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La nera marea sovranista dilaga nell’est d’Europa, non solo con la guerra che sta devastando l’Ucraina, ma anche con la vittoria di forze ultranazionaliste in paesi come l’Ungheria. Eppure qui, nonostante la quarta vittoria consecutiva di Viktor Orban, un argine a questo tsunami illiberale è rappresentato proprio dalla questione Lgbt+. Il referendum che il leader di Fidesz aveva indetto per avallare la sua legge contro la comunità arcobaleno è naufragato, infatti, alla prova del quorum.
Per chi non conoscesse la storia: negli ultimi anni il regime di Orban ha aumentato la sua stretta contro le persone omosessuali e transgender. Leggi sempre più restrittive negano l’identità di chi avvia la transizione e l’omogenitorialità. Complice la pandemia, che ha portato a un ulteriore peggioramento della qualità della democrazia nel paese dell’est europeo. L’ultimo atto di questo stillicidio democratico è stato un provvedimento che vieta la cosiddetta propaganda omosessuale. Che tradotto in termini più pratici significa che è vietato in Ungheria parlare di questioni Lgbt+ nelle scuole, in tv, in pubblica piazza. Con la conseguenza che argomenti quali il contrasto al bullismo omofobico sono vietati per legge. Un passo indietro che ricorda la già odiosa e analoga legge russa voluta da Putin e dal suo partito per “proteggere” le nuove generazioni. Da cosa, non è ben chiaro.
Non è una novità: i regimi autoritari hanno bisogno della minoranza – etnica, religiosa o politica – da demonizzare per creare paure e controllare la società. Rom, ebrei, comunisti (per citare alcune categorie) sono stati raccontati in passato come minaccia per le generazioni più giovani. Il nuovo spauracchio contro i bambini sono, oggi, le persone Lgbt+. Se crei paura, appunto, domini meglio.
Il giocattolo, tuttavia, si è rotto in mano al leader ungherese sul meccanismo del quorum, come si accennava. Per la legge ungherese, infatti, le schede nulle non vengono conteggiate tra quelle valide per il raggiungimento dei voti necessari per far passare i quesiti referendari. Le associazioni contrarie alla politica omofoba di Orban hanno così invitato l’elettorato ad annullare le schede, evitando così di raggiungere la soglia critica.
Il referendum perciò non dà legittimità democratica a quel provvedimento, che non solo nega il diritto di esistenza, ma anche di rappresentazione e di difesa delle persone Lgbt+. È un mito molto diffuso, tra le destre sovraniste (e sempre più estreme), quello del presunto pericolo per l’infanzia costituito dalla comunità arcobaleno. Dire che non bisogna picchiare un compagno perché in “sospetto” di omosessualità, dichiarare che esistono persone che hanno un genere diverso rispetto al sesso assegnato alla nascita e che è possibile che si possano amare anche persone dello stesso sesso è bollato come “indottrinamento”. Per capire la malafede di questa narrazione, è come pensare che fare una lezione sul rispetto per gli animali significhi imporre a chiunque di non mangiar carne, di diventare vegani, di distruggere vetrine di macellerie e supermercati.
Affermare che esiste una realtà che sta accanto a quella definita come “norma” non significa voler operare una sostituzione o un ribaltamento. E men che mai imporre un orientamento sessuale diverso rispetto al proprio. A ben vedere, questo avviene sì: ma nel mondo eterosessuale. Con le terapie riparative, che mirano – con la violenza e la superstizione di matrice religiosa – a “far cambiare idea” a giovani omosessuali per convertirli all’orientamento ritenuto l’unico possibile.
Certo, questo stop a Orban non significa un cambio di passo. La legge molto probabilmente resterà in vigore. Così come quei provvedimenti già accennati. Eppure un messaggio è arrivato. In un paese in cui il leader “controlla la quasi totalità dei media, ha finanziato la campagna elettorale con una valanga di soldi pubblici, ha ridisegnato i collegi elettorali per favorire Fidesz”, ovvero il suo partito, è facile vincere le elezioni.
Ma il controllo sui meccanismi di voto non si traduce in un controllo delle coscienze. Non in automatico, almeno. E la questione Lgbt+ oggi si configura come uno dei fronti su cui si combatte una battaglia politica fondamentale: quella tra chi ha a cuore la democrazia, la libertà e il rispetto delle minoranze da una parte e chi sta dalla parte dei peggiori regimi autoritari, dall’altra. Una guerra tra felicità e odio, insomma. L’arcobaleno, insieme alla sua comunità, è un argine che rischia di divenire trincea. Dall’Ungheria arriva questo messaggio.













































Victor Orban ha conquistato il 4° mandato consecutivo da premier d’Ungheria ma ha fallito il referendum omotransfobico dal suo governo voluto e imposto, e da sbattere in faccia all’UE che da mesi minaccia sanzioni economiche dinanzi alla legge contro la propaganda LGBTQ+ approvata lo scorso anno.
Fidesz ha presentato il referendum come un voto popolare “a protezione” dei bambini, con questi 4 specifici quesiti presentati agli elettori.
L’ufficio elettorale nazionale ungherese ha stabilito che tutte e quattro le domande non hanno raggiunto il quorum richiesto, perché meno del 45% degli elettori aventi diritto ha espresso un voto valido. Molte associazioni contrarie al referendum hanno fatto campagna per l’annullamento delle schede, invitando gli elettori a renderle nulle. Addirittura 1,6 milioni di voti, quasi un terzo del totale, sono stati ritenuti non validi. Un’enormità, nonché uno schiaffo in faccia ad Orban che puntava al referendum per trarne forza in Europa.
Tuttavia, il 90 per cento dei voti validi ha votato ‘NO’ a tutte e quattro le domande. La legge in questione già oggi vieta qualsiasi materiale con personaggi gay o veicolante un qualsiasi tipo di supporto alla comunità LGBT+ che possa essere visto da minori. Qualsiasi contenuto che mostri relazioni LGBT+, una transizione verso un altro genere, o immagini della bandiera arcobaleno sarà ora etichettato come “non raccomandato per i minori di 18 anni” e potrà essere trasmesso in televisione solo tra le 22 e le 5 del mattino.
Referendum o meno la legge rimane attiva, per quanto affondata dall’UE e da un gruppo di esperti indipendenti di diritto costituzionale che ha certificato come vìoli gli standard internazionali sui diritti umani. L’Unione Europea ha da tempo avviato un’azione legale nei confronti dell’Ungheria, sostenendo che la tanto contestata legge è contraria alla libertà di espressione e di informazione, nonché alla libertà di prestazione di servizi e di circolazione delle merci.
Dopo il trionfo elettorale di Orban, la Commissione Europea ha ufficializzato che utilizzerà contro l’Ungheria il nuovo meccanismo che lega l’emissione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto da parte degli stati membri. Parola di Ursula von der Leyen. Questo vuol dire che i fondi del bilancio pluriennale dell’Unione Europea potranno essere ridotti dinanzi ad un Paese che ha scarso rispetto dello stato di diritto. Minacce, per ora, che diverranno realtà da qui a nove mesi se Orban non farà un passo indietro. Il Consiglio dell’Unione Europea potrebbe ridurre i fondi destinati al governo ungherese, con un voto dei 27 Paesi a maggioranza qualificata. Dal 2014 al 2020 l’Ungheria ha ricevuto 27 miliardi di euro. L’UE potrebbe intervenire anche sui soldi sul piano nazionale di ripresa e resilienza post-Covid. L’Ungheria ha chiesto 7,2 miliardi di euro di sussidi dal Recovery fund. Per ora congelati.
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