Economia

Lo stato dell’economia italiana

Lunedì l’ISTAT ha pubblicato un report sulla situazione economica dell’Italia, soffermandosi in particolare sull’andamento del PIL (il prodotto interno lordo) e dell’indebitamento pubblico. Il quadro che ne emerge è ambivalente: positivo, almeno in parte, per quel che riguarda gli equilibri di finanza pubblica e dunque il bilancio dello Stato, assai meno incoraggiante per quel che riguarda invece la crescita economica.

Nel complesso è confermata l’efficacia della responsabile politica di bilancio del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, improntata a una prudenza che confuta anni di propaganda della destra: l’Italia sta di fatto, almeno per ora, seguendo un percorso ancor più virtuoso di quello concordato con la Commissione Europea per quel che riguarda la riduzione della spesa pubblica e del deficit (cioè il disavanzo di bilancio annuale), anche se il debito pubblico continua a crescere in modo preoccupante.

D’altra parte emergono anche i limiti di questa politica per quel che riguarda il sostegno agli investimenti (demandati per lo più all’attuazione del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato con fondi europei) e alla produttività delle imprese, e questo spiega la scarsa vitalità dell’economia nel suo complesso, con prospettive di crescita del PIL sempre più negative. Inoltre, l’ISTAT certifica l’aumento della pressione fiscale, cioè l’ammontare delle tasse e dei tributi in rapporto al PIL: e questo è un dato problematico dal punto di vista mediatico e politico per il governo di Meloni, che ha invece fin qui fatto della riduzione della pressione fiscale una delle sue priorità.

Nel 2024 il PIL italiano è cresciuto dello 0,7 per cento, 3 decimi in meno rispetto alle stime ufficiali inserite dal governo nel Piano strutturale di bilancio nel settembre scorso, cioè nel documento con cui aveva definito a grandi linee l’andamento della politica economica e finanziaria dei prossimi cinque anni. La variazione è significativa anche se di per sé non sconcertante, ma rende inevitabilmente meno ottimisti anche rispetto al 2025, a cui pure si guardava già con una certa apprensione: il governo ha previsto per l’anno in corso una crescita dello 0,8 per cento, quindi con un rallentamento rispetto al 2024. Il fatto che ora i dati sull’anno passato vengano rivisti al ribasso induce a pensare che sia molto difficile raggiungere l’obiettivo anche per il 2025, e questo potrebbe generare degli squilibri nella finanza pubblica.

A fronte di questo rallentamento dell’economia, diminuisce però con maggiore nettezza del previsto anche il deficit: il governo aveva concordato con la Commissione Europea un disavanzo del 3,8 per cento nel 2024, in netto calo rispetto al 2023 (quando era stato del 7,2 per cento): la riduzione è stata invece ancor più notevole, a quanto risulta all’ISTAT, che ha calcolato un deficit del 3,4 per cento.

È un dato apparentemente controintuitivo: dato che il deficit si calcola in rapporto al PIL, di solito il calo della crescita determina un aumento del disavanzo. Invece in questo caso non è andata così, perché al di là della crescita dell’economia ciò che è stato considerevole è stata la riduzione della spesa pubblica, a un tasso maggiore rispetto a quella definita con le istituzioni europee. Questo è successo nonostante nei mesi passati vari esponenti del governo e della maggioranza di destra avessero duramente criticato i parametri del nuovo Patto di stabilità, cioè le norme fiscali a cui devono sottostare i paesi dell’Unione Europea, ritenendoli troppo severi e poco praticabili.

Nel 2024 le uscite totali delle pubbliche amministrazioni – pari al 50,6 per cento del PIL e dunque a poco più di mille miliardi di euro – sono scese del 3,6 per cento rispetto al 2023: ciò è dovuto soprattutto alla progressiva sospensione dei contributi pubblici per il Superbonus, cioè le costosissime agevolazioni per la ristrutturazione e l’efficientamento energetico degli immobili privati introdotte dal governo di Giuseppe Conte, che hanno ridotto in maniera considerevole la spesa per contributi agli investimenti (-72,9 per cento).

