Arresti e scontri con le forze dell’ordine. Così l’opposizione bielorussa ha accolto ieri i risultati delle elezioni presidenziali che hanno confermato, con l’80% dei voti, il quarto mandato per il presidente Alexander Lukashenko. Alcune fonti riportano sette arrestati tra i nove candidati dell’opposizione, altre riducono il numero a quattro. Il fermo è avvenuto a Minsk, e tra i nomi ci sono anche quelli di Andreï Sannikov e Vitaly Rumashevsky, i due principali candidati, mentre i portavoce di Nikolai Statkevitch e Rygor Kastussev hanno riferito dei loro arresti. Un altro candidato, Vladimir Nekliaev – riferiscono i media locali – ferito negli scontri con la polizia, è stato prelevato dalle forze dell’ordine in ospedale. Al momento la polizia di Minsk conferma il fermo di soli due candidati. E in seguito agli scontri e agli arresti arriva il giudizio dell’Osce, che secondo un membro polacco della squadra di osservatori internazionali, “non può essere positivo”.

Le manifestazioni seguìte ai risultati elettorali sono state represse con la forza. Anche un giornalista è stato fermato e tenuto in custodia per alcune ore. Arrestati anche centinaia di manifestanti. Durante la giornata, circa 10mila persone avevano marciato a Minsk scandendo slogan anti-Lukashenko, in una delle più significative sfide al presidente che da sedici anni governa con il pugno di ferro la ex repubblica sovietica.
Dura la reazione degli Stati Uniti, che denunciano il ricorso alla forza contro l’opposizione. “Siamo molto preoccupati – riferisce in un comunicato l’ambasciata americana a Minsk – e chiediamo al governo della Bielorussia di dare prova di ritegno durante il proseguimento del processo elettorale che non deve essere segnato né da intimidazioni né da violenze”. Gli Stati Uniti si dicono preoccupati anche delle sorti del candidato Nekliaev, “portato di forza in un ospedale di Minsk da gente sconosciuta: chiediamo il suo ritorno sano e salvo”.
Un appello al rilascio delle persone arrestate arriva anche da parte della Ue, con l’Alto rappresentante per la Politica estera, Catherine Ashton, che ha “condannato” la repressione e ha chiesto una liberazione “immediata” dei membri dell’opposizione. Ma alle tante critiche piovute da mezzo mondo il presidente Lukashenko ha replicato in maniera sprezante, esprimendo apprezzamento per il rigore della polizia davanti “alla barbarie e alla distruzione” delle proteste dell’opposizione. In una conferenza in diretta tv dopo la rielezione a un quarto mandato, Lukashenko ha denunciato quello che ha definito il “banditismo” dell’opposizione e ha assicurato che “non ci saranno rivoluzione o criminalità in Bielorussia”.
Le vicende della ex repubblica sovietica hanno avuto poi anche una ricaduta polemica tutta italiana. Il ministro degli Esteri Franco Frattini si è detto infatti “molto preoccupato per gli episodi di repressione e violenza subiti dai manifestanti e dagli esponenti dell’opposizione a seguito delle elezioni presidenziali in Bielorussia”. “Gli arresti sono inaccettabili”, ha aggiunto il capo della Farnesina precisando che “esprimerò personalmente queste nostre preoccupazioni al ministro Martynov durante il previsto incontro di dopodomani a Roma”. Parole che l’opposizione ha criticato con forza. “Il fattorino Frattini dovrebbe dissociarsi da Berlusconi e provare un po’ di vergogna – ha tuonato il portavoce dell’Idv Leoluca Orlando – Il suo capo è stato l’unico presidente del Consiglio occidentale ad andare a trovare e ad omaggiare il dittatore Lukashenko negli ultimi 15 anni. Quelle del ministro degli Esteri sono considerazioni tardive e inutili perché è ingiustificabile dare la patente democratica ad un regime del genere”. Dura anche la presa di posizione del Pd che si chiede “se il governo italiano e il presidente Berlusconi, che ha non solo elogiato quel regime ma vantato un rapporto personale privilegiato con Alexander Lukashenko, dirà una parola o compirà un gesto a difesa di quella opposizione alla quale sola è affidata la speranza di una evoluzione democratica della Bielorussia”.
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