 nacque il primo governo di centro-sinistra “organico”, ossia con la piena partecipazione di esponenti del PSI. Il governo, guidato da Aldo Moro, ottenne la fiducia alla Camera il 17 dicembre 1963 e subì l’opposizione di liberali, missini, comunisti e, in questo caso, anche dai monarchici. Il PDIUM mantenne il voto contrario anche nei confronti del governo Moro II, nato nell’agosto del 1964, e del governo Moro III (marzo 1966), entrambi ancora sostenuti da una coalizione quadripartita di centro-sinistra.
Nel dicembre del 1964, intanto, si tennero le elezioni per il nuovo Presidente della Repubblica, necessarie per la sostituzione di Antonio Segni, dimissionario per motivi di salute. I monarchici si astennero. Alla quinta votazione i grandi elettori del PDIUM votarono per Achille Lauro e suo figlio Gioacchino. Giuseppe Saragat, del Partito Socialista Democratico Italiano, fu infine eletto al ventunesimo scrutinio, il 28 dicembre. Saragat era stato sostenuto da tutti i partiti antifascisti, tranne il PSIUP, con il voto contrario del Movimento Sociale Italiano. I monarchici si astennero.
L’11 febbraio 1967 si aprì, al Palazzo dei Congressi dell’EUR di Roma, il quarto congresso del partito. Covelli propose la creazione di una “costituente democratica e nazionale” rivolta alla creazione di una “grande destra”. La proposta venne rigettata dal Partito Liberale Italiano, mentre vi fu un’apertura del Movimento Sociale Italiano, tanto che il suo segretario Arturo Michelini partecipò, come ospite, ai lavori del congresso. Due giorni dopo, a conclusione del congresso, la mozione del segretario Covelli venne approvata, anche se molti delegati, soprattutto di provenienza settentrionale, erano poco inclini a un legame col MSI. Covelli, nel suo intervento di replica, proseguì nella sua critica allo spostamento verso sinistra della Democrazia Cristiana.
Alle elezioni del 19 e 20 maggio 1968 il PDIUM confermò, grosso modo, i risultati ottenuti 5 anni prima. Alla Camera il partito ottenne l’1,30% (eleggendo 6 deputati, con un calo dello 0,45%, perdendo così due seggi), mentre al Senato il calo fu leggermente più consistente: il partito si attestò all’1,09%, confermando due seggi, ma perdendo lo 0,47%. Come nel 1963, in talune regioni (Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo e Sardegna) il PDIUM presentò candidature congiunte col MSI, senza però riuscire a contribuire all’elezione di nessun senatore.
Per la Camera il partito ottenne il 5,32% nella circoscrizione Napoli-Caserta (2 seggi), il 3,93% a Benevento-Avellino-Salerno (1 seggio), il 3,33% a Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano (1 seggio), il 2,42% a Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta (1 deputato eletto) e l’1,96% a Roma-Viterbo-Latina-Frosinone (1 seggio). Al Senato i due seggi furono conquistati in Campania, dove il partito ottenne il 6,49% su base regionale: risultarono eletti Achille Lauro (collegio Napoli IV col 20,29%) e Gaetano Fiorentino (collegio Napoli III col 14,07%). Nelle altre regioni del Sud dove il partito si presentò solo, ottenne, quali risultati più significativi, il 2,83% in Sicilia e l’1,56% in Puglia. Nel Lazio superò il 2%. Il PDIUM non conquistò però seggi senatoriali in nessuna di queste regioni.
Dopo le elezioni del 1968 venne formato il governo Leone II, monocolore democristiano, che ottenne il voto contrario dei monarchici, così come dei liberali, dei missini, del PCI e del PSIUP, mentre si astennero i parlamentari del PSI-PSDI Unificati e del PRI. Lo stesso atteggiamento venne tenuto nei confronti dei tre governi Rumor successivi: il primo, nato nel dicembre dello stesso anno (e che vide anche l’appoggio esplicito del PSI), il secondo, dell’agosto 1969, e il terzo, che ottenne la fiducia nella primavera del 1970.
