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Se un figlio rivela la sua omosessualità ai genitori, questi devono “pregare, non condannare, dialogare, capire, fare spazio perché si esprimi” perché altrimenti viene meno “la maternità e la paternità”. Lo ha detto il Papa nella conferenza stampa sul volo di ritorno da Dublino. “Mai dirò che il silenzio è un rimedio. Tu sei mio figlio, sei mia figlia, come io sono tuo padre, tua madre. Parliamo. Quel figlio ha diritto ad una famiglia e non ad essere cacciato via”. E ha aggiunto: “In quale età si manifesta questa inquietudine [dell’omosessualità] del figlio? Una cosa è quando si manifesta da bambino che ci sono tante cose da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Un’altra cosa è quando si manifesta dopo 20 anni o cose del genere”.
No, carissimo arcivescovo di Roma, l’omosessualità non è un malessere; tanto meno una malattia. Non c’è nulla che i genitori possono fare, se non capire e accettare. Certamente non pregare o tollerare. L’omosessualità non è un morbo che si prende a un certo punto della propria vita; è un modo di essere innato. Con questo suo discorso spinge le famiglie credenti a considerare la presenza di un figlio omosessuale in casa un problema e non una cosa naturale. Il ricorso alla psichiatria crea solo infelicità in famiglia e inutili complessi nei ragazzi omosessuali credenti o che semplicemente tengono molto alla propria famiglia. Inoltre, mi lasci aggiungere altre due parole. Effettivamente una malattia c’è nel discorso che lei ha fatto; ma non è l’omosessualità; ma l’omofobia. L’omofobia di chi fa questi discorsi (anche le è malato); di chi crede di poter disporre delle vite degli altri, magari non avendone una propria; di chi vuole insegnare ai genitori come crescere ai figli (non avendone mai avuti e avendo inoltre coperto chi li stuprava). Si vergogni. Lei è un essere immondo!
Categorie:Editoriali, Lgbt, Religione













































