È durata più del previsto l’audizione di Massimo D’Alema nella Sala del mappamondo alla Camera: due ore e mezzo per spiegare la posizione italiana sulla guerra in Libano, ma soprattutto per lanciare l’allarme: «La situazione si aggrava di ora in ora. L’Europa vuole l’invio di una forza internazionale, ma solo se cesseranno le ostilità». E a un certo punto racconta l’elemento che più lo ha fatto preoccupare: «II governo egiziano ha scritto una lettera in cui mette in guardia la comunità internazionale: se il conflitto non si arresta subito i Paesi moderati non riusciranno più a fermare l’ondata di solidarietà che si sta creando attorno a Hezbollah». Sì, perché secondo il
responsabile della Farnesina, chiamato a riferire davanti alla commissione Esteri di Camera e Senato, ora è possibile un contagio, una regionalizzazione del conflitto. E che la situazione in Medio Oriente preoccupi il governo è testimoniato anche dal fatto che a tarda sera, nonostante la dibattito sulla fiducia, Romano Prodi ha ricevuto a Palazzo Chigi l’ambasciatore Usa Ronald Spogli. Allora, che fare? D’Alema spiega in commissione che «l’Italia è favorevole all’invio di una forza internazionale consistente, una vera e propria forza militare, non semplici osservatori». Assicura quindi che il giorno prima a Bruxelles «non c’è stata una divisione» tra la linea di francesi, italiani e spagnoli e quella di inglesi e tedeschi più soft con Israele: «Abbiamo utilizzato la stessa formula che la Francia ha scritto per l’Onu: prima cessazione delle ostilità, poi cessate il fuoco, quindi disponibilità del Libano ad accogliere una forza internazionale sotto l’egida della Nazioni Unite». E qui spiega il principale punto di contrasto con il governo israeliano, «convinto, invece, che l’aiuto militare debba arrivare a guerra ancora in corso». Ma la critica a Gerusalemme è complessiva: «II premier Olmert ha una posizione irrealistica: è un errore affidare la sicurezza del Paese alla sola, spietata durezza dell’azione militare. Ciò ha il solo effetto di far crescere la solidarietà attorno agli Hezbollah. La mia preoccupazione sulla reazione spropositata di Israele era fondata». La formazione di Nasrallah, insiste D’Alema, «non è un qualsiasi gruppo di terroristi da individuare e disarmare». Questo modo di pensare «è riduttivo» perché «Hezbollah è presente nel Parlamento libanese e rappresenta circa un terzo del Paese». In altre parole. Per il ministro degli Esteri la soluzione non può essere che politica. Tanto che «il processo di stabilizzazione in Medio Oriente deve coinvolgere Siria e Iran», vale a dire i due Paesi accusati di essere i maggiori sponsor e fornitori di armi del «Partito di Dio». Anche perché «si sta dimostrando che le iniziative unilaterali, persino i ritiri unilaterali come quello di Gaza, non funzionano nella regione: bisogna coinvolgere tutti gli attori della crisi». Un evento che potrebbe aiutare la soluzione del conflitto è invece, secondo D’Alema, la liberazione degli ostaggi: «Potrebbe permettere di chiedere a Israele atti paralleli: nelle carceri israeliane ci sono 10 mila palestinesi». Il ministro auspica che la forza intemazionale venga inviata in Libano entro l’estate («se è necessario convocheremo il Parlamento in pieno agosto»). Poi però da New York arriva la notizia che la riunione preliminare sulla sua composizione, che si doveva tenere oggi al Palazzo di Vetro, è stata rinviata a data da destinarsi per la distanza esistente tra Parigi e Washington. L’accordo non è ancora vicino. E Benedetto XVI rinnova il suo appello per la fine delle ostilità: «Nulla può giustificare lo spargimento di sangue innocente, da qualunque parte esso provenga».












































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