Dopo la morte di Michelini si aprì il dibattito su chi dovesse succedergli. Si fece l’ipotesi di Giovanni Roberti, leader della CISNAL, ma prevalsero i sostenitori di Almirante, che tornò il 29 giugno 1969 al vertice del partito. A far prevalere la candidatura di Almirante concorse il fatto che, pur essendo all’interno della nuova corrente maggioritaria e moderata di Michelini, non aveva mai rinunciato a essere il punto di riferimento della base più movimentista e antisistema. A seguito della sua elezione alla segreteria rientrarono nel partito parte dei dissidenti del Centro Studi Ordine Nuovo guidati da Pino Rauti. Almirante, dopo gli anni di immobilismo di Michelini, operò immediatamente un riassetto organizzativo e ideologico del partito che fu definito come la «politica del doppiopetto», che rimase sempre in bilico tra le rivendicazioni dell’eredità fascista e l’apertura al sistema politico italiano.
Almirante, grazie anche alle sue spiccate capacità oratorie, seppe sfruttare politicamente questo isolamento, costituendosi come unico partito al di fuori del presunto «regime», di cui avrebbe fatto parte una sotterranea alleanza consociativa fra la DC e le sinistre; con la crescente affermazione delle formule del centro-sinistra e l’avvicinarsi delle proposte di compromesso storico, questa solitudine di opposizione guadagnò sempre più consensi. In particolare, con l’inizio del nuovo decennio l’MSI (e tutta l’area politica della destra in generale) entrò in un periodo di particolare fervore e movimentazione, che la portò ad essere protagonista di molti fatti sociali in rapida successione, tanto da far parlare di “triennio di destra” (il 1970-1972).
L’8 e 9 giugno 1970 furono eletti i primi consigli delle 15 regioni a statuto ordinario. Il PDIUM si presentò in tutte le regioni, a eccezione di Umbria, Molise e Basilicata. Ottenne lo 0,72% dei voti su base nazionale, eleggendo due soli consiglieri regionali, uno in Campania, dove ottenne il 2,3%, e uno nel Lazio (dove ricevette l’1,2% dei suffragi). Nelle altre regioni, solo in Piemonte e in Puglia ottenne più dell’1% dei voti.
Nel luglio del 1970 il partito si rese protagonista dei fatti di Reggio, quando la città calabrese insorse contro la decisione di assegnare a Catanzaro il capoluogo della regione. La reazione era stata inizialmente sostenuta anche dalle sinistre, ma un esponente della CISNAL (il sindacato missino), Ciccio Franco, riprese lo slogan «Boia chi molla» e organizzò una sollevazione della destra che si produsse in una vera e propria rivolta con barricate stradali e scontri armati con la Polizia. La rivolta si sarebbe conclusa solo nel febbraio dell’anno successivo, con l’ingresso dei carri armati in città. Il partito ottenne clamorose affermazioni nelle comunali che si tennero nel giugno del 1971, in particolare a Reggio Calabria con il 21% (alle politiche dell’anno successivo Ciccio Franco, candidato al Senato nel collegio di Reggio di Calabria, raggiunse addirittura il 46,29% nel capoluogo).
Nell’agosto 1970 fu varato il governo Colombo, sempre sostenuto dal centrosinistra, al quale il PDIUM continuò a negare la fiducia. I risultati non migliorarono alle regionali del 1971 in Sicilia, dove il partito ottenne solo l’1,2%, perdendo anche i due deputati regionali eletti nel 1967.
