Inizialmente previsto il 25 maggio 2014, stesso giorno delle elezioni presidenziali in Ucraina, fu anticipato prima al 30 marzo e poi al 16 marzo. Il referendum fu preceduto il 4 marzo 2014 dalla richiesta del parlamento della Crimea, approvata con 78 voti su 81, che la repubblica – se fosse divenuta indipendente – potesse entrare a far parte della Federazione russa. Inoltre, l’11 marzo 2014 la repubblica dichiarò unilateralmente l’indipendenza dall’Ucraina.
Il 21 marzo 2014 la Duma discusse un disegno di legge per l’adesione della Crimea alla Federazione russa.
Al referendum furono ammessi a votare tutti i maggiorenni in possesso della cittadinanza ucraina residenti in Crimea e i cittadini russi ivi presenti e in possesso del permesso di soggiorno nella penisola. Il Ministero della Giustizia ucraino, in occasione del referendum, bloccò la banca dati con il registro degli elettori della Crimea, per cui furono utilizzati gli elenchi degli elettori, forse non aggiornati, risalenti alle elezioni alla Verchovna Rada, il parlamento della Crimea, del 2012.
Al referendum furono presenti 70 osservatori internazionali da 23 paesi; di questi, 54 erano provenienti da paesi dell’Unione Europea e includevano membri del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali dei singoli paesi. L’OSCE non partecipò considerando il referendum illegale nella forma.
I seggi furono aperti dalle 8.00 alle 20.00 (UTC+4) e fino alle 22.00 a Sebastopol. Furono stampate 1 550 000 schede per un costo complessivo di 2 milioni di dollari (pari a circa 18 milioni e mezzo di grivnie ucraine). 1 500 soldati furono presenti nei seggi elettorali in tutta la repubblica autonoma e furono formate 192 commissioni elettorali ripartite in 27 commissioni elettorali territoriali. Il 13 marzo 2014, secondo il ministro della difesa ucraino, Vitalij Jarema, erano presenti in Crimea 18 430 soldati russi.
La crisi di Crimea del 2014 fu una delle conseguenze dell’Euromaidan, dopo che nel febbraio 2014 il governo precedentemente in carica venne rimpiazzato da uno in linea coi principi dell’Euromaidan; la Russia è intervenuta nei primi giorni di marzo spostando truppe regolari nella penisola di Crimea e bloccando con le sue navi da guerra il porto di Sebastopoli ai movimenti delle navi ucraine con lo scopo “di proteggere la popolazione di nazionalità russa in Crimea”.
L’Ucraina ha risposto mettendo in mobilitazione le sue forze armate, anche se l’obiettivo principale era quello di risolvere la questione per via diplomatica, in quanto le forze armate ucraine in nessun caso sarebbero state in grado di confrontarsi con quelle russe, dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo. La Russia ha risposto affermando che le sue truppe non avrebbero lasciato il territorio della Crimea, finché la situazione non si fosse stabilizzata. Alcuni Stati, tra cui gli Stati Uniti d’America, il Canada, la Francia, la Germania, l’Italia, la Polonia, il Regno Unito e la commissione dell’Unione europea hanno accusato la Russia di aver violato le leggi internazionali e di aver destabilizzato la sovranità ucraina. Altri Stati (Siria, Corea del Nord, Venezuela, Ossezia del Sud e Transnistria) hanno invece appoggiato le azioni della Russia e/o condannato il governo ucraino del dopo-Euromaidan come illegale.
Distribuzioni regionali analoghe si potevano riscontrare anche relativamente all’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea, in particolare a livello nazionale il 46% preferiva l’accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea, il 36% l’ingresso nell’Unione doganale eurasiatica e il 19% era indeciso.
La riuscita della rivoluzione col cambio di governo non fermò gli scontri in tutte le aree del paese: uno degli episodi più tragici accadde dopo l’annessione della Crimea alla Russia e fu l’incendio della Casa dei sindacati di Odessa, avvenuto il 2 maggio 2014 che causò la morte di 42 persone, tra manifestanti filorussi e persone che si trovavano fortuitamente nell’edificio.











































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