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Trump blocca aiuti per la PrEP a uomini gay e sex workers

Accadrà presto, accadrà davvero, e senza deroghe. Milioni di persone rischiano di rimanere senza cure salvavita, e la responsabilità ricade su una decisione politica che nulla ha a che vedere con la scienza o con la salute pubblica. È il riflesso della nuova impostazione ideologica dell’esecutivo guidato da Donald Trump, che oggi sceglie di subordinare la lotta contro l’HIV – uno dei più grandi successi della sanità globale degli ultimi vent’anni – ai diktat di una morale ultraconservatrice e sessista.

Dopo lo stop imposto ai finanziamenti esteri di USAID, si era riusciti almeno a mettere temporaneamente in salvo il programma PrEP nei paesi sostenuti dagli aiuti statunitensi. Ma il 6 febbraio è arrivata la stretta definitiva: una nota del Dipartimento di Stato ha stabilito che l’accesso alla profilassi sarà garantito soltanto alle donne in gravidanza o in allattamento, escludendo tutte le altre categorie a rischio.

La PrEP (profilassi pre-esposizione) è una strategia di prevenzione dell’HIV per persone HIV-negative ad alto rischio. Consiste nell’assunzione regolare di farmaci antiretrovirali che riducono la probabilità di contagio, ma richiede costanza e l’uso di altre protezioni. In più, test e controlli medici costanti ne garantiscono la massima efficacia. Proprio in questi giorni in Italia si parla di PrEP a lungo rilascio (no pillole, leggi qua).

Nel mirino del neo-tiranno USA, anche se non esplicitamente, ci sono dunque persone LGBTQ+ e sex worker – da sempre capri espiatori perfetti nelle retoriche dell’ultradestra americana – ma, di fatto, ad essere minata è l’intera architettura di prevenzione e cura che il programma PEPFAR aveva contribuito a costruire nei paesi più colpiti dall’epidemia. Una struttura che ora rischia di collassare, riportando indietro di decenni la battaglia per il contenimento dell’AIDS.

Per comprendere la portata di quanto sta accadendo, bisogna partire dal memorandum diffuso il 6 febbraio 2025 dal Dipartimento di Stato statunitense. Un testo che, dietro l’apparente tecnicismo burocratico, cela scelte politiche che potrebbero costare la vita a un numero spropositato di persone.

Il documento fornisce indicazioni sulle attività consentite nell’ambito di una deroga limitata di 90 giorni” per il programma PEPFAR (il piano americano di emergenza per la lotta all’AIDS). La sospensione dei finanziamenti esteri, ordinata da Trump nel gennaio scorso, aveva infatti congelato anche questo programma, paralizzando di colpo uno dei pilastri della lotta all’HIV nei paesi più colpiti.

Solo pochi giorni dopo, il 6 febbraio, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato una cosiddetta “deroga umanitaria di emergenza” che, almeno sulla carta, sembrava scongiurare il peggio: farmaci antiretrovirali e terapie salvavita avrebbero potuto continuare ad essere distribuiti.

Ma l’inganno era nei dettagli. Perché quella stessa deroga conteneva paletti rigidi, privi di qualsiasi fondamento scientifico. Il testo vieta espressamente di finanziare all’estero “programmi di ideologia di genere o DEI (Diversity, Equity, Inclusion)” e “interventi chirurgici transgender”: una dicitura volutamente ambigua che, nella pratica, sottende il blocco di qualsiasi organizzazione che offra supporto e servizi alle persone trans. È l’ennesimo affondo contro le realtà LGBTQIA+, che tradisce il vero intento ideologico di questa nuova stagione trumpiana: escludere dai fondi qualunque programma non allineato a una visione conservatrice e binaria della società.

Poi, l’ultima trappola. Qualsiasi intervento non espressamente contemplato nella deroga non può riprendere senza una specifica approvazione. E tra i servizi “dimenticati” spicca proprio la PrEP, il farmaco antiretrovirale che impedisce la trasmissione dell’HIV e che si sta rivelando decisivo nella guerra al virus, grazie all’uso precauzionale che lascia intravedere speranze di sconfitta dell’epidemia di AIDS. Proprio sulla PrEP, è sempre il memorandum del Dipartimento di Stato degli USA, diffuso il 6 febbraio, a dare la conferma definitiva:

L’accesso alla PrEP sarà garantito solo alle donne in gravidanza e in allattamento. Tutti gli altri sono esclusi.

Cosa significa questo, in concreto? Che persone LGBTQ+, sex worker, chi fa uso di sostanze e tutte le comunità più esposte al rischio di infezione – proprio quelle che la PrEP protegge in modo straordinariamente efficace – non potranno più accedere a questo strumento preventivo. Neanche chi lo assumeva da tempo potrà continuare. Le parole del memorandum non lasciano spazio a interpretazioni:

“La profilassi pre-esposizione (PrEP) dovrebbe essere offerta esclusivamente alle donne in gravidanza e in allattamento (PBFW) (…). Le persone diverse dalle PBFW, che potrebbero essere ad alto rischio di infezione da HIV o che avevano già iniziato un’opzione PrEP in precedenza, non possono ricevere la PrEP finanziata dal PEPFAR durante questa sospensione degli aiuti esteri statunitensi, o fino a nuova comunicazione”.