Il quinto congresso del partito, che si tenne a Roma tra il 25 e il 27 febbraio 1972, sancì la nascita del patto d’azione col Movimento Sociale Italiano. La minoranza di Alleanza Monarchica, composta da un gruppo di giovani aderenti al partito e guidata da uno dei quattro vicesegretari, Alfredo Lisi, uscì dal PDIUM, dopo aver pesantemente contestato l’apertura del congresso. La mozione di maggioranza dette al Consiglio nazionale pieni poteri per definire l’accordo col MSI. Secondo il segretario Alfredo Covelli, questa scelta mirava a costruire una “grande destra”, alla quale auspicava si sarebbero aggiunte anche le componenti cattoliche e liberali della società italiana, senza che ciò portasse a un tradimento dei valori ideali del PDIUM. Fu quindi decisa un’alleanza elettorale con l’MSI per le elezioni politiche del 1972. La lista dell’MSI-DN ottenne un successo, con il 9,19% al Senato e l’8,7% alla Camera, e furono eletti anche diversi esponenti monarchici.
Il 10 luglio 1972 il Consiglio Nazionale del PDIUM deliberò ufficialmente lo scioglimento del partito e la confluenza nel Movimento Sociale Italiano, che aggiunse la denominazione “Destra Nazionale” (MSI-DN). Per mantenere un presidio schiettamente monarchico, si decise di creare un “Centro nazionale di azione monarchica”. Alfredo Covelli fu il presidente della nuova formazione politica dell’MSI-DN; il ruolo degli esponenti monarchici in quel partito, tuttavia, non fu notevole, e presto essi entrarono in contrasto con la linea politica del segretario Giorgio Almirante. Covelli e Lauro, insieme a un certo numero di dirigenti provenienti dal PDIUM, dopo l’insuccesso delle elezioni politiche del 1976 parteciparono alla fondazione di Democrazia Nazionale – Costituente di Destra nel gennaio 1977.
Alle elezioni regionali in Sicilia dello stesso anno, cavalcando la protesta contro i patti agrari, l’Msi ottenne un clamoroso 16 per cento e l’elezione di 15 deputati all’Assemblea regionale siciliana su 90, con il 23% a Catania e il 21% a Trapani. Il risultato fu reso possibile dal fatto che le attese di un periodo riformista proposto dal centro-sinistra erano state frustrate nelle regioni del sud e da un periodo di crisi della Democrazia Cristiana.
Come risultato del particolare fervore dei due anni precedenti, alle elezioni politiche del maggio 1972 il MSI-DN (nel quale si erano anche candidati i monarchici e molti ufficiali dell’esercito e funzionari delle Forze dell’ordine tra cui l’ex partigiano Giovanni de Lorenzo) fece registrare un considerevole successo, raccogliendo l’8,7% dei voti alla Camera e il 9,2% al Senato, addirittura raddoppiando i voti in termini assoluti. Contemporaneamente, in quell’anno la procura di Milano richiamandosi alla XII disposizione transitoria mise sotto inchiesta Almirante, accusandolo di tentata ricostituzione del Partito Fascista. Un anno più tardi la Camera votò l’autorizzazione a procedere con 484 voti a favore e 60 contrari. L’inchiesta andò avanti per qualche tempo coinvolgendo vari dirigenti missini, per essere abbandonata una volta constatato il riflusso elettorale del partito.
Il congresso del gennaio 1973 introdusse ufficialmente il nuovo nome nello statuto del partito, eleggendo segretario Giorgio Almirante, presidenti l’ex monarchico Alfredo Covelli e l’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del Consiglio nazionale l’ex monarchico Achille Lauro.
In quegli anni il MSI-DN fece appassionate campagne (per esempio in occasione del referendum sul divorzio) sposando quasi appieno le posizioni della Chiesa cattolica, con l’evidente intento di sottrarre elettorato alla DC e sviluppando un fronte dialettico sulla via del moralismo, sia in opposizione alle posizioni ritenute «scandalose» del Partito Radicale e del PSI, sia costantemente segnalando scandali di malversazione e corruttela di governanti e pubblici amministratori.
