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Forse il presidente dell’Argentina Javier Milei non sapeva dov’era quando, nel discorso pronunciato al forum economico di Davos lo scorso 23 gennaio, ha usato parole offensive e gravi per attaccare, ancora una volta, il movimento Lgbt e paragonare gli omosessuali ai pedofili. Forse non era in Argentina nel 2021, quando la Casa Rosada si è illuminata dei colori della bandiera transgender per pubblicare la prima legge che introduceva la quota trans nel processo di recruiting statale. Forse non c’era neppure nel 2012, quando il Codice penale introdusse l’aggravante della violenza di genere nell’omicidio, a sentirlo parlare del femminicidio come una «distorsione del concetto di uguaglianza». Sembra impossibile che un presidente possa cancellare anni e anni di conquiste democratiche con un colpo di spugna, come ha paventato in Svizzera, davanti a un consesso internazionale.
Chi invece sa dove si trova oggi, è tutta la comunità Lgbt e la società civile d’Argentina, che sabato 1 febbraio ha attraversato Plaza Congreso in direzione dei palazzi di Governo con la Marcha Federal del Orgullo Antifascista y Antirracista. Una partecipazione fiume senza colori politici per protestare contro l’unica sfumatura non concessa nello spettro dei diritti del popolo argentino: il nero che spegne la democrazia, il nero che toglie i colori delle diversità, il nero del fascismo. Sì, perché dove si minacciano le minoranze, non ci sono dubbi: c’è il fascismo. Ma le sigle politiche c’erano, eccome: dal Movimiento Evita e la Coalición Cívica fino al Frente de Izquierda e la Unión de los Trabajadores de la Economia Popular erano in tantissimi a supporto delle donne e della comunità arcobaleno per sottolineare un assioma base: la tutela delle minoranze e la lotta per il lavoro sono componenti della stessa linfa democratica. Anche quando l’internazionale nera di politici come Trump, dirimpettaio ideale di Milei, vuole far credere che i diritti civili tolgano la coperta ai diritti sociali: «È assurdo che dobbiamo marciare per difendere la diversità, la libertà individuale e i diritti delle donne. Ma lo abbiamo fatto, e continueremo a farlo, per sempre» ha dichiarato il deputato Leandro Santoro presente alla marcia. Accanto a lui, fra gli esponenti di spicco presenti in Plaza de Mayo, c’erano anche il deputato Máximo Kirchner, l’ex ministra dello Sviluppo sociale, Victoria Tolosa Paz, e la deputata pasionaria Mayra Soledad Mendoza.
E così, pensando di congelare i diritti della comunità Lgbt nel freddo della svizzera Davos, Javier Milei ha invece infiammato un imponente Pride a Buenos Aires che, malgrado il caldo rovente sulle colonnine, ha invaso le strade della capitale con un’unica, grande bandiera arcobaleno. Non torneremo mai più nell’armadio lo slogan passato di bocca in bocca, da un abbraccio a un sorriso, da una t-shirt indossata dai giovani irriverenti a un ventaglio agitato dai manifestanti più anziani. Sono queste le istantanee video che ci restituiscono i social. Un clima di grande festa scandito dalle musiche di Lady Gaga, dei Queen, della popstar argentina Lali. Ma anche dalle voci di aperto dissenso contro Javier Milei e il suo esecutivo, le sue politiche economiche e la paura di un tracollo sociale alle porte: «Il primo febbraio il governo ha subito una sconfitta per mano di un popolo che si è letteralmente mobilitato in tutto il Paese» ha postato su X Prensa Obrera. A nulla è servito il tentativo di minimizzare la marcia da parte del governo a una «piccola percentuale di progressisti dalla vita agiata». La partecipazione fiume di centinaia di migliaia di persone ha distrutto la loro retorica della sinistra radical chic e dei progressisti con l’attico. Tutto il mondo è paese, a quanto pare. Non sono valsi a nulla neppure i tentativi di presentare i manifestanti come facinorosi pronti a mettere a ferro e fuoco la capitale. Persino l’arcivescovo di Buenos Aires, che in una nota ufficiale ha criticato la decisione presa dal governo di transennare la chiesa senza il suo consenso: «L’immagine che offre oggi la chiesa principale non è dovuta a una decisione ecclesiastica. Ribadiamo la convinzione che nulla si costruisce con l’odio e la divisione, neppure dandone espressioni surrettizie attraverso dei segni».
Ancora una volta sono i corpi a parlare. I corpi delle donne, che portano i segni e la memoria di vecchie e nuove dittature. I corpi della comunità Lgbt, disumanizzata e isolata per decenni. Sono questi corpi, oggi bersaglio di nuovo odio come dimostra la cronaca recente, ad aver mandato in pezzi le parole pronunciate da Milei a Davos. Un discorso di un’omobitransfobia inaudita, che attinge a tutti i luoghi comuni della retorica anti-gender per mostrare l’ordine in un presunto mondo dominato dal caos fisico e dal decadimento morale: «Voglio essere chiaro che, quando dico abuso, non uso un eufemismo, perché nelle sue versioni più estreme l’ideologia gender costituisce un abuso sui minori. Chiaro e semplice: sono pedofili». Attingere al mondo dell’infanzia, trasformare le fiabe in favole nere è tipico di questa retorica, negli Stati Uniti c’è il movimento Moms for liberty che fornisce un sacco di reference transfobiche. Ora il presidente argentino si appresta a ricevere un’opposizione tenace in Parlamento, dove tutta l’opposizione sta facendo scudo al suo tentativo di abrogare il pacchetto delle politiche di uguaglianza e inclusività varate negli ultimi anni.
Il presidente ultraliberista ha preso di mira due provvedimenti. Il primo è una legge approvata dal Senato il 24 giugno del 2021, la 27.636, che garantisce la cosiddetta quota trans fra le persone candidate agli impieghi nel settore della pubblica amministrazione o nelle società statali. L’obiettivo, allora come ora, è contrastare la transfobia creando spazi di inclusività nei settori statali. Nessuna agenda segreta di poteri occulti. La legge si propone di contrastare le disuguaglianze sociali e culturali nel mondo del lavoro. Secondo un rapporto stilato dall’organizzazione Fundar, il 1o per cento delle persone transgender e non binarie argentine non ha un lavoro stabile, mentre l’80 per cento delle persone intervistate riscontrava difficoltà nel recruiting, se non aperta ostilità. Dopo l’approvazione della legge, quasi mille persone transgender hanno iniziato a lavorare. Con un colpo di spugna, Milei vorrebbe anche cancellare l’aggravante della violenza di genere in un omicidio aggiunta nel Codice penale argentino nel 2012. Porta il volto di Carolina Aló, uccisa dal suo compagno nel 1996 a soli 17 anni con 113 coltellate. Da Davos, il presidente argentino ha definito il femminicidio come una «distorsione del concetto di uguaglianza» frutto di un «femminismo radicale» che «legalizza il fatto che la vita di una donna vale più di quella di un uomo». Quando Carolina fu uccisa, il suo assassino cambiò il coltello tre volte. Fu un suo padre, Edgardo Aló, un uomo, a battersi perché la condanna per «omicidio semplice» del suo assassino avesse un aggravante dove il potere machista aveva un suo indiscutibile peso.
Sembra impossibile che Milei neghi tutto questo. D’altronde, verso un presidente che ha dichiarato pubblicamente di aver usato un medium per mettersi in contatto con il suo cane morto, il dubbio su di lui potrebbe venire a noi.
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