Il 20 ottobre 2012 si è tenuto in Islanda un referendum costituzionale consultivo non vincolante. Agli elettori è stato chiesto se approvassero sei proposte incluse in una nuova bozza di costituzione elaborata dall’Assemblea costituzionale islandese. Tutte e sei le domande vennero approvate dagli elettori.
Il referendum era composto da sei quesiti:
- Vuoi che le proposte del Consiglio costituzionale costituiscano la base di un nuovo progetto di Costituzione?
- Nella nuova Costituzione, vuoi che le risorse naturali che non sono di proprietà privata siano dichiarate proprietà nazionale?
- Vorresti vedere disposizioni nella nuova Costituzione su una chiesa (nazionale) stabilita in Islanda?
- Vorresti vedere una disposizione nella nuova Costituzione che autorizzi l’elezione di particolari individui all’Althing più di quanto non avvenga attualmente?
- Vorresti vedere una disposizione nella nuova Costituzione che dia uguale peso ai voti espressi in tutte le parti del Paese?
- Vorresti vedere una disposizione nella nuova Costituzione che stabilisca che una certa parte dell’elettorato è in grado di chiedere che le questioni siano sottoposte a referendum?
Riemergendo dalla bufera che ha travolto il suo sistema bancario proprio all’inizio della crisi finanziaria globale, l’Islanda sarà il primo Paese al mondo a dotarsi di una Costituzione nata in modo collaborativo, plasmata attraverso una consultazione che ha coinvolto i 300mila abitanti dell’isola mediante i social media. Non è quindi una sorpresa che la bozza della Carta fondamentale del Paese, discussa ed elaborata via Facebook e Twitter, sia stata approvata domenica con una maggioranza dei due terzi dei votanti. Adesso manca solo il sigillo finale del Parlamento di Reykjavik.
Alla luce della crisi finanziaria, gli islandesi avevano deciso di rimettere mano alla Costituzione del ’44, plasmata al momento dell’indipendenza sul modello di quella della vecchia madrepatria danese, ritenuta ormai datata. Nel 2010 è stato eletto – con un voto contestato che ha messo in discussione l’intero processo di revisione – un Consiglio costituzionale formato da 25 cittadini che hanno comunque messo a punto i principi fondamentali. Sulla bozza, presentata al Parlamento nel luglio 2011, è stata quindi aperta – e qui sta la vera novità – una consultazione durata più di un anno attraverso i social media per raccogliere le opinioni dirette degli islandesi sul testo. Domenica scorsa ai cittadini sono state sottoposte con un referendum sei domande, la prima delle quali era proprio relativa all’uso della bozza come base da utilizzara da parte del Parlamento per la definizione della nuova Costituzione.
Per l’Islanda la Costituzione 2.0 non è l’unica ricaduta “tecnologica” della crisi. Reykjavik si candida infatti a essere anche un “paradiso democratco” a disposizione di tutti i popoli che non godono della libertà di espressione. L’International Modern Media Institute islandese si candida infatti a essere una Wikileaks del libero pensiero per le opinioni degli oppressi dalle dittature di tutto il mondo: i loro siti saranno ospitati nei data center dell’isola, numerosi ma in parte inattivi.
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