Negli anni ’70 il consenso giovanile al MSI-DN crebbe verticalmente e andò ad alimentare lo scontro di piazza fra i cosiddetti opposti estremismi. Il Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del partito (che aveva preso il posto della Giovane Italia degli anni 1950–1960), si trovò opposto alla FGCI, organizzazione giovanile del PCI e a quelle extraparlamentari, così come le frange estreme di entrambi gli schieramenti si trovarono in qualche modo rispettivamente a contatto con gruppi armati o organizzazioni terroristiche.
La drammaticità della situazione insanguinata da decine di omicidi, quasi sempre di giovanissimi, in ambedue i versanti e non meno luttuosa per le forze dell’ordine, fece del MSI-DN un partito del quale in qualche modo pubblicamente si discuteva ogni giorno, fatto che gli assicurò quell’accesso all’informazione che pure molti quotidiani e talvolta la stessa televisione di Stato cercavano di negargli. Il partito era diviso fra la corrente maggioritaria almirantiana, di carattere nazionalconservatore, e una cospicua ma minoritaria corrente più ancorata al neofascismo facente capo a Pino Rauti, da questi definita «nazionalpopolare», mentre presidente restava l’autorevole Pino Romualdi. Il MSI alla fine avrà oltre una ventina di vittime tra dirigenti e giovani militanti.
Nel gennaio 1975, come evoluzione della Destra Nazionale, fu creata da Almirante la “Costituente di destra per la libertà”, a cui aderirono in funzione anticomunista persino personalità antifasciste: l’ex deputato DC Enzo Giacchero, che era stato comandante partigiano, ne fu il presidente, l’ex parlamentare DC Agostino Greggi, che ne fu il segretario, e il generale Giulio Cesare Graziani. Ripetendo la strategia delle elezioni politiche del 1972, dove fu eletto l’ammiraglio Gino Birindelli (medaglia d’oro al V.M.), il MSI-DN fece ripetute e franche aperture all’elettorato militare, col quale effettivamente si stabilì una vicinanza: alcuni esponenti delle forze armate furono candidati nelle sue file, come Vito Miceli (eletto successivamente).
Le elezioni politiche del 1976 registrarono un calo rispetto al successo del 1972 e pochi mesi dopo vi fu una scissione nei gruppi parlamentari: gli esponenti della corrente moderata Democrazia Nazionale uscirono dai gruppi MSI-DN e ne formarono dei propri, intendendo così collocarsi dentro l’arco costituzionale; a questi gruppi aderì la maggioranza dei parlamentari.
Il MSI si avviava all’XI congresso del gennaio 1977 diviso in quattro correnti: quella maggioritaria detta Unità nella chiarezza di Almirante e Romualdi, quella detta Destra popolare di Massimo Anderson e del mondo giovanile, quella detta Democrazia Nazionale di Ernesto De Marzio e Gastone Nencioni e infine quella detta Linea Futura di Pino Rauti.
Democrazia Nazionale tuttavia uscì dal MSI prima dell’assise per trasformarsi il 20 gennaio 1977 in un nuovo partito. Almirante riuscì a far cambiare lo statuto del partito: da questo momento il segretario nazionale sarebbe stato eletto direttamente dal congresso, e non come precedentemente avveniva da parte dal comitato centrale o dalla direzione nazionale. Unità nella chiarezza fu la più votata, seguita da Linea Futura e Destra Popolare: Almirante fu confermato segretario. Pochi mesi dopo Massimo Anderson e alcuni esponenti di Destra popolare uscirono dal partito per aderire a DN.
Sul finire degli anni ’70 l’MSI cominciò a riflettere su una nuova identità europea della destra italiana e degli altri, in vista dell’inaugurazione del Parlamento europeo e anche per diventare ulteriormente il polo di riferimento dei giovani. Nel maggio 1977 furono costituiti i Campi Hobbit, delle feste giovanili annuali promosse inizialmente da Pino Rauti sulla scia del successo delle feste di partito di altri gruppi politici, come le Feste de l’Unità (sulla scia di tale successo pochi mesi dopo fu inaugurata anche la Festa dell’Amicizia da parte della DC).
