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L’ala democratica del Senato USA ha appena serrato i muscoli nel braccio di ferro con l’amministrazione Trump. Lunedì sera, la “Protection of Women and Girls in Sports Act“, disegno di legge fortemente voluto dai repubblicani per escludere le atlete transgender dalle competizioni femminili e approvato alla Camera il 14 gennaio, è stato bloccato al Senato con 51 voti favorevoli al provvedimento, 45 contrari e 4 astenuti.
Il quorum dei 60 voti necessari per portarla avanti è rimasto fuori portata, grazie alla compattezza del fronte democratico e – sorprendentemente – all’astensione di due senatrici repubblicane. Un segnale non da poco, se si considera che l’avanzata a passo di marcia dell’amministrazione Trump nei primi due mesi della sua nuova presidenza sembrava inarrestabile. Ma, evidentemente, qualcuno sta cominciando a mettere i bastoni tra le ruote.
Annunciato da Trump come punta di diamante della propria agenda reazionaria e anti-diritti, la Protection of Women and Girls in Sports Act mirava a riscrivere il Titolo IX, la norma che dal 1972 garantisce pari opportunità alle donne nello sport e nell’istruzione, stabilendo che, per determinare l’idoneità alla partecipazione nelle categorie femminili, conti esclusivamente il sesso biologico assegnato alla nascita.
Un escamotage legislativo per escludere, di fatto, le atlete transgender, senza neppure tentare di mascherare l’intento punitivo. Il testo della legge, proposto da Tommy Tuberville, ex allenatore di football e attuale senatore dell’Alabama, prevedeva che nessuna scuola o università che riceva fondi federali avrebbe potuto consentire la partecipazione di atlete transgender nelle competizioni femminili senza violare il Titolo IX. In altre parole, le istituzioni scolastiche sarebbero state costrette a discriminare sistematicamente, pena la bancarotta.
I repubblicani hanno puntato tutto sulla retorica della “protezione delle donne”, sostenendo che la presenza di atlete transgender nelle competizioni femminili metta a rischio la parità di genere e crei un’ingiusta disparità di prestazioni. A corroborare la loro posizione, un sondaggio del New York Times/Ipsos di gennaio secondo cui il 79% degli americani si opporrebbe alla partecipazione di atlete transgender nelle competizioni femminili.
Un dato che i repubblicani hanno cavalcato con entusiasmo, omettendo però di contestualizzare la questione: il numero di atlete transgender negli sport a tutti i livelli è estremamente esiguo e non esistono studi conclusivi sul presunto vantaggio biologico che esse porterebbero nelle competizioni. Tanto che lo stesso Comitato Olimpico Internazionale ha scelto di valutare le situazioni caso per caso.
E così, davanti a una retorica inconsistente, Il fronte democratico ha risposto compatto, denunciando il disegno di legge come una manovra puramente politica, pensata per alimentare la guerra culturale sul corpo delle persone transgender piuttosto che per affrontare reali problematiche nello sport femminile. Il senatore del Colorado John Hickenlooper ha liquidato la proposta di Tuberville come “un tentativo di strumentalizzare un gruppo infinitesimale di persone per creare un nemico immaginario“.
Più netto John Fetterman, senatore democratico della Pennsylvania, che ha respinto con disprezzo l’idea stessa della legge: “Questo attacco non riguarda lo sport, ma il desiderio di colpire chi è già vulnerabile. Gli atleti trans meritano un alleato, non la crudeltà gratuita dei social media o leggi costruite per umiliarli“.
“Dobbiamo concentrarci davvero sull’assicurare pari opportunità a tutte le ragazze e le donne, invece di imporre controlli invasivi e umilianti o di sottoporre i bambini a vessazioni per servire scopi politici degli adulti – ha dichiarato in un comunicato Mike Zamore, Direttore Nazionale per le Politiche e gli Affari Governativi presso l’ACLU, organizzazione statunitense storicamente impegnata nella difesa dei diritti civili e delle libertà individuali – Siamo grati ai senatori che hanno respinto questo tentativo vergognoso di codificare la discriminazione all’interno di una legge storica sui diritti civili e continueremo sempre a lottare per la libertà di tutti i giovani di essere sé stessi a scuola, anche sui campi da gioco”.
