Delors, Santer, Prodi, Barroso I, Juncker, e infine von der Leyen. Una mozione di censura contro il collegio dei commissari non è cosa da tutti i giorni, eppure nel corso degli anni è divenuta sempre più frequente. Da quando il Parlamento europeo è divenuta istituzione direttamente eletta, nel 1979, si sono registrati dieci casi di presentazione di richiesta di dimissioni. La prima volta nel 1990, e da lì in avanti praticamente tutti i collegi hanno subito un voto di sfiducia da parte del Parlamento europeo. Con la censura depositata contro l’attuale esecutivo comunitario, salgono a 11 i voti dell’Aula del Parlamento europeo per un’eventuale richiesta di dimissioni dell’intero collegio. Eunews passa in rassegna ai precedenti storici:
Censura alla Commissione Delors (1990, 1991, 1992)
Jacques Delors è considerato uno dei principali artefici dell’integrazione europea. E’ con lui alla testa dell’esecutivo comunitario che vengono firmati i trattati di Maastricht che trasformano la Comunità economica europea (Cee) in Unione europea (Ue). E’ sotto Delors che si crea il mercato unico europeo, e sempre sotto Delors si ha la riforma della Politica agricole comune (Pac). Proprio contro le idee di riforma della Pac il gruppo della Destra europea due mozioni di censura, a febbraio del 1990 e a luglio del 1991, entrambe respinte (rispettivamente 16 ‘sì’, 234 ‘no’, 5 astensioni, e 8 ‘sì’, 206 ‘no’, 15 astensioni). Nel dicembre del 1992 il deputo dei Verdi europei, Paul Lannoye, raccoglie un totale di 72 firme per chiedere le dimissione del collegio Delors per la posizione della Commissione sull’accordo per la tariffe doganali e il commercio (Gatt). Anche in questo caso mozione respinta (96 ‘sì’, 246 ‘no’, 15 astensioni).
Censura alla Commissione Santer (1997, 1999)
Nel 1996 esplode in Europa la pandemia di Encefalopatia spongiforme bovina (Bse), più noto come morbo della mucca pazza. José Happart, europarlamentare belga, socialista, ritiene di dover censurare la Commissione europea presieduta da Jacques Santer per non aver saputo né prevenire né gestire la crisi. L’Aula però, nel voto di febbraio 1997, non disarciona i membri del collegio (118 ‘sì’, 326 ‘no’, 15 astensioni).
Non è però questa la fine dei confronti con il Parlamento europeo per la Commissione Santer, che dopo appena due anni (gennaio 1999) si vede al centro di due mozioni di censura per la mancata concessione del discarico di bilancio relativi all’anno 1996. La prime mozione, quella dei socialisti, viene ritirata, ma una seconda, più trasversale, viene messa ai voti e la Commissione si salva ma non per molto (232 ‘sì’, 293 ‘no’, 27 astensioni). E’ la premessa della fine di un esecutivo comunitario che si dimetterà due mesi più tardi, a marzo 1999. La commissaria per la ricerca di allora, la francese Edith Cresson, viene accusa di corruzione ma rifiuta di dimettersi. E’ l’intero collegio a dimettersi, per evitare un nuovo voto di sfiducia.
Censura alla Commissione Prodi (2004)
Alla Commissione Santer succede quella di Romano Prodi, investita dallo scandalo di Eurostat. Alti funzionari dell’istituto di statistica europea avrebbero utilizzato un sistema di doppia contabilità per dirottare circa un milione di euro di fondi Ue su conti segreti, motivo di indagini da parte dell’Ufficio antifrode dell’Ue. Essendo Eurostat l’ufficio statistico della Commissione europea, si chiede conto della situazione e ad aprile 2004 si giunge censurare le Commissione Prodi, su iniziativa di Jens-Peter Bonde, europarlamentare euroscettico che raccoglie altre 64 firme. L’Aula respinge (88 ‘sì’, 515 ‘no’, 63 astensioni).
Censura alla Commissione Barroso I (2005)
Passa un anno appena, e a maggio 2005 l’Aula del Parlamento europeo si ritrova a votare una mozione di censura contro la Commissione di Josè Manuel Barroso. Sullo sfondo le accuse di corruzione e favori: Nigel Farage, leader dell’Ukip e fautore della Brexit, accusa l’esecutivo comunitario di aver accettato donazioni da parte di un ricco uomo d’affari, che avrebbe poi ottenuto concessione di aiuti regionali. L’Aula non crede a questa storia e salva la Commissione (35 ‘sì’, 589 ‘no’, 35 astensioni).
Censura alla Commissione Juncker (2014)
Il Parlamento europeo decide di utilizzare ancora lo strumento della mozione di censura nel 2014, stavolta contro il lussemburghese Jean-Claude Juncker. La sua Commissione, entrata in carica l’1 novembre, viene subito investita dalle rivelazioni su accordi fiscali agevolati per attirare le imprese in Lussemburgo. Proprio Juncker, nella veste di primo ministro di lungo corso, sarebbe l’artefice di un sistema che ha portato il Granducato a essere un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea. Per questo si chiede la testa del neo-nominato Juncker, che invece supera il voto (101 ‘sì’, 461 ‘no’, 88 astensioni) e rimane in sella.
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