Nel 1978 il partito diede poi origine al progetto dell’Eurodestra, un accordo con altri movimenti di estrema destra europei come il francese Parti des Forces Nouvelles di Jean-Louis Tixier-Vignancour, lo spagnolo Fuerza Nueva di Blas Piñar e il greco Unione Politica Nazionale. Alle elezioni europee del 1979, tuttavia, solo il MSI-DN riuscì a ottenere degli eletti, quattro, che finirono nel Gruppo dei non iscritti.
A partire dalla fine degli anni 1970, sebbene rimanessero delle componenti interne ancora legate al fascismo e all’estrema destra extraparlamentare (come l’area radicale rautiana), si verificò un mutamento di strategia consistente in una sostanziale accettazione delle regole costituzionali e democratiche, che in seguito avrebbe condotto alla svolta di Fiuggi, preceduta dai richiami all’ideologia post-fascista.
Da un punto di vista tematico, il partito insisté sulla «crisi del sistema», ovvero sull’inadeguatezza della struttura istituzionale del paese ai suoi reali bisogni, testimoniata d’altra parte dall’enorme instabilità politica di cui continuava a soffrire. Fu proposta anche una forma di governo alternativo basata sul modello della repubblica presidenziale. Malgrado ciò, i risultati non andarono oltre un certo limite e anzi negli anni ’80 il movimento raggiunse una crescita elettorale alle elezioni politiche del 1983, ma subito dopo subì un processo di ridimensionamento, giungendo a ottenere meno del 6% dei consensi alle elezioni del 1987.
In seguito alle elezioni europee del 1984 il MSI-DN ottiene il 6,47% e 5 europarlamentari che, insieme con gli eurodeputati del Front National, formano il Gruppo delle Destre Europee al Parlamento europeo.
In questo periodo però gradualmente si affievolì l’emarginazione del partito e nel 1985 il MSI votò a favore della conversione in legge del decreto di liberalizzazione del mercato televisivo e ottenne, per la prima volta nella storia repubblicana, la presidenza di una Giunta, quella delle elezioni alla Camera, con Enzo Trantino, con il consenso del Presidente del Consiglio Bettino Craxi; quest’ultimo fu il primo ad abbandonare la delimitazione dei rapporti politici all’arco costituzionale, ricevendo anche Almirante nelle consultazioni di governo.
Nel 1987 le condizioni di salute obbligarono Almirante ad abbandonare la segreteria del partito, indicando come proprio delfino Gianfranco Fini, segretario del Fronte della Gioventù. Al XV congresso, tenutosi a Sorrento tra l’11 e il 14 dicembre, la carica di segretario viene contesa da quattro candidati:
- Gianfranco Fini, sostenuto da Almirante e le correnti politiche Destra in movimento di Giuseppe Tatarella, Destra Italiana di Pino Romualdi e Guido Lo Porto e Nuove Prospettive di Mirko Tremaglia;
- Pino Rauti, sostenuto dalla sua corrente Andare oltre;
- Franco Servello, sostenuto dalla sua corrente Impegno unitario;
- Domenico Mennitti, sostenuto dalla sua corrente Proposta Italia.
Fini e Rauti furono i più votati e andarono al ballottaggio, dove anche Impegno unitario sostenne Fini e quest’ultimo, all’età di 35 anni, venne eletto come nuovo segretario del MSI-DN. Almirante, al momento della nomina di Fini a segretario del MSI, esclamò: «Nessuno potrà dare del fascista a chi è nato nel dopoguerra».
Il 24 gennaio 1988 Almirante venne eletto presidente del partito dalla maggioranza del comitato centrale, ma il 21 maggio seguente scomparve Pino Romualdi e il giorno seguente Almirante stesso. Per loro si svolsero esequie comuni a Roma, in Piazza Navona, mentre alla camera ardente arrivarono anche i comunisti Nilde Iotti (allora Presidente della Camera) e Gian Carlo Pajetta (storico leader del PCI).
