
Il Parlamento di Bujumbura con 90 voti a favore, 10 astenuti e nessuno contrario, ha approvato la nuova legge penale che prevede l’abolizione della pena di morte (trasformata in ergastolo), mette fine alla tortura e inserisce il reato di violenza sessuale con pena massima di 20 anni. Questo provvedimento assume una rilevanza storica per un Paese che si avvia a completare il lento processo di democratizzazione all’interno di un’area geografica difficile.
Secondo il Rapporto sulla pena di morte nel mondo 2008 stilato dall’Associazione “Nessuno tocchi Caino”, diminuisce il numero degli Stati che adottano la pena capitale: 49 nel 2007contro i 54 nel 2005.
Resta alto il numero di esecuzioni, nel 2007 sono state stimate in circa 6000, con un trend in salita rispetto agli anni precedenti.
La coraggiosa riforma intrapresa dal Burundi, rappresenta un risultato incoraggiante che fa sperare in un graduale effetto domino rispetto ai Paesi che adottano ancora la pena di morte; la stessa modifica è riconducibile anche agli effetti della Moratoria universale delle esecuzioni capitali, approvata dall’Assemblea generale dell’ONU nel 2007 sotto la vigorosa azione del Governo italiano.
Il Burundi ha abolito la pena di morte nel 2009. Il Presidente Pierre Nkurunziza ha promulgato il nuovo codice penale il 22 aprile, ma mentre da un lato il codice abolisce la pena di morte e introduce pene per tortura, genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’altro rende l’omosessualità un reato punibile con la detenzione. Sin dall’indipendenza dal Belgio nel 1962, il Burundi è stato teatro di scontri tra la minoranza dei Tutsi al potere nel paese e gli Hutu che costituiscono la maggioranza della popolazione. Il conflitto etnico si è ulteriormente aggravato nel 1993, dopo l’assassinio da parte di estremisti Tutsi del Presidente Hutu Melchior Ndadaye, il primo Presidente del paese eletto democraticamente. Oltre 500.000 persone sono morte nel corso di massacri, ribellioni e colpi di stato che si sono susseguiti per una decade.
Il 28 agosto 2000 è stato firmato ad Arusha, in Tanzania, un accordo di pace tra il Governo, i principali partiti politici e alcuni gruppi armati dell’opposizione. Due fra le principali fazioni armate dell’opposizione, tra cui le Forze Nazionali di Liberazione, non hanno partecipato all’accordo e si sono rifiutate di riconoscere l’autorità del Governo di transizione triennale, composto sia da Tutsi che da Hutu, che è stato istituito a novembre del 2001 nel quadro degli sforzi volti a porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1993. Nel paese sono continuate le violazioni dei diritti umani.
Come stipulato nell’Accordo di Arusha, il leader dei Tutsi Pierre Buyoya ha guidato il governo per i primi 18 mesi e il 30 agosto 2003 ha lasciato il potere al suo Vice Presidente, l’Hutu Domitien Ndayizeye, per gli altri 18 mesi del periodo di transizione.
Nell’aprile del 2003 il Parlamento nazionale di transizione ha votato all’unanimità il riconoscimento della Corte Penale Internazionale, il tribunale permanente delle Nazioni Unite per i crimini di guerra.
Nel gennaio 2005, è stata istituita la Truth and Reconciliation Commission (Commissione Verità e Riconciliazione) con un mandato di due anni per investigare sui crimini politici commessi tra il 1962 e il 2000.
Una nuova costituzione che stabilisce un sistema di ripartizione del potere gradito sia all’esercito dominato dalla minoranza Tutsi sia ai ribelli Hutu, è stata approvata con un referendum popolare che si è tenuto nel marzo 2005. L’ex leader ribelle Pierre Nkurunziza era il candidato unico alle elezioni presidenziali dell’agosto 2005, le prime democratiche tenute nel paese dall’inizio della guerra civile.
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