Questa riduzione è stata solo in minima parte compensata dall’aumento della spesa corrente, cioè le spese che le pubbliche amministrazioni devono sostenere per acquistare beni e servizi nell’immediato, o per pagare stipendi e pensioni: le uscite correnti sono aumentate del 3,9 per cento in gran parte proprio per effetto dell’inflazione, cioè l’aumento dei prezzi.

Sempre sul piano degli equilibri finanziari, è positivo anche il dato sul saldo primario, cioè la differenza tra entrate e uscite nel bilancio dello Stato al netto degli interessi che lo Stato deve pagare sul debito pubblico. Contrariamente a quanto Meloni aveva detto in parlamento il 17 dicembre scorso, quando aveva rivendicato che «l’Italia sta in avanzo primario già da tempo», l’Italia non era in avanzo primario da quattro anni. Lo era stata a lungo, dalla metà degli anni Novanta fino al 2019, e poi invece le uscite erano iniziate a essere stabilmente più alte delle entrate. Nel 2024 per la prima volta in alcuni anni il bilancio italiano è tornato in attivo, e anche in questo caso a un ritmo migliore di quanto concordato dal governo con la Commissione Europea. Lo scorso settembre l’Italia aveva previsto un avanzo primario dello 0,1 per cento del PIL: e invece, secondo l’ISTAT, l’avanzo sarà dello 0,4 per cento, in netto miglioramento rispetto al disavanzo del 3,6 per cento del 2023. Significa che il saldo tra entrate e uscite è positivo per circa 9,6 miliardi di euro.

Non tutti i dati che riguardano il bilancio, però, sono positivi. Il debito pubblico infatti continua a salire, anche se in misura meno marcata rispetto alle previsioni del governo. Se nel 2023 era pari al 134,8 per cento del PIL, nel 2024 è stato del 135,3 per cento, secondo l’ISTAT: mezzo punto in meno rispetto al 135,8 per cento previsto dal governo nel Piano strutturale di bilancio a settembre. L’aumento della spesa per interessi è significativa, del 9,5 per cento rispetto al 2023, anno in cui si era registrato un calo del 4,6 per cento rispetto al 2022: significa che lo Stato deve spendere di più per pagare gli interessi sui titoli di stato venduti per finanziarsi, e questo rende indisponibili risorse che altrimenti potrebbero essere destinate a misure produttive (scuola, sanità, ricerca, sviluppo industriale).

Il dato che però crea maggiore imbarazzo nel governo è quello che riguarda la pressione fiscale, cioè l’indice comunemente preso a riferimento per stabilire se, in breve, le tasse scendono oppure no (anche se la pressione fiscale, a ben vedere, è calcolata in rapporto al PIL, e dunque soggetta alle variazioni della crescita economica). Sia Fratelli d’Italia, sia la coalizione di destra nel suo complesso, ne avevano fatto un punto qualificante del loro programma elettorale, nel 2022. In questi due anni più volte il governo ha annunciato provvedimenti che avrebbero dovuto avere proprio l’effetto di ridurre la pressione fiscale. Durante l’approvazione dell’ultima legge di bilancio, tra ottobre e dicembre, c’era stata poi una polemica politica nella quale i partiti di destra avevano rivendicato che, a dispetto delle critiche delle opposizioni, con le misure economiche adottate dal governo il prelievo fiscale sul PIL era destinato a calare.

Lo stesso governo si era in realtà contraddetto negli atti ufficiali delle scorse settimane, che evidenziavano come nel 2024 la pressione fiscale fosse risultata, secondo il ministero dell’Economia, pari al 42,3 per cento, e che prevedevano si sarebbe mantenuta su questo livello fino alla fine della legislatura: un livello comunque più alto rispetto a quando la destra aveva vinto le elezioni. L’ISTAT certifica invece che nel 2024 la pressione fiscale è risultata ancora più alta del previsto: 42,6 per cento del PIL, in aumento di 1,2 punti rispetto al 2023 e di 0,9 punti rispetto al 2022, l’anno in cui il governo di Meloni si è insediato. In particolare, sono aumentate l’IRPEF (l’imposta sulle persone fisiche) e l’IRES (l’imposta sui redditi delle società), che hanno determinato una crescita delle imposte dirette del 6,6 per cento. Ma anche quelle indirette (come l’IVA o l’IRAP, cioè le imposte sul consumo e sulle attività produttive) sono aumentate del 6,1 per cento.

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