Al XVI congresso, tenutosi a Rimini tra l’11 e il 14 gennaio 1990, Pino Rauti, alleatosi con Mennitti, Lo Porto, Alfredo Pazzaglia e Giorgio Pisanò, riuscì a farsi eleggere come segretario del partito al posto di Fini. Tuttavia, in seguito alla sconfitta del MSI alle elezioni amministrative e regionali in Sicilia del 1991, dove il partito uscì praticamente dimezzato, Rauti si dimise da segretario, dopo 1 anno e mezzo, e il comitato centrale rielesse Gianfranco Fini con 137 voti, prevalendo sul rautiano Domenico Mennitti che ottenne 95 voti.
I primi anni ’90 furono critici per il partito, ormai in piena crisi di identità e a rischio di scomparsa dopo il referendum sul sistema elettorale e la conseguente approvazione della legge elettorale maggioritaria del 1993. L’opera di propaganda del partito in questo periodo, alquanto discontinua, era caratterizzata sia da un richiamo al passato fascista, testimoniato dal proposito, espresso da Fini nel 1991, di attuare il fascismo del 2000, o dall’elezione in parlamento di Alessandra Mussolini nel 1992, o ancora dalla commemorazione del settantesimo anniversario della marcia su Roma sempre nello stesso anno; sia, d’altra parte, cavalcando nuovamente la protesta anti-sistema, ad esempio attraverso l’incondizionato sostegno espresso dal MSI-DN al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da alcuni ritenuto uno dei suoi primi “sdoganatori”.
Nel luglio 1991 si ebbero la fuoriuscita dal MSI di Tommaso Staiti di Cuddia, esponente dell’area sociale del partito, e successivamente di Giorgio Pisanò e dei membri della sua corrente, Fascismo e Libertà. Il 25 luglio questi ultimi fondarono il Movimento Fascismo e Libertà.
Allo scoppio di Tangentopoli il MSI-DN condusse un’energica campagna contro il Pentapartito e i cosiddetti «ladri di regime», dichiarando aperto appoggio ai giudici di Mani pulite e presentandosi con lo slogan «Ogni voto una picconata» alla campagna elettorale del 1992. Il MSI lombardo presentò una mozione al consiglio regionale della Lombardia in favore del giudice Antonio Di Pietro e dei suoi colleghi impegnati nelle indagini sulle tangenti.
Diversi esponenti di partito hanno dichiarato in seguito che il MSI non avesse mai intascato alcuna tangente, anche citando dichiarazioni di alcuni magistrati di Mani pulite in questo senso. Tuttavia, anche il MSI fu coinvolto da inchieste relative a tangenti, seppur non a Milano: infatti, secondo Luca Ricolfi, la percentuale dei parlamentari missini inquisiti in processi relativi a tangenti si attestava al 12% (più bassa della media degli altri partiti, ma comunque significativa).
Su Il Tempo del 19 settembre 1992 il politologo Domenico Fisichella lanciava un’idea, affermando che «se i progressisti lavorano per una Alleanza Democratica, sul versante opposto tutti quelli che ne hanno abbastanza delle gioie del progressismo debbono cominciare a lavorare per una Alleanza Nazionale» dove «ci potranno essere liberali, repubblicani, cattolici».
Il 27 aprile 1993, un articolo sul Secolo d’Italia firmato da Francesco Storace, allora portavoce del segretario del MSI Gianfranco Fini, rilancia l’idea di una nuova Alleanza Nazionale che associasse i missini con altri personaggi o schieramenti di idee conservatrici, come la “destra democristiana“. L’articolo suscitò le critiche di diversi esponenti del MSI, che lamentarono le modalità di esposizione di un progetto che avrebbe potuto comportare lo scioglimento del partito, senza una discussione interna.