Una decisione che non risponde ad alcuna evidenza scientifica. È un’imposizione ideologica, il ritorno di quella “morality clause” che aveva già segnato i primi anni di Trump: fondi bloccati per qualsiasi associazione che promuovesse diritti sessuali e riproduttivi o che, semplicemente, non criminalizzasse l’omosessualità. Oggi quella stessa logica riaffiora, mascherata da deroga emergenziale, ma con un obiettivo chiaro: colpire, ancora una volta, i più vulnerabili.

La risposta delle organizzazioni internazionali e delle reti sanitarie non si è fatta attendere. Il timore, emerso già nelle prime ore successive alla pubblicazione del memorandum, è che questa stretta ideologica possa tradursi in una catastrofe umanitaria.

Human Rights Watch ha avvertito che perfino una pausa temporanea dei programmi PEPFAR “potrebbe essere devastante per innumerevoli persone nei paesi più colpiti dall’HIV. Ma alle parole sono seguite le azioni legali.

Il 10 febbrio, l’AIDS Vaccine Advocacy Coalition e la Journalism Development Network, Inc. hanno intentato una causa congiunta contro Donald Trump, il Segretario di Stato Marco Rubio e il direttore dell’Office of Management and Budget Russell Vought, sostenendo che il congelamento degli aiuti deciso dall’amministrazione sia illegale e incostituzionale. Appena un giorno dopo, l’11 febbraio, un altro fronte legale si è aperto: un gruppo di appaltatori legati a USAID e diverse ONG ha presentato una nuova azione legale, denunciando che il blocco dei fondi ha già provocato “danni irreparabili”.

A queste due cause se ne è aggiunta una terza, avanzata direttamente da un gruppo di dipendenti di USAID la settimana precedente. La mobilitazione ha spinto un giudice federale, il 7 febbraio, a emettere un’ingiunzione che blocca il licenziamento dei lavoratori dell’agenzia. È il primo segnale che la resistenza legale potrebbe incrinare la postura intransigente dell’amministrazione Trump.

Nel frattempo, le ONG moltiplicano gli appelli. La dichiarazione di AVAC è lapidaria:

“Con questa nuova guida, l’amministrazione Trump sta scegliendo la politica sulla scienza, la discriminazione sulla compassione e, in ultima analisi, la morte sulla vita.” Parole che non lasciano spazio a interpretazioni. La linea guida del 6 febbraio, prosegue l’organizzazione, “non è solo una pericolosa deviazione dalla sana politica di salute pubblica, ma è una condanna a morte per migliaia di persone a rischio di HIV in tutto il mondo”.

La conclusione è amara e definitiva:

“Questa decisione sembra riguardare meno la salute pubblica e più un programma ideologico che cerca di controllare la moralità piuttosto che proteggere le vite”.

Se questa politica non verrà ritirata, lo scenario che ci aspetta è devastante. Gli esperti stimano che solo in Africa sub-sahariana potrebbero verificarsi fino a 500.000 nuove infezioni in più ogni anno. Comunità già fragili, spesso criminalizzate, si troveranno senza protezione.

I primi effetti del congelamento degli aiuti si stanno già vedendo. In Kenya, il programma “Fahari ya Jamii”, un’iniziativa quinquennale di prevenzione dell’HIV finanziata dal PEPFAR e attiva dal 2022, ha chiuso oltre 150 cliniche e lasciato a casa, senza stipendio, più di 700 lavoratori. Uno smantellamento avvenuto in poche settimane, subito dopo l’annuncio del blocco, e che sta privando migliaia di persone di qualsiasi assistenza sanitaria.

Nel frattempo, l’UNAIDS ha già stimato che, a causa della sospensione dei fondi da parte dell’amministrazione Trump, si sono verificate più di 3.000 nuove infezioni da HIV nel mondo. E siamo solo all’inizio.

Le categorie più colpite sono proprio quelle che il PEPFAR aveva identificato come prioritarie nella sua strategia di prevenzione: persone LGBTQ+, in particolare uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM), e persone trans, che secondo tutte le ricerche epidemiologiche risultano esposte a un rischio di infezione da HIV da 3 a 28 volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Per loro, la PrEP è molto più di una semplice misura preventiva: è un simbolo di autodeterminazione sessuale e di diritto universale alla salute. Negarla equivale a dichiarare che la loro vita vale meno. Significa ricacciarle nell’ombra, risvegliando l’incubo di un passato in cui ricevere una diagnosi di sieropositività era una condanna senza appello.

E i numeri raccontano quanto fosse centrale il sostegno alle popolazioni chiave nella strategia del PEPFAR. Solo nel 2022, il programma ha investito 20,1 milioni di dollari (l’8,9% del budget) in servizi dedicati a uomini che fanno sesso con uomini e persone trans, mentre 28 milioni di dollari sono stati destinati a interventi di prevenzione e trattamento per sex worker. Non erano solo fondi, ma reti di sicurezza costruite con pazienza, basate sulla fiducia e sulla capillarità degli interventi. Quelle stesse reti che ora rischiano di scomparire.

Ma lo scenario futuro potrebbe essere ancora più inquietante. Gli attivisti temono infatti che questa stretta possa essere solo il primo passo. Se la logica di selezione morale dovesse essere applicata anche ai trattamenti antiretrovirali, l’impatto sarebbe ancora più drammatico. L’epidemia, che si stava lentamente domando, potrebbe rialzare la testa, facendo esplodere nuovi focolai incontrollati. E, a quel punto, le cifre non si conterebbero più a migliaia, ma a milioni.

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