Se la compattezza democratica contro il disegno di legge era prevedibile, meno scontata è stata l’astensione di due senatrici repubblicane: Shelley Moore Capito, del West Virginia, e Cynthia Lummis, del Wyoming. Segnale che, se non configura ancora una vera frattura interna, rappresenta quantomeno una crepa nel monolite trumpiano.
Il loro rifiuto di allinearsi alla battaglia ideologica della destra più oltranzista lascia intravedere una certa insofferenza verso la direzione che il partito sta prendendo sotto la guida dell’ex presidente. E non sono sole. Negli ultimi mesi, un fronte repubblicano meno incline alla fedeltà assoluta ha iniziato a manifestare le proprie riserve, prendendo le distanze da Trump su dossier strategici e questioni sociali che rischiano di compromettere l’immagine del GOP nel lungo periodo.
Tra loro vi è Lisa Murkowski, senatrice dell’Alaska, una delle poche voci dissonanti all’interno del partito. La sua opposizione alla nomina di Pete Hegseth a Segretario della Difesa, motivata dalla scarsa esperienza e da posizioni considerate eccessivamente estremiste, ha segnato una netta presa di posizione, così come il suo dissenso alla decisione di Trump di concedere la grazia ai responsabili dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio.
A queste voci si aggiunge quella di Susan Collins, senatrice del Maine, che ha condiviso le riserve su Hegseth e più in generale sulla crescente radicalizzazione del partito. Anche John Curtis, successore di Mitt Romney nello Utah, pur senza porsi apertamente in rotta di collisione con Trump, ha criticato recente scelta dell’amministrazione di non sostenere una risoluzione delle Nazioni Unite contro l’invasione russa dell’Ucraina, correlandola al rischio di un’inquietante deriva isolazionista.
Ma più della linea politica, a pesare sulle scelte di molti senatori repubblicani è la minaccia molto concreta di ripercussioni finanziarie e politiche. Elon Musk, alleato sempre più strategico di Trump, ha già chiarito che chiunque osi ostacolare l’agenda dell’ex presidente pagherà un prezzo altissimo. Il miliardario ha compilato una “naughty list” di senatori repubblicani considerati poco allineati e ha promesso di riversare milioni di dollari nelle primarie per spodestarli. Il messaggio è stato recepito: molti senatori, come Thom Tillis e Joni Ernst, inizialmente riluttanti a sostenere alcune delle nomine più controverse, hanno finito per piegarsi, anche sotto la pressione dei sostenitori trumpiani più radicali.
Se il grosso del partito resta dunque saldo sotto l’egida trumpiana, tuttavia, piccole e per ora isolate tensioni lasciano intravedere un’insofferenza latente che potrebbe trasformarsi in un dissenso più strutturato nel momento in cui l’ex presidente dovesse mostrare segni di debolezza.
A breve termine, tuttavia, la bocciatura della Protection of Women and Girls in Sports Act non segna la fine degli attacchi politici contro le persone transgender. Al contrario, Trump e il suo entourage stanno già pianificando il prossimo passo. Alla fine di febbraio, il Dipartimento di Stato ha emesso una direttiva interna che ordina ai funzionari dell’immigrazione di valutare il “potenziale di frode” nei casi di atlete transgender straniere, con la possibilità di negare i visti.
Ancora più esplicito è stato Trump stesso, che ha ordinato al Dipartimento della Sicurezza Interna di impedire l’accesso negli USA a “uomini che tentano di entrare fraudolentemente identificandosi come atlete“ in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
Ma il voto in Senato dimostra che una resistenza, per quanto sotterranea, esiste. E che, forse, alcuni repubblicani stanno iniziando a fare i conti con le contraddizioni di un partito sempre più avvitato su se stesso, nel pieno di un’inquietante deriva autoritaria. Scacco matto a Trump, per adesso. La partita, però, è ancora lunga.











