Dal 24 aprile 1993 la costruzione di Alleanza Nazionale sembrava avviata dal MSI. Anche se l’idea nell’immediato venne bocciata, già a Belluno in giugno si tenne un primo test elettorale e se ne sarebbe discusso per tutta l’estate del 1993.
In questa fase Fini presentò AN come «una strategia. Non è un partito nuovo, ma è una politica: chiamare a raccolta tutte quelle categorie, quei ceti economici, quegli spazi della società che oggi sono liberi perché non hanno più dei referenti». La speranza del segretario missino è «che già dalle prossime elezioni del 21 novembre» la strategia di AN «saprà evidenziare, con percentuali a due cifre, un polo nazionale di centro destra, che sarà la vera novità del panorama politico italiano». Lo stesso Fini decise di candidarsi a sindaco di Roma: «Presentiamo liste aperte, cioè non solo missine, in molte città, da Cosenza a Pescara a Palermo. […] Siamo una forza superiore al 10% nel Centro Sud. Se i dati ci daranno ragione si potrà così arrivare a edificare un quarto polo nazionale (dopo quelli di sinistra, centro e Lega Nord)».
Il MSI-DN riscosse un ottimo successo alle elezioni amministrative del novembre 1993: a Chieti, Benevento, Latina e Caltanissetta i suoi candidati vennero eletti sindaci. Il successo fu rimarcato soprattutto a Roma e a Napoli. Nella capitale il segretario Gianfranco Fini ottiene il 35,5 % e a Napoli Alessandra Mussolini il 31,1%: entrambi arrivarono al ballottaggio. Il 23 novembre 1993 a Casalecchio di Reno l’imprenditore Silvio Berlusconi, inaugurando un supermercato, alla domanda di un giornalista per chi avrebbe votato a Roma, a sorpresa rispose: «Certamente Gianfranco Fini». Al ballottaggio romano, forse anche grazie alla frase di Berlusconi, Fini raggiunse il 47%.
Il 26 novembre venne presentato ufficialmente il progetto di AN e nacquero i primi circoli sul territorio, ma solo l’11 dicembre successivo il Comitato Centrale del partito approvò definitivamente la nascita del nuovo Movimento Sociale Italiano – Alleanza Nazionale, con l’astensione di dieci dirigenti rautiani.
Alle elezioni politiche del 1994 MSI-AN si presentò come alleato di Forza Italia al Sud (all’interno della coalizione detta Polo del Buon Governo) e non coalizzato al Nord, dove però riuscì a fare suo il collegio maggioritario di Bolzano. Il partito raggiunse il suo massimo storico e suoi esponenti, per la prima volta nella storia della Repubblica, entrarono a far parte del governo: ministri furono Giuseppe Tatarella come Vicepresidente del Consiglio e ministro delle Telecomunicazioni, Altero Matteoli all’ambiente e Adriana Poli Bortone all’agricoltura; altri due ministri, Domenico Fisichella alla cultura, e Publio Fiori ai trasporti, pur eletti con la lista di MSI-AN, non provenivano dalla storia missina. Il governo rimase in carica fino al 17 gennaio 1995.
Il 27 gennaio 1995 alle 16,30, il congresso nazionale, preso atto che AN si identificava in massima parte con la storica classe dirigente della Destra italiana, sciolse il MSI-AN per lasciare definitivamente spazio alla sola Alleanza Nazionale. Fu il congresso che sarebbe passato alla storia come «svolta di Fiuggi», per via della città che ospitava l’ultima assise missina.
Rauti, da sempre animatore dell’ala sociale, non accettò questo cambiamento, interpretato come un «disconoscimento» del proprio passato, e il 3 marzo 1995 fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, rivelatasi negli anni successivi una presenza relativamente stabile all’interno del panorama politico.
«Gianfranco Fini a Fiuggi non ha deviato di una virgola dalle sue idee di sempre. Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato.»
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